ZawinulHo dei ricordi personali molto piacevoli e preziosi riguardo a questo signore che si chiamava Joseph Zawinul, detto Joe, nato il sette luglio del 1932 a Kirkbach, nei pressi di Vienna e scomparso la scorsa notte per via di un cancro che se l’è portato via in poche settimane. L’avevo visto la prima volta da ragazzino nel 1979, credo, al mio primo concerto dei Weather Report al Palasport di Milano: uno spettacolo ricchissimo per un gruppo jazz, era l’unica band di quel genere, infatti, che avesse adottato i raggi laser. In Italia li avevano solo i Pooh. Ma Joe mi raccontò in seguito che avevano investito molto in quel tour mondiale ed erano praticamente al culmine del successo: erano usciti dischi come Black Market, Heavy Weather, il reietto Mr. Gone, il live 8:30 e stava per essere pubblicato Night Passage. Poi, piano piano, la vena artistica si sarebbe esaurita, il bassista Jaco Pastorius avrebbe lasciato il gruppo, i rapporti tra Zawinul e Wayne Shorter, l’altro membro fondatore della band, si sarebbero guastati e, alla fine, nel 1985 ci sarebbe stato lo scioglimento definitivo.
I Weather Report erano nati all’inizio degli anni ‘70 a seguito dell’esperienza di Shorter e Zawinul con Miles Davis e avrebbero rappresentato l’evoluzione del jazz su due filoni: quello elettronico ed etnico. Da una parte Zawinul, con le sue tastiere, più di ogni altro, avrebbe creato una nuova estetica sonora attraverso quegli strumenti, che la maggior parte dei suoi colleghi utilizzavano malamente; dall’altro, la sua concezione visionaria della musica lo avrebbe spinto ad introdurre elementi di quella che oggi si chiama World Music, nella complessa macchina armonica dei Weather Report. In poche parole era una sorta di sciamano elettronico. Dopo lo scioglimento della band, durata quindici anni, Joe Zawinul non si fermò e sviluppò una nuova idea, lo Zawinul Syndicate, col quale ha girato il mondo sino a pochissimo tempo fa. L’ultima volta che l’ho incontrato è stato un anno e mezzo fa per un’intervista, durante la quale si era lasciato andare a ricordi divertenti sul periodo dei Weather Report, su Miles Davis, prendendolo anche un po’ in giro. Me lo ricordo entusiasta che saltava sul divano mimando il bassista Alphonso Johnson, autore del riff di Cucumber Slumber, un bellissimo brano di Mysterious Traveller. Era contento del suo nuovo locale viennese, che aveva aperto da qualche anno, il Birdland, un jazz club nel quale aveva registrato il suo ultimo album dal vivo, Brown Street, con la WDR Big Band. Alla fine un saluto e un abbraccio e la sicurezza di vederci ancora, perché era sempre stato così negli ultimi quindici anni. E invece…

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