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Gli anni Settanta e Ottanta sono stati segnati da due fenomeni differenti, ma curiosamente concomitanti: il terrorismo e la diffusione di massa degli stupefacenti. Io non so se vi siano relazioni tra queste due sciagure – c’è chi lo pensa e forse non a torto – ma è un fatto che siano dilagate nello stesso periodo.
Una volta erano Parco Lambro, Piazza Vetra, Giambellino e tanti altri giardinetti, strade, spiazzi, vicoli di Milano; oggi è il boschetto di Rogoredo, il Parco delle Groane, corso Como e chissà quanti altri posti che la cronaca dei quotidiani e dei notiziari radiotelevisivi non registrano.
Il terrorismo oggi non c’è in Italia, nemmeno quello islamico nel caso vi fosse sfuggito, nonostante qualche governante continui a evocarlo, ma gli stupefacenti sono tornati in gran quantità, ammesso che fossero mai spariti. Tuttavia, a parte qualche periodico servizio giornalistico, più di colore che di sostanza (mostrare ragazzi male in arnese che fumano, si iniettano, sniffano eroina è solo nauseante voyerismo) la questione non pare essere nelle agende politiche. Eppure una volta l’allarme sociale era altissimo. Si facevano campagne pubblicitarie con grandi manifesti che ingannavano i giovani dicendo loro “la droga ti spegne”, ma dimenticando di avvertirli che prima li avrebbe accesi e che l’euforia iniziale si sarebbe presto esaurita (naturalmente parlo di droghe ingestibili): quindi un’informazione reticente e ingannevole. Inoltre sembravano campagne dettate più dal flaccido moralismo democristiano, che da una lucida e laica consapevolezza della perdita di un paio di generazioni. Del resto, la conferma arrivò con la l’epidemia di AIDS, durante la quale il ministro della Sanità Carlo Donat Cattin non escogitò niente di meglio che consigliare i giovani di non drogarsi e di non fare sesso per arginare il contagio. Comunque se ne parlava – di droga, molto meno di AIDS – si illustravano i drammi e le tragedie familiari nei programmi radiotelevisivi (vi ricordate le polemiche su Muccioli, San Patrignano e le comunità che sorgevano come funghi in ogni parte d’Italia?), si pubblicavano articoli e libri più o meno credibili, si girava anche qualche film. Poi la droga sparì, almeno dalla scena pubblica. A parte qualche servizio sull’ecstasy, fenomeno limitato alle discoteche, i giovani sembravano essere diventati tutti probi e virtuosi.
Perché oggi la droga non fa notizia? Come mai i politici non usano il fenomeno per i propri fini più o meno elettoralistici? Ci sono un paio di differenze rispetto a trenta-quarant’anni fa: allora l’eroina costava tantissimo (ancora di più la cocaina rispetto agli effetti di sballo ottenuti, tanto che era considerata droga d’elite) e, anche se procurarsela era relativamente semplice, considerata la diffusione capillare in ogni zona della città, il denaro necessario era tanto. Per dei ragazzi che magari andavano ancora a scuola o, comunque, se lavoravano, non avevano stipendi principeschi, questo significava sostanzialmente rubare. Ed ecco la seconda differenza: l’allarme sociale provocato da furti, scippi, rapine e crimini vari per raccogliere il denaro utile al quantitativo quotidiano di eroina, era intollerabile. Non passava giorno senza che i giornali ci segnalassero anziani trascinati da motorini in fuga dopo lo scippo della pensione o ragazze a cui un “tossico” aveva strappato dal collo la catenina d’oro. Oggi tutto questo sembra svanito, evaporato, invisibile. Si racconta di giovani che raccolgono il denaro per la dose quotidiana semplicemente elemosinando monete in centro, dato che i costi sarebbero crollati. Uso il condizionale, perché non mi fido moltissimo dell’informazione mainstream e non ho fatto ricerche personali sul campo, ma è un dato di fatto che la componente criminale dei consumatori sia quasi assente. Se una volta lo sterminio generazionale si consumava, in un modo o nell’altro, strumentalmente o meno, davanti alle telecamere, oggi è subdolo, sotterraneo, silenzioso, ma altrettanto micidiale. I giovani muoiono nell’indifferenza (non importa se smettono di respirare, ma muoiono comunque) e l’ordine pubblico non è minimamente scalfito. L’importante è andarsene senza disturbare.

— Zzzzzzzzzzz…
— Prrrrrrrrrrrrrr…
— Zzzzzzzzzzz…
— Prrrrrrrrrrrrrrr…
— Zzzzzzzzzzz…
— Prrrrrrrrrrrrrr…
— O mamma! Chi è?
— Prrrrrrrrrrrr…
— Ah, sei tu. Cosa vuoi?
— Prrrrrrrrrrrrr…
— Ma è ancora buio. Che ora è?
— Prrrrrrrrr…
— Sì, basta graffiarmi, ho capito. E non c’è bisogno di mordermi anche il dito!
— Prrrrrrrrrrrrr…
— Arrivo. Eccomi. Ma che buio. Ma sono quasi le tre!
— L’orologio.
— Sì, lo so, è un orologio. Questa poi è una sveglia.
— È l’ora.
— Di cosa?
— Legale.
— L’ora legale? E mi svegli alle tre per ricordarmi l’ora legale? Che poi sarebbe solare, visto che è autunno.
— Devi spostare l’orologio indietro.
— Ma lo posso fare domani mattina, non c’è bisogno di spostarlo di notte.
— Pensavo di rendermi utile. Dici sempre che non faccio nulla se non mangiare, dormire e combinare guai.
— Sì, vabbe’…e ti viene in mente di renderti utile alle tre di notte?
— Sai come siamo noi gatti…prrrrrrrrrrr
— E va bene, ormai sono sveglio, tanto vale che faccia il giro degli orologi di casa.
— E la sveglia?
— La sveglia è collegata via radio con l’orologio atomico di Mainflingen, un posto vicino a Francoforte e si autoregola automaticamente. Ma cosa te lo dico a fare…cosa ne capisce un gatto di orologi atomici.
— Perché tu umano invece…
— Cosa vorresti insinuare?
— Sai come funziona un orologio atomico?
— Ma certo che lo so!
— Sentiamo
— È un orologio regolato da un sistema di microparticelle che….
— Che?
— …cheeee si ritrovano a far merenda nel ciclotrone di Ginevra, fanno un giro nel tunnel del Gransasso, attraversano la Manica, piovono su Greenwich che le spara in Germania e ritornano nell’orologio atomico regolate sul meridiano Zero.
— Intanto gli orologi di Mainflingen sono tre, uno al rubidio e due al cesio e il sistema è basato sulla frequenza di risonanza degli atomi…
— Ok basta, non è l’ora per mettersi a discutere della risonanza degli atomi e mi devi sempre spiegare cosa fai quando sei solo in casa. Mi sembri il gatto Murr di Hoffmann.
— Ah sì, il vecchio Murr, un lontano parente con un certo talento, di sicuro più di quel musico fallito di Kreisler…prrrrrrrrrrr…in famiglia abbiamo sempre avuto una certa inclinazione per la cultura…
— Ma quale cultura, che tuo padre era un montanaro del varesotto, si è ingroppato tua madre ed è sparito di nuovo nei boschi.
— Prrrrrrrrrr…
— Ecco fatto, ho spostato gli orologi, ora me ne posso tornare a dormire.
— Fame. Prrrrrrrrrrr…
— Fame? Da quando mangi alle due? Ti ho dato da mangiare a mezzanotte!
— Fame. E poi sono le tre legalmente. Prrrrrrrrrrr….
— E smettila di fare le fusa, che non mi impressioni.
— …
— Ma quanto mangi? Ormai lavoro per rimpinzarti di cibo.
— Ma se sono un micino magro magro!
— Sì, ma mangi come un puma. E poi sei anziano.
— Parla per te.
— Hai sedici anni.
— E quindi?
— Gli anziani mangiano meno.
— Guardati la pancia.
— Ma io non mangio tanto, è perché sono sedentario.
— Sei sedentario su un etto di pasta a pranzo e uno a cena. Per non parlare del condimento e di tutto il resto.
— Sei diventato un gatto dietologo?
— Ci tengo alla tua salute, che è un po’ anche la mia.
— E va bene. Eccoti da mangiare i bocconcini.
— Veramente a quest’ora preferivo la scatoletta, è più leggera.
— Lo vedi questo piede? Ora osserverai un rapido movimento del medesimo fino a collidere con le tue terga talmente forte e veloce, come fanno le microparticelle nell’Hadron di Ginevra, da spedirti fino a Francoforte, farti rimbalzare sulle antenne dell’orologio atomico e tornare indietro un’ora prima. Ok?
— Penso che mi adeguerò ai bocconcini e alle tue cattive maniere.
— Ecco, bravo, adeguati e buonanotte.
— Zzzzzzzzzzz…..
— Prrrrrrrrrrrrrr…..
— Zzzzzzzzzzz….
— Prrrrrrrrrrrrrr….
— Cosa c’è ancora?
— Non è ora di alzarsi? È già chiaro.
— Me ne frego. È domenica.
— Ma hai già dormito un’ora in più.
— Facendo la somma algebrica di tutte quelle che mi hai sottratto siamo ancora nel campo dei numeri negativi.
— Ma io ho fame.
— Mangiati le zanzare che girano ancora per casa.
— Che schifo!
— Una volta le prendevi.
— Sì, ma non le mangiavo
— Eppure gli insetti sono il cibo del futuro.
— Lo so e a questo proposito vorrei mostrarti il bellissimo moscone dagli occhi rossi che ho appena acchiappato e depositato sul tuo cuscino.
— Ma che schifoooo!
— È quello che dicevo anch’io…prrrrrrrrrrrrr….ora avrei fame…..

– Tornare bambini? Non se ne parla.
– Ma la spensieratezza dell’infanzia, i giochi, la scoperta del mondo?
– Ma quale spensieratezza! L’infanzia è un casino, un incubo, sempre a fare quello che ti dicono gli altri e se non lo fai sono strilli e botte.
– Ma la tenerezza di mamma e papà?
– Sì, che quando gli fa comodo ti dicono “ormai sei un ometto” e quando li scocci con troppe domande ti rispondono che “sei troppo piccolo per capire”.
– Va be’, ma ci sono anche momenti sereni: le vacanze!
– Come no? Fai questo, non fare quello, vieni qui, vai là, non bagnarti, asciugati, prendi freddo, fa troppo caldo: i genitori sono isterici, non sanno neppure loro quello che vogliono. E i compiti delle vacanze? Fatti all’ultimo giorno? Una spada di Damocle che incombe per tre mesi e ti rovina tutto il piacere.
– Però i genitori ti proteggono dai pericoli del mondo.
– Giusto ieri ho visto un papà che se la prendeva con la figlioletta di quattro anni, perché aveva perso una scarpina, finita sotto le gradinate del palasport. Dovevi vederlo. Un isterico che dava fuori di matto. Ci mancava che alzasse le mani. Mi sarei alzato io. Certa gente non dovrebbe nemmeno pensare di avere figli. Farebbe già danno solo così.
– Però ci nutrono e non ci fanno mancare niente.
– Belle schifezze quelle che ci fanno mangiare. Per non parlare dei vestiti ridicoli che ci fanno indossare.
– Insomma, ma che infanzia hai avuto?
– Ottima, credo, non peggiore di quella di tanti altri.
– E allora cosa c’è che non va nel ritornare bambini?
– Ma scherzi? Ricominciare tutto da capo? Hai idea di quanto abbiamo impiegato a diventare grandi? Lo attendevamo da quando siamo coscienti e tu vorresti tornare indietro? Quando sei piccolo il tempo non passa mai, sei sempre piccolo, misuri la crescita centimetro dopo centimetro contro il muro, lo segni con la biro ogni giorno.
– D’accordo, ma quando sei grande il tempo passa più veloce.
– E allora? Però, se non sei un demente, sei cosciente del trascorrere dei minuti, delle ore, degli anni, ma da bambino hai un’idea del tempo che si avvicina molto all’eternità. Quando ero piccolo calcolavo gli anni che avrei avuto nel 2000 e mi sembrava un tempo irraggiungibile, se non quando le macchine avrebbero volato e i marziani sarebbero atterrati sul nostro pianeta e avremmo comunicato con loro con dei bip e delle vibrazioni. Invece siamo nel 2017, i marziani non ci sono e i bip e le vibrazioni sono quelle dei cellulari. Da bambino sei illuso, ingenuo, piccolo e anche un po’ malvagio. Da grande, con le stesse qualità passi per sognatore e visionario. Vuoi mettere? Rischi di diventare un leader, un capo carismatico, puoi anche fondare una nuova religione e fare un sacco di soldi. Basta annunciare un evento, fornire una data sufficientemente lontana da concederti il tempo di raccogliere fondi, goderteli, lasciarli in eredità a qualcuno che si è preso cura di te negli ultimi anni e sei sistemato. Altro che tornare bambini. L’infanzia è la pena preventiva che si sconta per diventare grandi. Poi, sta a te giocarti la libertà.
– Bella roba. Sarà, ma a me di diventare grande non è piaciuto molto.
– Ti piaccia o non ti piaccia lo si diventa e non ci si può fare niente. Ciao, ora devo andare, se faccio tardi poi mi mettono in castigo.
– Ci vediamo domani ai giardinetti?
– Sì, ricordati di portare le biglie, però, perché non ho voglia di prestarti sempre le mie.
– Ma se mi freghi sempre le figu quando giochiamo a muretto.
– Ma sei tu che sei un pollo.
– Sì sì, ciao.
– Ciao.

Viviamo di più rispetto a un secolo fa, ve ne siete accorti? Certo, un secolo fa non c’eravate, non potete saperlo, ma le statistiche dicono così. Poi, se fate un giro in qualche cimitero scoprite loculi di centenari che contraddicono le statistiche, ma cosa ci volete fare? Le donne, in particolare, sopravvivono più a lungo degli uomini e, statisticamente, in miglior salute. Vi sarà senz’altro capitato di osservare coppie di anziani per strada: lei vispa e frizzante, dritta come un fuso che sgambetta tra i banchi del mercato, lui una larva che si trascina stancamente cercando di inseguire la moglie caricata a molla. Ma la domanda vera è: l’allungamento della vita riguarda solo la vecchiaia o è “spalmato” su tutta l’esistenza? In altre parole: restiamo bambini e giovani adulti più a lungo che in passato? A prima vista parrebbe di sì. Le rilevazioni statistiche confermerebbero questa impressione positiva: i quarantenni di oggi sembrano i trentenni di ieri, un uomo di mezza età è, modestamente, un cinquantenne di aspetto giovanile e piacente. Dal punto di vista sociale c’è qualche altra osservazione da fare, però: a cominciare dai giovanissimi che, da sempre, hanno fretta di crescere, ma che oggi mostrano sempre più comportamenti da adulti, se è vero come è vero, che sin dalle scuole elementari i fenomeni di bullismo si stanno moltiplicando. Segno che il tentativo di imitazione di atteggiamenti “da grandi” ha raggiunto livelli allarmanti. Salvo, poi, diventati adulti, non assumersi responsabilità verso se stessi e gli altri, restando a casa con i genitori sino ad età ragguardevoli, accampando pretesti e scuse contingenti.
Quindi arriva la sindrome del quarantenne (tipicamente maschile), che spinge ad accompagnarsi con donne la cui età è inversamente proporzionale alla propria, oltre che alla disponibilità economica, una condizione che può durare a lungo, coadiuvata anche da farmaci di recente diffusione, atti allo scopo di prolungare la condizione paragiovanile.
Infine, giunta la vera maturità, cala il sipario della rassegnazione (anche questa tipicamente maschile) che coincide, però, con la rinascita femminile, dando luogo al tipico fenomeno della Vedova Allegra, riscontrabile in numerose balere e sale da ballo della penisola, nonché in alcune apposite trasmissioni televisive. INVECCHIARE MENO; INVECCHIARE TUTTI!

martello1Nella corso della vita abbiamo necessità di conferme. Non dico spesso, perché altrimenti è ansia, ma ogni tanto a un punto fermo bisogna ancorarsi. Ma se quel punto fermo non fosse così fermo? Chi ce lo garantisce? C’è scritto da qualche parte? Un marchio di qualità, una garanzia siglata dalla UE, un bollo che certifica l’imposta pagata? No, la vita è fatta di incertezze, una dietro l’altra, voltato l’angolo l’imprevisto è in agguato pronto a saltarci in groppa, metterci il morso, le redini, il basto e guidarci verso il baratro della fatica, della preoccupazione, dell’insonnia. Quando finalmente siamo riusciti a liberarcene sul ciglio del burrone, il tempo di tirare un sospiro di sollievo e un nuovo imprevisto spuntato da un buco sottoterra ci fa inciampare e finire nel precipizio. Mi rendo conto che l’angoscia sta prendendo il sopravvento e non volevo.
Parlavo di punti fermi, certezze alle quali aggrapparci nel mare in tempesta dell’esistenza, ma anche quest’immagine pare un tantino retorica e ansiogena.
Il problema è che quando si parla di certezze è come parlare d’aria, non sono concetti afferrabili come un martello, un chiodo e un muro in cui piantarlo, situazione peraltro a rischio considerato il dito che sostiene il chiodo contro il muro e la testa del martello che si abbatte solo presumibilmente sulla capocchia del chiodo stesso.
Ecco: il dolore è un punto fermo, può variare d’intensità e natura, ma resta dolore, disagio, sofferenza. In altre parole fa male, che è il contrario di bene, altro punto fermo. A quest’ultimo tendiamo e l’altro cerchiamo di respingere e allontanare. È già qualcosa, ma non abbastanza. Infatti a volte dimentichiamo cosa è bene e cosa è male e ripetiamo gli stessi errori. Certi analisti non credono a una carenza mnemonica, almeno cosciente, quanto, piuttosto a un desiderio inconscio di autolesionismo. Non so, forse hanno ragione loro e desideriamo davvero picchiarci il martello sul ditone anche se non lo sappiamo, oppure non hanno ragione e il desiderio sarà quello di picchiare il martello sul loro ditone per aver tentato di farci fessi e svuotarci il portafoglio.
Ma ormai è da oltre 2000 caratteri che giro intorno al problema senza centrarlo. In realtà ci sono cose che facciamo, perché siamo sicuri che siano bene per noi, altre che evitiamo, perché siamo sicuri che non ci faranno bene. Tante volte, però, la sicurezza va a farsi benedire. Un esempio: andiamo a una festa, ci ubriachiamo ben sapendo che faremo un sacco di cazzate di cui ci vergogneremo il giorno dopo, quando avremo la testa come un pallone da rugby dopo la finale del Sei Nazioni tra Scozia e Inghilterra. Quante volte l’abbiamo fatto nella vita? Di sicuro, almeno una di troppo.
Quel numero di telefono sul quale abbiamo messo una croce sopra perché il/la titolare è portatore/rice insano/a di una noia abissale, col tempo tende a perdere il potenziale mortifero che gli abbiamo attribuito, magari, pensiamo noi, in un momento di intolleranza e ci sospingerà a riformularlo e a trascorrere una serata che ricorrerà a lungo nei nostri peggiori incubi, fino a che il tempo non sbiadirà il ricordo e si ricomincerà da capo.
E queste orribili scarpe da tennis che non metto mai dato che sono strette e puzzano di gomma marcia dopo dieci minuti che le ho calzate, perché continuo a rimetterle ogni quattro o cinque anni dimenticando quanto siano nocive per me e chi mi sta vicino anche solo occasionalmente? Datemi un martello!

imagesLa madre di tutti gli orrori per me è stato La Scala a Chiocciola (The Spiral Staircase, Robert Siodmak, 1946), visto da bambino per errore (i miei non sapevano di che film si trattasse), quando ancora avevo un sacro terrore del buio tanto che per raggiungere il bagno di casa in fondo al corridoio avrei acceso le luci dell’intero caseggiato, ma me la cavavo trattenendo il fiato e correndo quei dieci metri fino al bagno cercando di premere al volo l’interruttore della luce prima che qualche mostro mi afferrasse dal nero e mi portasse via con sé. Perché ve lo dico? Perché in seguito racconti, romanzi, film, fumetti dell’orrore hanno fatto parte del mio immaginario, dai più raffinati e immaginifici Stevenson, Poe, Lovecraft, Fisher, Corman, ai King, Lansdale, Cronenberg, Kubrick, Romero, Gordon, Yuzna, Creepy (Zio Tibia), senz’altro più realistici e inclini all’effettaccio splatter. Forse era un modo per esorcizzare la paura, per dimostrare a me stesso che ero adulto (anche a quattordici anni), per respingere e ridurre a effetto speciale quel mostro che si nascondeva sotto il letto e appena chiudevo gli occhi saltava fuori per aggredirmi.
Ora, però, un conto è la finzione scenica, un conto è la realtà.
Io amo il mio dentista. E anche la sua assistente, ma non per i motivi abbietti che pensate. Li amo perché hanno riserve inesauribili di anestetico che mi mettono a disposizione quando voglio. Non sono di quelli che “massì, sentirà un po’ di dolore, ma non si preoccupi, è sopportabile e dura poco”. No, loro ti chiedono “senti male?. Ti faccio un’iniezione? E prima dell’iniezione un batuffolino intriso di lidocaina sulla gengiva così non senti nemmeno l’ago che entra?” Ecco perché li amo. Riusciamo persino a inscenare la gag de “Il Maratoneta” con lui nella parte di Laurence Olivier e io in quella di Dustin Hoffman, tanto ci divertiamo. Solo che l’ultima volta prima di recarmi da quell’allegro burlone ho visto uno stupido film horror giapponese. L’immaginario orrorifico dei giapponesi consta di elementi analoghi ai nostri, sangue, dolore, spiriti maligni, fantasmi, ma con l’aggiunta dei capelli, lunghi, lunghissimi, neri e folti, che si diramano ovunque, nelle stanze da letto e nei bagni, calano dal soffitto, emergono dagli scarichi, invadono gli ambienti, a volte soffocano e strangolano le vittime, altre basta la loro vista per causare arresti cardiaci, colpi apoplettici, spaventi mortali e volti contorti in smorfie grottesche. Altro elemento spesso presente in queste pellicole è l’ago. Non perché le geishe assassine amino il ricamo a punto croce e nemmeno le virtù terapeutiche dell’ago-puntura (tradizione più cinese che nipponica) ma, piuttosto, pare sia apprezzato come strumento di tortura, infilato sotto le unghie, per cucire le palpebre o tenerle inesorabilmente aperte (a questo aveva pensato anche Dario Argento in Opera, già molti anni fa), piantato nelle gengive…
Già, le gengive. Ecco la lezione. Quell’immagine mi ha perseguitato per tutta la seduta. Nonostante il dolore fosse pressoché inesistente, ogni volta che il gaio odontoiatra mi infilava un attrezzo in bocca, la mia mente tornava a quella sciagurata e alle sue gengive traforate e sanguinanti. Non solo: in sala d’aspetto ho malauguratamente sfogliato una rivista per dentisti pubblicata da un mio ex editore, uno di quelli che mi hanno fatto passare la voglia di scrivere per i giornali dopo venticinque anni di pagine al piombo. Queste riviste sono per dentisti, appunto, non per i loro pazienti che non sono abituati a guardare così a fondo nelle bocche altrui, soprattutto se hanno bisogno di un dentista: sangue, polpa, carie, ascessi, granulomi e tutto il catalogo patologico sono illustrati a colori nel dettaglio e corredano articoli tecnici di grande interesse per un addetto ai lavori, ma di enorme ribrezzo per il profano. Seconda lezione: in sala d’aspetto farsi gli affari propri, abbiamo lo smartphone apposta per distrarci e non pensare. Magari andate sul blog bonsaisuicidi, dove trovate sempre letture interessanti e d’evasione. 🙂