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Evil_grin_santa_clausTorna tutti gli anni, non ne manca uno, come un cecchino che ti aspetta sul tetto della casa di fronte e ti inquadra nel mirino aspettando il momento buono per centrarti. Le cattive intenzioni sono mascherate dalle luci colorate, i festoni luccicanti, i sorrisi obbligatori, la bontà pelosa, la solidarietà di circostanza, i servizi giornalistici che ti colpevolizzano se spendi troppo, perché schiaffeggi la miseria, ma ti indicano come la rovina del Paese se non consumi, perché ostacoli la crescita e lo sviluppo, come se la perdita di potere d’acquisto degli stipendi e delle pensioni fosse colpa di chi tenta di risparmiare qualcosa,  sempre che si sia nelle condizioni di percepire lo stipendio o la pensione. Le ragioni del commercio hanno preso il sopravvento su qualsiasi senso, significato, riflessione che si vogliano attribuire alla celebrazione di un compleanno che, al di là delle credenze di ognuno, è statisticamente quello più festeggiato al mondo, merito di una macchina propagandistica che funziona da circa millesettecento anni e di addetti stampa di provata esperienza e capacità. Non è un caso che nello scorso secolo, con lo sviluppo industriale prima e l’iper-comunicazione poi, all’immagine di povertà rurale, tra pastori, contadini, piccoli bottegai, mercanti di stoffe e spezie, qualche meretrice pronta al pentimento, si sia sostituito il florido, panciuto, rosso-vestito personaggio pubblicitario, opportunamente urbanizzato e omologato, che rassicura con la sua ipercolesterolemia (in fondo è quasi come noi) e invita i bambini a desiderare di tutto (meglio abituarli da piccoli i nuovi consumatori), così cresceranno tanti nevrotici frustrati privi di ogni capacità di accontentarsi di quello che hanno o possono permettersi e si ammazzeranno di lavoro in nome della produttività o, nella migliore delle ipotesi, si daranno al crimine, meglio se organizzato, perché sono le multinazionali a governare il mondo e il panzone scarlatto iperglicemico ne è il boss indiscusso. Aprite gli ombrelli, la pioggia di saccarina è cominciata, non appiccica, ma macchia i vestiti e la spesa di tintoria vi smacchierà la tredicesima, ammesso che l’abbiate ancora, altrimenti la banca all’angolo della via sarà ben lieta di pagarvi il conto in cambio di casa vostra o dell’auto o di un rene (c’è un discreto mercato) mentre il boss se la ride, perché anche quest’anno ha fatto il pieno.

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Amici, mi rivolgo a Voi, che fate un lavoro gratificante, almeno dal punto di vista dell’orario, a Voi cui la professione concede tanto tempo libero e, non sapendo come occuparlo, vi segnalate a riviste e giornali come recensori, articolisti, elzeviristi, corsivisti, opinionisti, scrittori, a Voi che, per soddisfare la passione musicale, culturale, esibizionistica, per essere sicuri di poter divulgare universalmente il vostro fondante ed essenziale giudizio e ingolosire l’editore, in fondo alla proposta di collaborazione, annotate “naturalmente non pretendo alcun compenso”; a Voi, che non sapete cosa fare la sera, annoiati da televisione, letture insulse e menage familiare consunto e che, invece di percorrere i viali cittadini e di provincia in cerca di soddisfazioni carnali e sensazioni inedite, vi proponete a locali e club come musicisti accontendandovi di una birra e due patatine come compenso, mentre il titolare rastrella migliaia di euro di cocktail spaccafegato, piadine dell’anno scorso, formaggi che camminano e salami con la gotta e, alla fine, vi sentite dire che la prossima volta se non gli portate il doppio del pubblico la birra ve la pagate da soli, rivelatemi dove lavorate, così domani mi presento dai vostri capi e mi propongo come impiegato/operaio/collaboratore/addetto “naturalmente senza pretendere alcun compenso, nemmeno la birra e la patatina”, e vediamo quanti secondi dura il vostro posto di lavoro.
LAVORARE GRATIS FA MALE A TUTTI, ANCHE A VOI. SMETTETELA!

L’abbiamo ripostato con i titoli di coda e i credit

Non so se faccio bene a parlarne, perché rischio di fargli pubblicità e non è ciò che vorrei, tuttavia non posso non esprimere la mia personale opinione su questa trovata che definirei idiota per idioti. Ho qualche dubbio anche sul fatto di dare un giudizio che potrebbe apparire moralista, quando in realtà è semplicemente una constatazione dei tempi in cui viviamo.
Mi è giunta stamattina la notizia dell’arrivo sul mercato di un gioco di ruolo dedicato allo sfruttamento della prostituzione, si chiama Squillo, un termine che pensavo in disuso dai tempi di Jane Fonda e dell’ispettore Klute e invece scopro che ha ancora una diffusione. Il gioco di ruolo prevede l’utilizzo di carte a rappresentare prostitute, escort, puttane e giovani promesse (sic!) specializzate in diverse pratiche, non solo sessuali, ma anche di spaccio di droga, omicidio, vendita di organi e altro, che, opportunamente giocate, consentono al partecipante di accumulare punti e, presumo, potere, sino a vincere, eliminando gli avversari. In alcune parti sembra il monopoli, con imprevisti e probabilità, ma il contesto è del tutto diverso, come potete immaginare, a parte, forse, per via degli alberghi.
Pare che il gioco sia stato inventato da tale Immanuel Casto (vi suona familiare l’assonanza?) che nello spot di presentazione si fa doppiare da uno speaker che ha una voce migliore della sua, si presume. Ed è strano, perché questo Casto sarebbe un cantante. Dico sarebbe, perché in realtà ha tutta l’aria di un modello, come si usava negli anni Ottanta con i vari Den Harrow, Joe Yellow, Jock Hattle, Albert One, cui un cantante professionista presta la voce per le registrazioni e i video. Sì, perché l’Immanuel gira anche dei video con canzoni che hanno testi del genere: Aprimi il PC, Formattami l’hard Disk, Montami la Ram, Riempimi di Spam, il mio sistema è in Crash e altre amenità. Ne ho trovato un altro in cui si decanta il lavoro di escort a 25 anni, l’abilità nelle pratiche sessuali e l’inutilità dell’uso del congiuntivo quando è molto più redditizia la congiunzione carnale a pagamento e la copula fatturata.
Sembra davvero di essere tornati negli anni Ottanta, quando questa filosofia (visto che di Immanuel si parla) di vita pareva in voga e aveva contagiato, anche grazie al tubo catodico di Cologno Monzese, porzioni ampie della società. Poi ci siamo svegliati dal bel sogno e siamo ripiombati nella realtà più grigia e tediosa, fatta di inflazione, svalutazione, crisi e disoccupazione. Ci risiamo? Il Casto è arrivato fuori tempo massimo? O ci sta offrendo una via d’uscita?
Non voglio essere pedagogico e tanto meno, lo ribadisco, moralista, ma considerata l’età media di chi viaggia in rete, su youtube e gli altri network, mi pare un tipo di stimolo alquanto deleterio e chi l’ha ideato, indubbiamente legittimato a farlo, un irresponsabile. Mi si dirà: “c’è benaltro in rete”. Vero, ma non cambia il mio giudizio: è una trovata idiota per idioti, che si aggiunge al mucchio di macerie culturali ammassate sulla nostra società negli ultimi vent’anni. Pensavamo che il vento di tangentopoli avrebbe sgomberato la sporcizia dalle nostre strade. L’ha semplicemente spostata, per far posto ad altra immondizia. Col nostro permesso.

Lo so già, l’ho già sentito centinaia di volte: non bisogna lasciarsi intimidire, non ci arrendiamo alla violenza, bisogna rispondere con la forza delle istituzioni, si deve avere fiducia nello Stato. Lo Stato c’è.Tutto vero, tutto giusto. Caso vuole (o forse no) che in queste settimane ricorrano i vent’anni dalle stragi Falcone e Borsellino, due vicende ancora da scrivere in buona parte, perché, se gli autori materiali sono finiti in galera — considerando che per la strage di via D’Amelio sono stati condannati anche degli innocenti — i livelli più alti ancora una volta sono risultati intoccabili e nell’ombra.
La storia italiana ci insegna che le stragi, purtroppo, sono spesso di Stato o, comunque con una compartecipazione attiva o passiva di pezzi di Stato, che forniscono risorse e mezzi o fanno finta di non accorgersi di ciò che sta accadendo. Inoltre, un attentato ad una scuola, come quella di Brindisi, è un attentato a una intera generazione, un genocidio morale e materiale.
Non sto invitando al disfattismo e credo ancora fermamente nelle istituzioni in quanto tali, ma solo in linea teorica e ideologica (che brutta parola, vero?), mentre chi le rappresenta ne è spesso indegno.
Di solito la prima domanda di fronte a fatti del genere è “cui prodest”, ma oggi bisogna chiedersi prima di tutto “cui nocest” e la risposta è: tutti noi, tutto il Paese, già provato da una crisi pesantissima economica, politica, morale, culturale, provocata da una classe dirigente che, dopo il crollo post-tangentopoli di quella che l’ha preceduta, si è fatta avanti e ha completato il lavoro di distruzione della fiducia degli italiani nella politica, nelle istituzioni, nella gestione della cosa pubblica. Sopravviviamo sulle macerie culturali degli ultimi vent’anni lasciate da questi demolitori professionisti, che, non ancora soddisfatti del lavoro svolto, vorrebbero sovrintendere anche alla ricostruzione, come quelle società adibite al rimboschimento, che, per procurarsi lavoro, appiccano incendi.
Mi auguro che questi sciacalli, già prodighi di sollecite dichiarazioni dense di partecipazione, turgide di sdegno, desiderose di trasparenza e giustizia, facciano un passo indietro e lascino lavorare chi sa lavorare, fornendo assistenza istituzionale quando serve, ma senza intralciare il cammino delle indagini tagliando fondi o istituendo commissioni inutili e dispendiose.
Mi auguro, inoltre, che gli italiani si rivelino migliori di chi li ha governati sino ad ora, cosa non difficile peraltro, ma che uno sforzo ulteriore li ponga su un piano veramente superiore, in ogni senso.
Domani, tra l’altro, si vota in molti comuni e altri sciacalli stanno pensando di pasteggiare sulle macerie con la scusa che abbiamo toccato il fondo e quindi, irresponsabilmente, si può fare e dire qualsiasi cosa, magari mandando avanti altri, perché a loro scappa da ridere. C’è davvero ben poco da ridere e molto da fare, invece e picconare il poco che è rimasto in piedi non è un buon modo per ricominciare.

Lo sciopero è riuscito, nella forma e nella sostanza. Prima di tutto perché vi è stata una adesione attiva da parte dei lavoratori, che si sono presentati ai propri turni e anche oltre, ma si sono fermati all’ingresso, dove era stato stabilito il presidio per tutto il giorno. Si è visto anche qualche giornalista e qualche fotografo e, per fortuna, hanno trovato una folla di gente che aveva voglia di parlare, raccontare, spiegare le ragioni dello sciopero e della preoccupazione per il proprio futuro. Chi ipotizzava di poter stare a casa, perché l’importante era fermare la produzione non sapeva bene quel che diceva. Quindi ci si augura un’eco prolungata, sempre che gli editori abbiano voglia e interesse a impegolarsi in una faccenda a dir poco ingarbugliata, con connotazioni economico-politiche di un qualche rilievo.
È riuscito anche nella sostanza, dicevo, perché la massiccia adesione fa ben sperare in un’unità d’intenti, anche da parte di coloro, pochi, che non riconoscono nello sciopero una forma di lotta efficace.
Se siete spettatori di Ballarò, sappiate che il sondaggio settimanale presentato ogni volta da Nando Pagnoncelli non l’abbiamo fatto noi. Non so se questo abbia un senso, ma è un’informazione e serve a ricordare che i sondaggi sono fatti da quei lavoratori che vi rompono le scatole mentre cenate e vi chiedono se preferite il governo Monti o avete nostalgia di Berlusconi, se credete che la Lega sia diversa dagli altri partiti od ogni scarrafone laureato in Albania è bello a mamma sua, se andrete a votare alle prossime elezioni o preferite passare il tempo libero in modo diverso.
Stasera, quando tornate a casa e mentre addentate lo spezzatino o date l’assalto agli spaghetti vi suona il telefono e dall’altra parte sentite una voce cortese che vi  invita a rispondere ad alcune domande di attualità, cercate di essere comprensivi, perché quella telefonata potrebbe essere l’ultima. Un bel sospiro di sollievo, direte voi, ma pensate che anche il vostro lavoro potrebbe finire un giorno per un motivo qualsiasi e vi potreste trovare nelle condizioni di dover impugnare pure voi la cornetta e fare domande alle otto di sera a chi non ha voglia di rispondere.
Ora la palla passa all’azienda. Vedremo come risponderà a tutti i livelli, da quelli locali a quelli internazionali. Di una cosa dobbiamo essere consapevoli: vittime ce ne saranno e, probabilmente, non poche. Limitare i danni è l’obiettivo oltre a vendere cara la pelle.