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donpastasbi2Il suo nome è Daniele De Michele, ma si fa chiamare Don Pasta. Il nome gliel’hanno dato in un ristorante senegalese di Parigi dove lavorava. Era l’unico bianco, era l’unico italiano, era l’unico in grado di fare una pasta decente, visto che lì cucinavano solo riso ed erano convinti che fosse un’invenzione africana. Si definisce gastrofilosofo, viene dal Salento e racconta la sua storia mentre cucina, accompagnato da due musicisti, Raffaele Casarano al sax, Marco Bardoscia al contrabbasso. Nel suo Food Sound System una vera cucina occupa il palcoscenico, assieme ad un tavolino, dove ogni tanto si siede per piluccare qualche cibo, bere un sorso di vino o tenere un comizio di rivendicazioni nutrizionali, mentre la narrazione si snoda tra una ricetta, il racconto di una storia d’amore finita, una metafora storico-socio-gastronomica (ma la parmigiana perché si chiama così se a Parma non ci sono le melanzane e perché il risotto giallo, tanto caro a Milano e a certi secessionisti, è fatto con lo zafferano, che non cresce certamente nella pianura padana?), mentre i musicisti intessono trame sonore intense o delicate a seconda della convenienza. La cucina, la gastronomia segnano i nostri tempi, siamo quello che mangiamo e come mangiamo, lento o frenetico, industriale o artigianale, supermercato o contadino, locale o internazionale (ma come fanno ad arrivare i pomodori dall’Olanda, dove non c’è il sole e fa un freddo cane? E perché ci ingozziamo di sushi quando il carpaccio di pesce crudo è una nostra specialità?), semplice  o complicato. La cucina semplice ha un’anima complessa, come Kind of Blue di Miles Davis, dice ad un certo punto Don Pasta, citando anche Tom Waits, Coltrane e i Clash. Ed è uno dei momenti più intensi e “saporiti” dello spettacolo. Se hai un problema, aggiungi olio, gli diceva sua nonna ed è diventato il suo motto, perché l’olio frigge meglio del burro e la pastafrolla ha bisogno di strutto, solo strutto, esclusivamente strutto. Don Pasta gira l’Italia e l’altro ieri ha fatto tappa anche al carcere di Bollate per uno spettacolo dedicato ai detenuti. Ieri era al circolo Arci La Scighera di Milano e il 27 novembre sarà a Roma al Jazz Festival all’Auditorium Parco della Musica per un evento speciale: WINE SOUND SYSTEM : BLOWIN’ IN THE WINE. Performance eno-musicale. Un vino, una canzone. Andate a vedere Don Pasta “già mangiati”, perché a stomaco vuoto rischiate gesti inconsulti o svenimenti da denutrizione.

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ZawinulHo dei ricordi personali molto piacevoli e preziosi riguardo a questo signore che si chiamava Joseph Zawinul, detto Joe, nato il sette luglio del 1932 a Kirkbach, nei pressi di Vienna e scomparso la scorsa notte per via di un cancro che se l’è portato via in poche settimane. L’avevo visto la prima volta da ragazzino nel 1979, credo, al mio primo concerto dei Weather Report al Palasport di Milano: uno spettacolo ricchissimo per un gruppo jazz, era l’unica band di quel genere, infatti, che avesse adottato i raggi laser. In Italia li avevano solo i Pooh. Ma Joe mi raccontò in seguito che avevano investito molto in quel tour mondiale ed erano praticamente al culmine del successo: erano usciti dischi come Black Market, Heavy Weather, il reietto Mr. Gone, il live 8:30 e stava per essere pubblicato Night Passage. Poi, piano piano, la vena artistica si sarebbe esaurita, il bassista Jaco Pastorius avrebbe lasciato il gruppo, i rapporti tra Zawinul e Wayne Shorter, l’altro membro fondatore della band, si sarebbero guastati e, alla fine, nel 1985 ci sarebbe stato lo scioglimento definitivo.
I Weather Report erano nati all’inizio degli anni ‘70 a seguito dell’esperienza di Shorter e Zawinul con Miles Davis e avrebbero rappresentato l’evoluzione del jazz su due filoni: quello elettronico ed etnico. Da una parte Zawinul, con le sue tastiere, più di ogni altro, avrebbe creato una nuova estetica sonora attraverso quegli strumenti, che la maggior parte dei suoi colleghi utilizzavano malamente; dall’altro, la sua concezione visionaria della musica lo avrebbe spinto ad introdurre elementi di quella che oggi si chiama World Music, nella complessa macchina armonica dei Weather Report. In poche parole era una sorta di sciamano elettronico. Dopo lo scioglimento della band, durata quindici anni, Joe Zawinul non si fermò e sviluppò una nuova idea, lo Zawinul Syndicate, col quale ha girato il mondo sino a pochissimo tempo fa. L’ultima volta che l’ho incontrato è stato un anno e mezzo fa per un’intervista, durante la quale si era lasciato andare a ricordi divertenti sul periodo dei Weather Report, su Miles Davis, prendendolo anche un po’ in giro. Me lo ricordo entusiasta che saltava sul divano mimando il bassista Alphonso Johnson, autore del riff di Cucumber Slumber, un bellissimo brano di Mysterious Traveller. Era contento del suo nuovo locale viennese, che aveva aperto da qualche anno, il Birdland, un jazz club nel quale aveva registrato il suo ultimo album dal vivo, Brown Street, con la WDR Big Band. Alla fine un saluto e un abbraccio e la sicurezza di vederci ancora, perché era sempre stato così negli ultimi quindici anni. E invece…

Nerissima

MontaggioI giornali stanno andando a nozze con la storiaccia di Garlasco. Soprattutto per l’intrigo che si nasconderebbe dietro un delitto che sembrava uno come tanti. Nulla si può dire di certo riguardo alla vicenda e su come si è svolta, ma i personaggi non mancano. In particolare si sono messe in evidenza quelle che alcuni giornali hanno già ribattezzato “Le Sciacalle” o le gemelle K. Sono le cugine della vittima, che non hanno perso l’occasione per mettersi in evidenza passando direttamente sul cadavere di quella poveretta, addirittura commissionando un fotomontaggio, finito su tutti i giornali, per apparire accanto alla morta ammazzata. Scommettiamo che le ritroveremo in qualche show televisivo tra non molto?