Category: I grandi interrogativi


“Eh, con gli anziani ci vuole pazienza.” L’abbiamo sentito dire centinaia di volte, anzi, noi stessi abbiamo pronunciato la fatidica frase non sempre accompagnata da una sincera convinzione. Però, forse, con un lieve moto di invidia. Come quando da bambino ti dicevano “sei ancora piccolo, non puoi farlo, non puoi capire, non puoi andare, non puoi, non puoi non puoi…” e allora pensavi “un giorno o l’altro diventerò grande e allora potrò capire, potrò fare, potrò andare, potrò, potrò, potrò…”, solo che poi non coglievi mai il momento giusto, te lo facevi sfuggire, bastava un attimo di distrazione ed eri diventato già troppo grande: “sei un ometto, ormai, devi capire, devi andare, devi fare…” e vedevi quelli più piccoli di te che si divertivano un mondo a fare le cose che avresti voluto fare tu, prima e ora. Ma tu non ci sei. Come una bestia da soma, ti hanno già caricato di responsabilità che non hai voglia di sopportare, ma devi. Stai crescendo. Non era questo che volevi? Eccoti servito. E tu che pensavi di essere libero diventando grande, perché vedevi gli adulti fare le cose che volevano con quella libertà e disinvoltura che agognavi, ti accorgi che crescere non libera, ma crea vincoli ancora più stretti di responsabilità, obblighi, convenzioni, affetti, che nemmeno sospettavi. La nostalgia di quando eri bambino, nonostante tutto, ti invade. Col senno di poi preferivi quel “sei troppo piccolo” che ti costringeva il corpo, ma non la fantasia, al “comportati da persona adulta”, che pare una dannazione eterna, perché si sa quando comincia, ma non quando avrà termine. E allora butti un occhio al nonno, che ne ha viste tante nella sua lunga vita e ora, nonostante gli acciacchi, sembra sereno, tranquillo, vive a un ritmo più umano del tuo, può permettersi l’ozio degli anziani sulla panchina del parco col giornale, le due chiacchiere con i coetanei nel cortile di casa, la benevolenza dei più giovani e la comprensione per il carattere un po’ burbero e spigoloso, ma in fondo buono. E ti chiedi: quando diventerò così anch’io? Quanto ci vorrà? Ma poi il dubbio: ci arriverò? E gli altri saranno così comprensivi con me? Io, che ho già un brutto carattere oggi (così dicono), fra trent’anni come sarò? Un vecchio brontolone che ce l’ha con tutti, bambini e adulti compresi? E se invece di avere pazienza mi spediscono in un ospizio dove mi coprirò di vomito e ragnatele? E ti vien voglia di maltrattare tutti già adesso, caso mai non riuscissi a farlo poi. Ma nemmeno questa è una soluzione praticabile. Siamo prigionieri, anzi, siamo in libertà vigilata con un sorvegliante al quale presentarci periodicamente e farci giudicare per verificare quanti anni ancora di condanna ci restano, prima che qualcuno pronunci il verdetto definitivo “Eh, con gli anziani ci vuole pazienza.”

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Ad una conferenza su arte e scienza: l’artista dice di essersi ispirata alla scienza per realizzare la sua opera; lo scienziato annuisce e dice che l’arte spesso attinge al magazzino della scienza per ispirarsi. Tutto bello, ma avrei voluto fare una domanda, che mi è rimasta in gola, poiché non erano previste domande (forse perché quando sono previste nessuno ha il coraggio di farle): ma se la scienza è in cerca della legge definitiva, della regola ultima, che spieghi la natura dei fenomeni, che riveli finalmente e definitivamente i meccanismi intrinsechi di ciò che vediamo e percepiamo, insomma, se la scienza è in cerca di risposte, mentre l’arte fa domande e non sa fare altro, procede per rotture, delle regole, delle convenzioni, del “dato per scontato”, se l’arte è il più alto modo di porre dubbi e rappresentare un punto di vista che non è convenzionale e universalmente accettato, come fanno arte e scienza ad andare d’accordo? Cosa si raccontano la sera, la testa sul cuscino, prima di addormentarsi? Ecco, questo avrei voluto chiedere. Magari a braccio mi sarebbe venuta una domanda un po’ più breve e concisa, ma si sa che scrivendo ho la tendenza a dilungarmi e a precisare meglio, tuttavia non mi resta che tenermi il dubbio artistico e, al limite, proporlo ai lettori/viandanti che passano di qui.

Quello che state per leggere è l’inizio del decimo ed ultimo capitolo del mio romanzo Silenziosa(mente), auto-pubblicato l’anno scorso. Quasi ogni capitolo si apre con un sogno ricorrente del protagonista, Cappa, un giornalista musicale con una forte ossessione che lo perseguita notte e giorno. Questa volta il sogno, che inizia sempre nello stesso modo, svolta bruscamente estromettendone l’autore e dando vita ad un concerto  straordinario con 22 musicisti e un barista, musicista anch’esso, tutti accomunati da un elemento specifico: sono inesorabilmente morti. I ventitré musicisti sono riconoscibili più o meno facilmente dalla descrizione fornita. Perciò vorrei lanciare una sfida ai musicisti vivi e agli appassionati di musica: al primo che riconosce tutti i musicisti morti che danno vita a questo concerto straordinario regalerò una copia del mio libro. Per farlo dovete iscrivervi al gruppo di facebook che ho all’uopo predisposto (non spaventatevi per l’uopo, anche se avete il colesterolo alto non vi fa male). Per evitare confusione – è chiaro che Sonny è Rollins e, comunque, è vivo, mentre Max è Roach ed è morto, ma non conta  –  l’operazione “riconoscimento” inizia nel punto in cui Sonny allontana l’ancia dalla bocca e la nota risuona ugualmente.

A voi, ora…..

                                                                       CAPITOLO 10

Lunedì, 12 novembre 2012

Al trentaduesimo chorus di St. Thomas, Sonny è fresco come uno sherpa nepalese, il mantice dei suoi polmoni pompa nel sax tenore colonne d’aria spesse come piombo, mentre noi arranchiamo sul tempo troppo veloce che Max ha staccato. Sonny conclude portando la frase su un sovracuto lunghissimo, usando la respirazione circolare, ma su quella nota la spinta deve essere fortissima e non so per quanto tempo ancora ce la farà, ma…..vedo che allontana l’ancia dalla bocca eppure la nota continua a risuonare, come se fosse stata campionata…no, ecco un ombra scura che si avvicina dalle quinte a lenti passi, ha uno strumento in mano, lungo, dritto, luccicante, ottone, tasti, chiavi, si apre leggermente a campana in fondo, un sax soprano, lo suona un signore nero, in camicia bianca e completo grigio scuro, una faccia vagamente familiare, capelli crespi cortissimi, preme forte le labbra sull’imboccatura, muove veloci le dita, una cortina di suono lo avvolge e lo esalta, comincia ad elevarsi, si ferma a mezz’aria e continua il suo solo, che ormai ha raggiunto sonorità cosmiche, mentre la sezione ritmica, di sotto, è come impazzita; in sottofondo si avverte una frequenza bassa in movimento, una specie di rombo, meglio, un ringhio, che si fa sempre più forte, sino a divenire un ruggito, un’altra figura avanza, seminascosta da una nebbia viola, imbraccia una chitarra elettrica, bianca la cassa, bianco il manico, lui è nero, anche se i tratti somatici non sono esattamente africani, c’è qualcosa in più e di diverso, una criniera di capelli ricci, baffi radi e pizzetto, gilet ricamato in oro, camicia con maniche larghe a sbuffo arrotolate agli avambracci, pantaloni di raso strettissimi in vita e scampanati in fondo, fascia attorno alla fronte, con la Stratocaster riprende il tema di St. Thomas e lo fa zompare da un’ottava all’altra tra larsen lancinanti, colpi di leva, bending sulle corde al limite dello strappo, corse della mano destra sul manico, mentre con l’altra agita le dita in gesti osceni, la lingua saetta fuori dalla bocca, lo sguardo spiritato, anche lui dopo qualche minuto levita e si mette accanto al sassofonista; sigaretta infilzata sulla paletta della Gibson SG a tracolla, bacchetta da direttore d’orchestra nella mano destra, una bambola gonfiabile tenuta per il collo in quella sinistra, un uomo baffuto, con un grosso naso leggermente adunco, il mento, appena sotto il labbro, occupato da un pizzetto nero e squadrato, si mette a dirigere il gruppo con gesti convulsi, ma precisi, ottenendo effetti sonori parossistici, poi afferra il plettro che aveva tenuto fino a quel momento tra i denti, conferendogli un sorriso sadico e perverso e attacca un assolo acidissimo, reso ancor più caustico dal sapiente uso del pedale wah-wah, sul quale agisce istericamente; non levita, si siede su uno sgabello in un angolo, ma sempre in vista del pubblico; intanto la ritmica ha modellato uno shuffle sul quale danza un nuovo suono, è acuto, leggermente saturo, è una chitarra elettrica, non c’è dubbio, la intravedo, è una Les Paul Sunburst, suono possente, tecnica slide e, infatti, ecco un uomo alto, capelli lunghi biondi, due basettoni foltissimi che si uniscono ai baffoni spioventi, il bottle-neck all’anulare, la mano scivola veloce sul manico, le posizioni sono di una precisione millimetrica, mentre svisa su un vecchio blues di Blind Will McTell, anche lui prende posto accanto agli altri; ormai il palco è una bolgia, ma si è anche miracolosamente ampliato per ospitare tutti: c’è un signore nero piuttosto corpulento, cappello in testa e occhi da matto, che balla attorno al mio pianoforte e ogni tanto appoggia a sorpresa degli accordi sbilenchi, ma di una bellezza da incanto; nel frattempo sono entrati un ciccione dallo sguardo truce con contrabbasso in spalla e uno spilungone con un lungo pizzetto che gli appuntisce il mento, armato di clarinetto basso, che battibeccano con gli strumenti e sembrano due comari; in mezzo al palco c’è un ragazzone coi capelli lisci e lunghissimi come le sue dita, che imbraccia un basso Fender fretless e arpeggia come un demonio; accanto a lui balla un nero con la criniera afro, come si usava negli anni sessanta, al collo una cinghia, che sostiene una vecchia tastiera Honer, dalla quale spreme un suono di clavinet accompagnato da una ritmica rovente e funky; e poi degli altri tipi strani: un trombettista suona uno strumento che sembra un giocattolo tanto è piccolo, un altro soffia in una tromba tutta storta, con la campana rivolta all’insù, accanto a lui un sax contralto dallo sguardo triste e le dita fulminee; in quel mentre, lento e solenne fa il suo ingresso un principe nero, giacca di pelle dal disegno orientale, occhiali grossi e scuri, capelli ondulati e lunghi sul collo, ma non sembrano i suoi. Pare non dare retta a nessuno, ma osserva tutti e pretende che tutti osservino lui. Si piega in due e, da una tromba rossa e luccicante, spara una raffica di note che fanno il silenzio intorno, fino a che non saetta lo sguardo verso il fondo del palco, dove basso e batteria terrorizzati staccano un tempo micidiale, allora il principe annuisce e alza la tromba verso il pubblico, “rantolando” qualcosa al microfonino agganciato al bordo della campana, che nessuno comprende; sento toccarmi la spalla ed è un signore cortese, nobile d’aspetto, che mi chiede gentilmente se gli cedo il posto al piano, lui in cambio mi consegna un biglietto del treno, dice che porta dritto ad Harlem, si siede e suona un blues in do, subito raggiunto da un altro, con un sorriso enorme, che, roteando gli occhi, imbocca la cornetta e inizia ad improvvisare su una tessitura altissima; volto lo sguardo e vedo schierata una fila di cantanti sul proscenio: ce n’è una con gli occhiali che prorompe in uno scat irto di citazioni, un’altra, in sovrappeso, con la voce da contralto, che gorgheggia sentimentalmente su e giù per le scale, una terza, pallidissima, un’orchidea tra i capelli, rivolta al suo tenorista di fiducia, canta di alberi da frutta del sud; una ragazza bianca, occhi sottili e occhiali rosa, strilla con voce alla carta vetrata che “è estate!”, ma non ne sembra felicissima; le risponde un giovanotto con la barba, lo sguardo tenebroso e un giubbotto di pelle di lucertola, che mormora “questa è la fine”, mentre un ragazzo malinconico, capelli biondi a caschetto, arpeggia una scala araba alla chitarra e farfuglia qualcosa su una porta rossa dipinta di nero; io osservo la scena ormai dalle quinte, il mio posto al pianoforte l’ho ceduto volentieri al Duca ferroviere. Scendo pochi gradini e mi ritrovo nel parterre dove tutto è immobile: il pubblico ha l’aspetto di quei cartonati che si trovano davanti alle pizzerie o i kebab, dove un signore dal sorriso improbabile ti offre una quattro stagioni o un cosciotto d’agnello abilmente affettato e sgrassato. La gente, cristallizzata nell’istante in cui si era resa conto che stava assistendo ad uno spettacolo-fantasma, mostrava un’espressione tra il piacevolmente sorpreso e il profondamente terrorizzato: erano pur sempre personaggi celeberrimi, ma anche inesorabilmente defunti quelli sul palco, quindi era abbastanza difficile che avessero con sé ancora la carne attorno alle ossa per reggersi in piedi e il soffio vitale per esprimersi con i loro strumenti. Io mi sentivo escluso da tutto: quella musica che mi era sembrata la ragione di vita, di tutta la vita, ora mi respingeva, mi chiedeva di togliere il disturbo e lo faceva attraverso alcuni dei miei eroi ormai passati ad altra dimensione, dove i contratti non si firmano, le serate non si fissano, i compensi non si concordano, perché non ci sono contratti, né serate, né compensi, ma un’unica vibrazione sonora costante e universale, che assume, di volta in volta, i connotati desiderati. Perciò chiunque, in sintonia con quella vibrazione, vi può intervenire e  modularla secondo la propria sensibilità e gusto. Non c’è giudizio, non c’è critica, non c’è analisi, ma solo il piacere di goderne. Ecco perché quel mondo ormai mi respingeva. Armato di bisturi, pinze, scalpelli, divaricatori, per troppi anni avevo vivisezionato l’organismo pulsante della musica, che ora si vendicava cacciandomi dal sogno, negandomi il piacere dell’abbandono ad una linea melodica struggente, allontanandomi dall’emozione di farmi avviluppare dalle spire di un’orchestra sinfonica, inibendo la commozione che un tempo mi serrava la gola ascoltando un coro gospel. Tutto finito, esaurito, chiuso, inaridito, bruciato. Non cresce più un germoglio in quel campo che un tempo era rigoglioso. Ogni pianta è estirpata, sradicata, divelta, essiccata, disidratata, sbriciolata. Mi brucia anche la gola. Mi dirigo verso il bancone, il barista mi volta le spalle, gli chiedo una birra gelata, si gira di scatto ed ha una parrucca settecentesca, il viso giovane, un vestito in broccato rosso, il sorriso sardonico e deformato da un paio di piercing sulle labbra e attraverso le sopracciglia. Ha in mano una bottiglia che mi offre chiedendo, con accento teutonico: “Non preferisce ein kalice ti Marzemino, bitte?” O fuole zentire come zi esegve die Zonata in To K545 kome zi tefe, jaaa?” Faccio un salto indietro per lo sconcerto, inciampo nello sgabello alle mie spalle e sto per cadere , aaaahhhh…

Una delle poche certezze che ho è di non avere certezze. Dica la verità soltanto la verità e nient’altro che la verità. Abbiamo sentito migliaia di volte questa formula nei film americani e guardavamo apprensivi questi personaggi in bianco e nero con mano sulla bibbia, aspettandoci rivelazioni sconvolgenti e, si sperava, risolutive per la vicenda che ci incollava alla poltrona. Quante volte abbiamo scrutato i volti di questi attori per capire se dicevano la verità o mentivano spudoratamente. Poi arrivava il Perry Mason di turno che confortava o demoliva la deposizione, talvolta palesemente bugiarda, altre volte falsata dal ricordo invecchiato o dalla memoria fallace o, ancora, dall’osservazione parziale e incompleta del fatto. La verità è un concetto solo apparentemente assoluto. Per sapere la verità bisognerebbe essere qui e ovunque, vedere e sentire ogni cosa, a destra e a sinistra, davanti e dietro, sopra e sotto e dentro. La verità è un insieme di punti di vista.
Ieri sera, finestre aperte per il caldo, nonostante l’acquazzone che ha aumentato solo il tasso di umidità, in luogo della solita ragazza alta e mora, discreta e silenziosa, che batte sul marciapiede di fronte, si dimena una strana figura, si presume femminile, ma ho qualche dubbio, vestita di un miniabito turchese che, ad ogni auto che passa, viene regolarmente alzato per mostrare i prodotti in vendita. È comica, grottesca: ad un certo punto “cavalca” sul paletto d’acciaio anti-parcheggio, per rendere più spinta l’esibizione. Dopo un po’ mi riaffaccio e la pole-dancer non c’è più. Penso: l’avrà caricata qualcuno e se la sarà portata via per uno show privato. Guardo un po’ più in là e noto due figure maschili, vicine tra loro, molto vicine, quasi troppo. I loro volti quasi si toccano, ma non in atteggiamento affettuoso, piuttosto come se stessero avviando una lite. Sembrano i miei gatti quando si affrontano orecchie basse e coda sventolante. Soprattutto uno dei due si muove in modo strano: in mancanza di coda da sventolare, allunga le braccia come se indicasse qualcosa. Poi noto che in fondo al braccio destro, in mano ha qualcosa, impugna qualcosa, una pistola nera, con la quale indica verso la piazza e poi punta in faccia al suo interlocutore, gliela agita sotto il naso. Dopo qualche secondo il pistolero abbandona la scena, che si era svolta sotto un portone illuminato da una lampada alogena, di quelle che i condomini da tempo installano per consentire ai casigliani di trovare la serratura del portone di sera. La lampada mi da modo di notare che l’uomo armato ha pantaloni chiari, una maglietta blu senza maniche e i capelli chiari. Vedo che si allontana impugnando ancora la pistola e la cosa mi incuriosisce, perché, di solito, un’arma, si cerca di nasconderla, a meno che non ci si creda Billy Kid o Tex Willer e non si desideri incutere timore tra i passanti. Contemporaneamente il minacciato si allontana dalla parte opposta scuotendo la testa, come a dire: ma guarda cosa mi doveva capitare stasera, essere minacciato da un fulminato incontrato per strada.
Decido: chiamo il 113, perché non mi va che qualcuno giri per strada pistola in pugno, anche fosse solo un giocattolo. Dopo qualche squillo mi risponde una voce alla quale descrivo la scena a cui ho assistito. Mi dice di attendere, poi mi fa altre domande, quindi si interrompe la comunicazione. Che faccio? Richiamo? E se mi risponde un altra voce, devo ricominciare tutto da capo? Il mio senso civico è discreto, ma non è grosso come un cinghiale. Guardo ancora dalla finestra ed è apparsa, come ogni sera, la solita ragazza mora da marciapiede, ma attorno a lei altre figure in divisa, quattro o cinque, sono agenti, che fermano un tizio in canottiera blu, pantaloni verdi, capelli neri, che alza le mani, mentre la donna cerca di mostrarsi indifferente a quanto le accade. È già arrivata la polizia. Che velocità, penso. Squilla il telefono, è l’agente di prima, era caduta la linea. Si scusa e mi chiede maggiori dettagli: io gli spiego che la persona fermata non mi sembra quella che ho visto sotto la lampada. La voce della legge mi risponde che, invece, è quasi sicuramente lui. Dopo qualche formalità, dati anagrafici eccetera mi saluta e mi ringrazia. Mi metto di nuovo a guardare dalla finestra meditando sul fatto, mentre le auto della polizia sono aumentate. Possibile che mi sia sbagliato? Sembrava un biondino piuttosto magro, mentre quello è moro e robusto. E poi una maglietta senza maniche è diversa da una canottiera. Forse la lampada alogena mi ha tradito schiarendo i colori e modificando i contorni. Squilla di nuovo il telefono: è uno degli agenti in strada, che mi domanda ancora cosa ho effettivamente visto. Glielo ripeto e gli espongo anche i miei dubbi sul fermato. Lui ascolta attentamente, fa qualche osservazione sulla descrizione. A quel punto gli chiedo se hanno trovato la pistola nera. Sì, l’aveva. A quel punto penso che non ci sia più niente da dire: non credo, infatti, che ci siano due tizi, vestiti in modo simile, che girano attorno a casa mia con una pistola in mano, tuttavia l’agente vuole essere sicuro e mi fa altre domande, dicendo che c’era stata un’altra segnalazione, leggermente diversa dalla mia e più coincidente con la persona fermata. Non si può escludere che siano in due. Tra l’altro, aggiunge con un accento lombardo-veneto, il tizio non è “a piombo” come si dice da queste parti, e ciò spiegherebbe anche l’atteggiamento alla John Wayne. Mi piace questa scrupolosità dell’agente nel verificare i dettagli, perché denota una ricerca della verità che non si ferma all’apparenza e conforta la mia certezza di incertezza. Alla fine mi chiede nuovamente i dati anagrafici per il suo rapporto, mi ringrazia e saluta.
Mi riaffaccio: il pistolero l’hanno portato via. Restano alcuni agenti con la giovane donna che ieri sera voleva solo lavorare e, per colpa di un gradasso a caccia di emozioni forti e un imbrattarete in cerca di storie vere o verosimili da raccontare, si è ritrovata circondata da poliziotti che l’hanno portata in questura per accertamenti. Serataccia!

Quando si cambia casa, zona, città, Paese, si trasloca insomma, cosa si fa in prima istanza? Sì, certo, si impacchetta tutto in appositi scatoloni recuperati nel retro di qualche magazzino, scartando quelli umidi, marci o che hanno contenuto forme di vita aliene, poi ci si accorge di avere un’enormità di roba e gli scatoloni, da parallelepipedi che erano originariamente, si trasformano in solidi che neppure Euclide saprebbe definire, dato il numero e l’irregolarità delle facce. Allora si deve selezionare, si butta il superfluo, si piagnucola un po’ perché certe cose si vorrebbero tenere, ma non si può conservare tutto e il distacco è sempre doloroso, ma checcazzo! siamo uomini e dobbiamo dimostrarci tali, ma non troppo, altrimenti ci si fa del male per nulla. Alla fine si carica il tutto su un camion, i meno fortunati o più parsimoniosi si accontentano di numerosi viaggi in auto o selezionano più profondamente, tagliano le necessità intrinseche ed estrinseche, morali e materiali e partono solo con uno zainetto pieno di dischi e libri e via!, verso la nuova destinazione. Ivi giunti, ci si guarda in giro entusiasti per le nuove scoperte che ci attendono, le avventure che ci coinvolgeranno, le inedite sensazioni che avvolgeranno la nostra anima. Tutto questo deve però aspettare, perché c’è da aprire gli scatoloni e decidere la collocazione di ogni cosa, sperando di trovare un posto per ogni cosa e mettere ogni cosa al suo posto, come diceva quella macera-palle di Mary Poppins. Il ripiagnucolamento riprende inevitabilmente quando ci si accorge di non avere più quel soprammobile che ci piaceva tanto, comprato in quel negozietto della ValdiNon o il portafortuna bretone, il triskell irlandese o la felpa delle isole Andenes con la balena. Mapperdiana, chissenefrega dei soprammobili e del portafortuna! Piuttosto, dov’è finito il disco di Tuck & Patti??!! Sparito! L’ira funesta rischia di rovinare l’atmosfera nostalgica. Chissà, magari in fondo a qualche scatola verrà fuori. Comunque, svolte le incombenze logistiche, è il momento delle pubbliche relazioni. Quando si abita una nuova casa, ci si presenta ai vicini o sono loro a venirci a trovare? Chi deve fare il primo passo? Si suona il campanello e, come un rappresentante di aspirapolvere, “salve, mi presento, sono il vostro nuovo vicino di casa”, oppure si attende che venga organizzato un comitato d’accoglienza e una sera, mentre si torna a casa, si ha l’improbabile sorpresa di trovare uno striscione nell’androne con scritto “Benvenuto! e tutti che applaudono e sorridono come deficienti? Sono così pericolosamente vicino all’asocialità, che sarà bene guardarsi intorno, perché ho l’impressione che il comitato di benvenuto sia un’invenzione da film americano stile Brian Yuzna, dove si scopre che i cortesi concittadini in realtà sono una setta cannibale invasata e non voglio finire fagocitato durante un’orgia. Vado e busso. Vi saprò dire. Se sopravvivo.

Come quelli che comprano le librerie già piene di volumi, a volte persino finti e sistemati nei ripiani più alti dove nessuno andrà mai a curiosare, per darsi un tono e arredare una parete di casa, così si torna a parlare di crocefisso come complemento d’arredo. Lo fa ancora una volta la Lega Nord, che mai riesce ad elevarsi dal pantano di becero populismo in cui si dimena da decenni, presentando un progetto di legge regionale al Consiglio della Lombardia, in cui obbligherebbe tutte le sedi istituzionali della Regione ad esporre il simbolo sacro, non tanto per la sua valenza spirituale e religiosa, bensì culturale e storica. Nei quattro articoli si elenca tutta una serie di motivazioni identitarie e di civiltà che imporrebbero la croce quale simbolo della nostra cultura, senza mai fare menzione di religione (in uno Stato concordatario come il nostro in cui ci sono ancora partiti che si definiscono cristiani avrebbero potuto comodamente farlo) o, quanto meno, di spiritualità. È prevista addirittura una sanzione amministrativa per chi rifiutasse di obbedire all’ordinanza. Allora, mi chiedo, da non cristiano: ma perché proprio il crocefisso? Di manufatti in legno simbolo del nostro artigianato o del design italico ve ne sono a iosa: dai tavolini fratini ai comò Luigi XVI, dalle pendole in noce alle console a parete, dalle preziose specchiere di legno dorato alle finestre finemente intagliate, dalle sedie savonarola alle cassapanche in legno massello, fino ai cori lignei delle chiese e i confessionali, utilissimi, se sufficientemente ampi, come comodi guardaroba. Per non parlare delle opere d’arte dei maestri di pittura e scultura, che ancor di più elevano il nome dell’Italia nel mondo come patria di Cultura, Civiltà e Bellezza. E gli strumenti musicali? Perché non accogliere negli uffici regionali della lombardia i cittadini in un ambiente decorato con riproduzioni fedeli di Guarneri del Gesù appesi ai muri? O meglio ancora: in attesa di essere ricevuti dal funzionario di turno, gli utenti potrebbero essere allietati da esecuzioni organistiche su strumenti d’epoca, magari un Bossi del 1861, da parte di strumentisti di provata origine lombarda, naturalmente, e solo ed esclusivamente di compositori padani.
Di idee se ne potrebbero illustrare parecchie, senza stare a scomodare le Fede che, è evidente, difetta ai rappresentanti leghisti in consiglio regionale. Ma in fondo è giusto: la religione è un’intima convinzione, che alberga nell’animo di chi la nutre, va custodita come preziosa reliquia e non sbandierata come un vessillo qualsiasi, un drappo verde o giallo o rosso da sventolare per dichiarare la propria appartenenza ad una qualsiasi categoria. O peggio, mulinandone i simboli come randelli. I simboli lasciamoli dove stanno, al loro posto d’elezione, nei luoghi della Fede e del raccoglimento, non tra le carte bollate, i moduli da riempire e le graduatorie per le case popolari.