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Sono successe cose in queste settimane rispetto a quanto scritto in un paio di post:
Kafka a Milano si è risolto positivamente grazie alla stessa amministrazione comunale. Spiego meglio: da alcuni anni, dopo lunga attesa, anche il Comune di Milano si è dotato del Difensore Civico, una figura istituzionale alla quale il cittadino può rivolgersi se ritiene di avere subito un torto dalla Pubblica Amministrazione, la quale, si sa, spesso si muove come il classico elefante nella cristalleria. La figura istituzionale del Difensore Civico funziona talmente bene, che nell’ultima finanziaria si era previsto di cancellarlo. Motivo ufficiale: costa troppo. Motivo vero: il cittadino spesso ottiene ragione dal Difensore e costringe i Comuni a pagare danni o, come nel mio caso, a non incassare multe comminate indebitamente. Poi, per fortuna, un decreto ha modificato questa decisione e il Difensore è stato prorogato fino al 2011, poi si vedrà. Questo ha provocato un ritardo nella procedura, come mi hanno spiegato, perché l’Amministrazione Comunale si è presa del tempo prima di comunicare ufficialmente alla segreteria del Difensore l’ avvenuto ripristino dell’Ufficio. Ciononostante, l’altro giorno mi hanno comunicato la felice risoluzione del mio caso, dovuto, a quanto pare, ad un errore della Motorizzazione Civile alla quale non risultava la mia patente, che detengo dal 1981. Non ho potuto fare altro che ringraziare il Difensore e augurargli lungo e proficuo lavoro al servizio dei cittadini.
Il secondo aggiornamento, sicuramente di minore interesse, riguarda i miei Dadi nei denti (acci-denti). Ieri ne ho lasciato uno dal dentista, una brava persona che non lesina l’anestetico e, dopo tre quarti d’ora di attesa, per essere sicuro che la parte fosse davvero insensibile, mi ha infilato una pinza in bocca e in due secondi si è preso un molare.
Ora il mio apparato masticatorio consta di ben ventinove denti (29), perché altri due glieli avevo lasciati anni fa. Nulla in confronto a chi ne vanta ben 36, ma non si può avere tutto nella vita e bisogna sapersi accontentare.

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Sono furioso. Lo sapevo che sarebbe successo. Non volevo farmene una ragione, mi dicevo “ma no, vedrai che stavolta fanno le cose per bene, hanno imparato, siamo anche sotto elezioni regionali, non possono sgarrare più di tanto” e invece l’hanno fatto. Stamattina esco di casa, passo vicino alla mia macchina e trovo una multa per sosta vietata sul parabrezza. Vado dall’ausiliare della sosta che me l’ha appena appioppata per contestarla e chiedere ragione e, da bravo robot (prima o poi li sostituiranno con macchine cibernetiche, il risultato sarà lo stesso) mi indica la strada del giudice di pace per fare ricorso e la porta di casa del vicesindaco per protestare. Ora, si dà il caso che il vicesindaco sia mio vicino di casa, lo vedo dalla mia finestra quando esce e quando torna con l’auto e l’autista del Comune e il lampeggiante sul tetto. Ma cosa c’entra il vicesindaco, vi chiederete voi che non abitate a Milano e non conoscete il prode Riccardo De Corato. Il vicesindaco, se fosse una divinità indù, sarebbe una dea Kalì al cubo: ha mille braccia, mille occhi, mille bocche, tocca tutto, vede tutto, dice tutto. Sì, certo, ogni tanto incorre in qualche topicch (in milanese significa inciampo, si pronuncia tupìc), ad esempio quando si lamenta di certi lavori pubblici, dimenticando che per molti anni, fino al 2006, ne è stato il responsabile, all’epoca delle due giunte Albertini (un caso eclatante è la Piramide al centro del Cimitero Maggiore, opera pubblica inaugurata nel 2005, che cade già a pezzi, con le salme nei loculi che scoppiano e i dolenti che vagano al buio e in mezzo all’acqua, per non parlare dei numerosi cantieri aperti e mai chiusi per i parcheggi sotterranei e quelli per i quali sono in corso inchieste della magistratura, come Piazza Bernini e Largo Rio de Janeiro, il manto stradale fatiscente, che si apre ad ogni pioggia e i masselli dei pavé che saltano) oppure quando, appena diventato assessore alla “fluidità del traffico” defenestrando il “povero” Edoardo Croci, afferma che l’Ecopass è una iattura, salvo poi riferire davanti alle telecamere, che il sindaco ha fatto un ottimo lavoro con l’Ecopass, che è da riconfermare. E che dire della sua delega alla sicurezza, che lo costringe a dichiarazioni alle agenzie a ripetizione, sia per lodare l’efficienza del suo assessorato, quando ottiene qualche risultato in termini di ordine pubblico, sia per affermare la propria incompetenza quando si trova nei guai e scarica la responsabilità sulla questura e sul prefetto. Insomma, mille mani, mille bocche, mille occhi, ma in contraddizione tra di loro. Il fatto è che l’autunno scorso, il “defenestrato” (l’ex assessore al traffico Croci) aveva spedito ai cittadini della mia zona, che è anche quella del Vicesindaco, un bell’avviso che diceva più o meno così: “stiamo attuando il regime di sosta regolamentata, ma non preoccupatevi voi residenti, non dovrete pagare, in quanto residenti, appunto. Per segnalare la vostra qualità di residenti avrete bisogno di un permesso apposito, ma non preoccupatevi nemmeno per questo, ve lo spediamo a casa noi.” Incoraggiante, no? Mi sono fidato. In realtà il permesso non è ancora arrivato, o meglio, a qualcuno è arrivato, a molti altri no. So di una conoscente che l’ha ricevuto con la targa di una macchina che non ha più da anni, ma si tratterà di un disguido, può capitare. E invece no. Oggi mi sono accorto che non dovevo fidarmi. E, finché non risolvo il problema, ogni giorno è buono per prendere multe, vale per me e per tutti i cittadini ancora senza permesso. Sarà una spirale infinita, una situazione kafkiana sempre più ingarbugliata, che comporterà perdite di tempo, esborso di denaro, carte bollate, discussioni, spiegazioni. Il passaggio da un assessore all’altro ha provocato il disagio e l’incazzatura per il cittadino, perché non solo le mani destre dell’assessore non sanno quello che fanno le sinistre, ma nemmeno il neo assessore sa quello che ha fatto l’ex assessore. O forse lo sa, ma non gliene importa nulla. Ho capito, ce l’ha con noi, ce l’ha con noi cittadini, gli diamo fastidio, vorrebbe che ce ne andassimo con tutte le nostre esigenze e lamentele. Vicesindaco, nonché assessore alla Sicurezza, nonché assessore alla Fluidità del Traffico, nonché assessore per i rapporti con il Consiglio Comunale, nonché assessore per l’attuazione del programma, nonché parlamentare, ci faccia un favore: se ne vada lei. Torni ad Andria, da dove è arrivato. Magari lì hanno bisogno di uno come lei, con il suo accento così tipico e la sua efficienza. Noi avremmo bisogno di un assessore che faccia il bene dei cittadini e lei non ha queste qualità.


Aggiornamento: sono sceso di nuovo e ho scoperto di avere appena preso un’altra multa, nello stesso giorno e nello stesso punto, perché un altro zelante funzionario del Comune è passato e mi ha trovato sprovvisto dell’apposito permesso, promesso dall’assessore e mai arrivato. Per di più il verbale è bello inzuppato di pioggia, quindi inutilizzabile per l’eventuale pagamento. Adesso mi manca solo la rimozione forzata. Arriverà anche quella.

Ultimissimo aggiornamento: mi sono procurato il permesso provvisorio valevole fino a luglio, con la promessa (un’altra!) che quello definitivo mi verrà spedito a casa in tempo. Mi vien da piangere.

È la seconda volta che il CAF CGIL mi frega: la prima, l’anno scorso, si era meritata un circostanziato e ironico post, ma stavolta sono veramente incazzato. Non solo il sistema per fissare un appuntamento è complicato e scomodo per l’utente (bisogna passare da un centralino con numero verde che prende gli appuntamenti dove vuole lui, ma poi graziosamente ti spedisce via posta elettronica l’elenco dei documenti occorrenti e ti ricorda con sms l’imminenza dell’appuntamento), ma dopo avere perso mezzo pomeriggio per recarmi a Sesto San Giovanni (da Milano e sotto la pioggia), mi dicono che la consulenza era solo per i modelli 730 precompilati (cado dalle nuvole!), mentre quelli “in assistenza” (ricado dalle nuvole) li fanno domani mattina, come se io fossi un nullafacente che ha a disposizione ogni ora del giorno e della notte per compilare la dichiarazione dei redditi. Sarà che quella era la sede dello SPI, il sindacato dei pensionati della CGIL e sono abituati ad avere a che fare con anziani che, per loro fortuna, probabilmente hanno smesso di lavorare e hanno più tempo a disposizione, ma li ho mandati cordialmente sulla forca. Sono andato dalla concorrenza, dove già mi era recato l’anno scorso: il CAF della UIL sotto casa, che, senza appuntamento, domani mi compila il 730. Se il sindacato di Epifani spendesse meno soldi per fare pubblicità su radio, televisioni, giornali, affissioni e migliorasse il servizio incrementando il personale, sarebbe meglio per tutti.

Come tutti i contribuenti, tranne la fetta “evasiva”, eccomi alle prese con la dichiarazione dei redditi. Dato che con i numeri, le percentuali, le deduzioni e le detrazioni, gli scaglioni, le quote eccedenti, quelle con le ali (aliquote, ah ah ah!) e quelle ammortizzabili vado poco d’accordo, mi faccio aiutare da un bel CAF, acronimo che una volta stava per comitato anti-fascista e oggi per Centro Assistenza Fiscale (come cambiano i tempi nell’era Padoa-Vischioppa-Tremonti!). Sento la pubblicità di quello associato al sindacato più diffuso d’Italia (no, non è ancora quello padano, ma tra non molto…) e decido di affidarmi alla sua sapienza e competenza. Anzi, per meglio approcciare il busillis, mi ci iscrivo (al sindacato, non al CAF), poiché, come socio, ritengo di poter usufruire di un miglior servizio. La fine del mese è vicina, raccolgo tutti i documenti utili e chiamo il magico numero verdognolo (non è esattamente verde, non è gratuito, è un 848 a tariffa fissa) e dopo soli due tentativi mi risponde la gentile voce di Simone, che mi chiede in cosa mi può aiutare, il tipico modo anglosassone, mutuato dall’ “how can I help you?”, che ha sostituito il più asettico: desideraaaa?, che fa tanto Bice Valori al centralino della RAI di Canzonissima. Gli spiego l’esigenza di fissare un appuntamento per compiere il mio dovere di onesto cittadino, felice di contribuire con le sue poche risorse al benessere del Paese e garantire l’erogazione dei servizi utili alla collettività. Non lo espongo proprio in questi termini, ma lui è intuitivo e capisce, verifica l’agenda e mi fissa un appuntamento per il 3 luglio. Ora, io non sono informatissimo sulle scadenze, ma ho un vago ricordo relativo alla fine di maggio o i primi di giugno e mi pare che la data propostami sia un tantino in là nel tempo. Espresse le mie perplessità, il cortese Simone mi spiega che, se presentata attraverso il CAF o intermediario autorizzato, la dichiarazione può essere consegnata entro il 31 luglio. Rassicurato sulla scadenza, accolgo con esultanza la data del 3 luglio, nel pomeriggio alle 16:30 (ne prendo nota immediatamente in agenda, è un giovedì, giorno fausto per il pagamento delle tasse, a ridosso del weekend, durante il quale ci si potrà distrarre dal salasso appena conseguito) e ringrazio per prontezza, precisione ed efficienza il buon Simone. Tuttavia, non so perché, sento che c’è qualcosa di strano, un tarlo che comincia a rodere, perché è stato tutto troppo facile. Vado sul sito del CAF e controllo le scadenze: è vero, per la presentazione della dichiarazione c’è tempo sino al 31 luglio, ma per i pagamenti il termine è il 16 giugno, una data sensibilmente anteriore. Ma come faccio a sapere se devo pagare un conguaglio rispetto ai contributi già versati se l’esperto non me lo dice? E come faccio a versarli entro il 16 giugno se l’esperto me lo comunica dopo il 3 luglio? Rischio di diventare “evasivo” anch’io. La faccenda non mi piace e richiamo il numero verdognolo: le possibilità di parlare ancora col gentile Simone sono pari al numero di volte in cui un politico colto con le mani nella marmellata abbia ammesso le proprie responsabilità senza accampare scuse e giustificazioni e, infatti, mi risponde la cortese Alessandra, alla quale confido tutti i miei dubbi. Lei comprende e con rassegnazione mi informa che la convenzione con il sindacato prevede di assumere incarichi solo dopo il 18 giugno. “Ma così significa pagare inevitabilmente in ritardo e incorrere nella mora!” – le ribatto. “Sì – mi risponde, aggiungendo che la mora è del quattro per mille sul dovuto. Mi consiglia di chiamare direttamente il sindacato per chiarimenti, fornendomi il numero diretto. Lo faccio e risulta sempre occupato. Allora chiamo il centralino, che mi conferma l’esattezza del numero, ma aggiunge anche che se risulta occupato a me, la chiamata dall’interno darà lo stesso esito. E, infatti, il telefono è libero. Mi risponde una signora dal fare serio e compunto. Anche a lei confido il mio travaglio. Ricevo la risposta che prevedevo e che non mi piace: è così e non ci si può fare niente.
“Ma quando mi sono iscritto al sindacato mi avete detto che avrei avuto a disposizione una serie di servizi di consulenza, non che avrei pagato le tasse in ritardo, questo non c’è scritto sul libretto che mi avete consegnato e non lo dite neppure negli spot pubblicitari che mandate in onda nelle radio nazionali!”
“Ha ragione – mi risponde – se vuole le do il numero del nostro ufficio legale.”
“E cosa me ne faccio? Non voglio mica farvi causa, sto semplicemente lamentando un disservizio che lei mi conferma insito nel servizio stesso: in altre parole una fregatura.”
“No, il fatto è che parlando con l’ufficio legale potrebbe farsi rifondere la mora, non sarebbe la prima volta.”
“Non è questo il punto. La rifondono a me che telefono e non ad un altro che per motivi suoi non chiama. Ma che sistema è? E poi, per colpa vostra passo per uno che paga le tasse in ritardo e questo è un danno che non mi potete rifondere.”
“Mi spiace…”
“Anche a me, buongiorno.”
Mentre metto giù la cornetta sento chiaramente la mia interlocutrice parlare con un collega e dire qualcosa del tipo: “ora chiamo il capo, perché non è possibile che ci dobbiamo beccare i cazziatoni degli iscritti a causa della loro disorganizzazione…”
Se il rapporto cittadino-fisco non è mai stato dei più felici, questo è il modo migliore per affossarlo defintivamente.

Che telefilm guardi Visco è un dettaglio che mi piacerebbe scoprire. “Basta vedere qualsiasi telefilm americano per sapere che i redditi dei cittadini sono a disposizione in rete” ci fa sapere il prossimo ex vice-ministro. Secondo me gli ha fatto male guardare Walker Texas Ranger tutte le sere. Comunque, a Milano c’è un posto in via Manin, si chiama Intendenza di Finanza, dove sin dagli anni ‘70 si può andare a consultare le dichiarazioni dei redditi dei nostri concittadini. Certo, sono elenchi cartacei, non è roba da internet, che può essere duplicata manomessa, replicata all’infinito, tuttavia sono atti pubblici. Il principio è quello espresso malamente da Visco, che ha pessime maniere, come si è visto per la vicenda del generale Speciale, altro bell’arnese in divisa. Pensandoci bene, mostrare in pubblico i propri redditi è un po’ come frequentare una spiaggia di nudisti, dove nessuno ha qualcosa da nascondere, ci si mostra tutti per quello che si è, senza remore, stupidi esibizionismi o tristi repressioni. Non dico che si sia tutti uguali (e vabbe’, non si può avere tutto), ma senza tasche o con le tasche trasparenti è un modo per sentirsi più comunità. D’altra parte, sul reddito personale si calcola il contributo che il cittadino versa all’erario mettendolo in comune con gli altri e questo riguarda tutti, quindi è pubblico. O no?

V. RossiAnche il dott. Rossi Valentino è finito nel mirino del fisco. Forse mal consigliato, il campione di motociclismo, dopo avere trasferito la residenza, ma non il domicilio in Inghilterra, ha goduto, o pensato di poter godere, di un regime privilegiato che gli consentiva di dichiarare redditi irrisori sia in Italia, sia nel Regno Unito. Ma, evidentemente non è così e ora il fisco italiano gli contesta 60 milioni di euro di imposte non pagate. Sembra anche che i suoi commercialisti abbiano tentato di sviare i pedinamenti finanziari delle autorità attraverso società fittizie all’estero alle quali ricondurre i guadagni delle ricche sponsorizzazioni, che rappresentano una delle fonti di guadagno maggiori per il centauro. Ahiahiahi dott. Rossi, ha un cognome così comune in Italia che è cascato nel vizio più comune di molti italiani. C’era bisogno?