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Il CantiereL’audio racconto andato in onda l’anno scorso su RadioTre ispirato al personaggio di Silenziosa(mente)

https://soundcloud.com/gcanc/cappa-blues

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Torna Cappa, il protagonista di Silenziosa(mente), per far danni anche a RadioTre

Il Cantiere

Wow, che emozione, dopo oltre due anni torno in onda sotto forma di musicista, non mi contengo 😀

Ecco qui!

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Luca Barbarossa è un cantautore da sempre un po’ snobbato. Le sue canzoni, tranne qualche eccezione, non possono dirsi di “impegno”. Annoverato tra i cosiddetti artisti di sinistra, non ha mai fatto dell’appartenenza politica un grimaldello per aprire porte e portoni. Scrive con coerenza pezzi romantici, intimisti, che raccontano storie piccole di vita quotidiana, di sentimenti semplici, dall’inizio della sua carriera discografica, che possiamo datare al 1981, quando irruppe nelle radio col 45 giri (allora si vendevano ancora) Roma Spogliata, anticipo di un bel disco d’esordio eponimo, prodotto da quel genio ondivago, disilluso, innamorato perso del rock ‘n’ roll, che è Shel Shapiro. Trent’anni di carriera, un festival di Sanremo vinto nel 1992 con un pezzo, Portami A Ballare, a dir poco ruffiano, ma più che dignitoso, mai un pettegolezzo o una voce extra-musicale, mai una sbandata verso la conduzione televisiva o un cambiamento di mestiere qualsiasi solo per far parlare di sé. Un vero “operaio” della musica: centinaia di concerti, una quindicina di dischi (relativamente pochi rispetto ad altre carriere anche più brevi), la chitarra acustica sempre a tracolla, ricordo di quella passione west-coast che ha segnato la sua e la nostra esistenza una quarantina d’anni fa. Per il grande pubblico, però, l’impressione è che stia sempre ricominciando da capo: quando salta fuori il suo nome sembra si stia parlando di un reduce, uno sparito per chissà quanto tempo, che si sia arruolato nella legione straniera, abbia passato un periodo di ripensamento, come si dice quando si finisce in clinica o si cambia mestiere e si diventa taxista o lattaio. E invece praticamente non ha mai smesso. Tra l’altro, dall’anno scorso conduce un bel programma su RadioDue RAI al mattino del sabato e della domenica, RADIODUE SOCIAL CLUB, tra interviste ad ospiti in studio, canzoni dal vivo con una ricca band e sketch che rimandano ai tempi gloriosi del varietà alla radio. Personalmente ricordo un’intervista che gli feci nell’86: giustamente si lamentava un po’ del fatto che molta stampa lo trattava come una specie di nipotino di Lando Fiorini, per questa sua “passionaccia romana” che emergeva prepotente in tanti suoi successi, a cominciare da Via Margutta.
Ora sta girando l’Italia con uno spettacolo di musica e teatro satitrico e umoristico (non so perché, ma non mi piace chiamarlo cabaret, che sa tanto di tv), tra i più divertenti che mi sia capitato di vedere ultimamente. Nonostante il titolo banalotto, Attenti a quei 2, per due ore e mezzo (!!!) Barbarossa ci porta in giro per il suo vasto repertorio, recente e no, accompagnato da un ottimo quintetto (due chitarre, basso, batteria, tastiere) assieme a quel bravo attore, non solo comico, che è Neri Marcoré, più noto al pubblico televisivo come imitatore di Pierferdy Casini, del più spassoso e somigliante Gasparri catodico in circolazione, di Silviuccio nostro (of course), di uno schizofrenico Di Pietro, di Amedeo Minghi e di un fantastico Alberto Angela. Anche Barbarossa, con una buona dose di autoironia, si lascia volentieri prendere in giro e maltrattare, condividendo il palco con un personaggio che rischierebbe di rubargli la scena (Marcoré è anche buon cantante e chitarrista), se lo spettacolo non fosse ben calibrato e se Luca non potesse contare sull’appoggio del suo pubblico più fedele, in prevalenza femminile, non foltissimo e scalmanato l’altra sera alla Festa Democratica di Milano al PalaSharp, tuttavia caldo e prodigo di complimenti, applausi e grida di sostegno.
Nel 2011 ci si attende che questo operaio della musica diventi almeno caporeparto: se lo merita.

archim11Su RadioUno il venerdì alle 12.30 c’è un bel programma, L’Italia Che Va. Diffonde, con la sua attitudine ottimistica, l’idea che nel nostro Paese ci siano delle realtà virtuose, funzionanti, redditizie, ma, soprattutto, in via di sviluppo e ricche di prospettive. Si parla di attività artigianali, industriali, di servizio, che offrono un’immagine dell’Italia molto diversa da quella che i telegiornali ci propinano quotidianamente. Insomma, l’Italia che pensa positivo, come da sigla, ed è un piacere ascoltarla. Ma stamattina mi sembrava di sognare: ad un certo punto la conduttrice, Stefania Giacomini, chiama in causa l’attività di un’impresa che si occupa di produzione e conservazione d’energia attraverso l’uso di specchi convessi, come duemilatrecento anni fa aveva già intuito Archimede da Siracusa. E cita il “Pitagorico”. Sì, avete letto bene: non lo scienziato originario, probabilmente, della Magna Grecia, estensore del famoso principio e che, forse, escogitò il marchingegno degli specchi ustori per spezzare l’assedio romano della città siciliana, bensì il papero col cappello pensatore, con l’assistente Edi a forma di lampadina, cui ricorrono Paperone, Paperino, Qui Quo e Qua, contro il quale si scagliò Spennacchiotto, invidioso del suo genio e che con quattro rottami trovati in discarica è in grado di costruire un razzo lunare. Proprio lui. Ho pensato: è proprio l‘Italia che va…a ramengo. E invece no, anch’io voglio essere ottimista e sperare che a Milano, come a Paperopoli, si possa un giorno godere della vista di un deposito di tre ettari cubici di denaro sulla montagnetta di San Siro. Per adesso abbiamo il nuovo grattacielo della Regione, che ha cancellato il Bosco di Gioia, ma a Paperopoli può accadere di tutto. Anche che arrivi Maga Magò e diventi sindaca.

Podcast

logoSu questo blog non ho quasi mai parlato della mia attività radiofonica a Radio Meneghina, che, fino a pochi giorni fa, è stata quella che più mi ha impegnato per quasi trent’anni. Domenica è terminata, spero temporaneamente, per molti motivi di carattere professionale e privato.
Non piacendomi  lunghi addii, ho annunciato la mia partenza solo negli ultimissimi giorni, dando comunque adito, mio malgrado, ad attestazioni di affetto, simpatia e stima in molti casi imbarazzanti.

Tuttavia, immagino che in tanti non abbiano avuto la notizia che a cose fatte. Non potendo spiegare ad ognuno di loro come sono andate le cose e sapendo che le notizie, percorrendo strade accidentate, si ammaccano, si stortano, si modificano, mutano, ho creduto opportuno mettere il mio commiato di domenica 13 dicembre in rete, in modo che, chi possegga un collegameno internet e dieci minuti da perdere, possa capire cosa è significato per me porre fine a ventotto anni di vita professionale e non solo. I nomi sono quelli di chi ho incontrato e con i quali ho collaborato a lungo e piacevolmente. Esiste anche anche la versione audio, ovviamente, un poco più ricca, ma quella è di proprietà della radio e, se vorranno, potranno metterla in onda di nuovo quando vorranno.

Siamo veramente ai titoli di coda di questo film lungo 28 anni. 28 anni lunghi e avventurosi. sono più di metà della mia vita trascorsa sino ad ora, che ho passato in gran parte qui, sabati e domeniche e festivi e natale e capodanno e pasqua e ferragosto compresi, come tutti sanno e come sanno anche gli ex colleghi che si sono alternati a quest microfoni e facevano i miei stessi turni. 28 anni di lavoro, di crescita, di divertimento, di incazzature, di discussioni, di conoscenza, di incontri interessanti, proficui, utili, inutili, di ogni genere. 28 anni di amicizia e vicinanza con tante persone: a cominciare da direttore e fondatore della radio, TB, col quale il rapporto è stato subito speciale, non so bene perché, ma forse aveva visto nel sottoscritto meriti e qualità che nemmeno io pensavo di avere. Un direttore che ha cercato di indirizzarmi verso un senso del lavoro che, confesso, all’inizio non è che mi andasse a genio. Avevo 19 20 anni all’epoca, abituato al mondo scolastico e uno spirito che respingeva un tantino l’autorità, aspetto che peraltro un po’ è rimasto, ma che si esprime in diverse forme, in qualche modo meno autolesionistiche. In realtà, come al solito, aveva ragione lui, ma l’ho capito solo col tempo e non senza difficoltà, problemi, contrasti, frizioni – ognuno ha il suo carattere e non sempre è compatibile con quello altrui – e devo dire che ripensandoci, a distanza di tanto tempo, fossi stato al suo posto mi sarei mandato a quel paese diverse volte, cosa che lui non ha fatto. Ci sono state diverse scosse di assestamento, ma alla fine, penso, ci siamo intesi. Mi ha dato la responsabilità dei notiziari del mattino, la rassegna stampa, il filo diretto quotidiano con gli ascoltatori, non è roba da poco. La cosa strana è che non mi ha insegnato quasi nulla direttamente, ma è bastato seguirlo e cercare d fare come faceva lui. Tanto bastava e credo sia bastato per farmi arrivare fino a qui.

Dei colleghi, dei conduttori quotidiani come me vorrei citarne due: Rino Mangano, che nei primi mesi mi ha guidato alla conoscenza della radio, del modo di parlare, condurre, usare mixer e altri macchinari, sempre con pazienza, comprensione, divertimento. Ero semianalfabeta di radio nel 1981 quando sono arrivato e lui mi ha insegnato l’ABC. Una cosa che non sono mai riuscito a fare era condurre come faceva lui, sempre allegro, riusciva dire delle cose pazzesche, a divertire la gente in un modo che era soltanto suo. Era rarissimo vedere Rino arrabbiato o nervoso, per tirarlo fuori dai gangheri dovevi lavorarci su mesi e non eri nemmeno sicuro di riuscirci. Qualcuno, però, ci è riuscito. Abbiamo lavorato anni assieme, di pomeriggio soprattutto, ma anche di sera quando i turni arrivavano sino a mezzanotte. Ne abbiamo fatte di tutti i colori. Una cosa che non abbiamo mai fatto assieme è suonare. ma chissà, un giorno magari. Un’altra cosa che non ricordo di avere fatto con Rino è litigare, anche se un paio di volte siamo arrivati al bordo di una discussione, credo, ma subito smorzata.

L’ altro collega è Marco Bergonti. Anche con Marco c’è stato un rapporto speciale, iniziato quando a metà anni 80 è tornato a lavorare in Radio dopo un periodo di assenza. Con lui l’intesa è partita diversamente, anche se non ricordo esattamente come. Fatto sta che ci siamo trovati a condurre un programma assieme il sabato pomeriggio, complice il pittore Elio Borgonovo. Con lui parlavamo di canzoni e ne citò una, Amor di Pastorello, raccontandoci che si trattava di una delle canzoni pù cretine che avesse mai sentito. La andammo a prendere, la ascoltammo ed effettivamente una canzone così cretina era dfficile da trovare. E invece ne trovammo molte. In realtà noi eravamo più cretini delle canzoni che commentavamo in un programma che si chiamava Crazy Old, di cui, ripensandoci, mi vergogno anche un po’, perché prendevamo in giro degli autori che facevano dignitosamente il loro lavoro, ma per noi rappresentavano l’oggetto del dileggio. Tra l’altro, ad un certo punto ci fu compice Rino, che registrava in modo orribile delle canzoni moderne e noi facevamo passare per l’ospite ogni volta con un nome diverso: Remo la Barca, Guido la Vespa e altri appellativi improbabili inventati quasi sempre da Marco. Seguirono altri programmi non meno assurdi, come 45’ della Nostra Storia e altri completamente improvvisati, tappabuchi realizzati all’impronta, sino all’ultimo L’isola, uno sceneggiato quasi a braccio, nel senso che avevamo un canovaccio su cui improvvisavamo. Due naufraghi in un’ isola semideserta con animali strani, i cannibali che volevano pasteggiare con noi eccetera. Poi Marco cambiò mestiere, infine se ne andò, in tutti i sensi. L’ultimo ricordo che ho di marco è seduto sul letto del San Carlo, che ride, come al solito.

Con Osvaldo Perelli, invece, ricordo benissimo come cominciò. Con una foca. Era l’epoca di Ambrogio Fogar e del suo tentativo di attraversare l’artide a piedi, poi con l’aiuto di un aereo per via di non ricordo cosa. In una trasmissione in cui OP parlava di questo episodio, scherzandoci su, io ebbi l’idea di imitare una foca, per fare ambiente del polo nord. Da lì partì una collaborazione che si è conclusa solo un due tre anni fa con l’ultima stagione dei Fusibili, l’ultimo di una lunghissima serie di cicli di trasmissioni, ad ogni ora del giorno e della notte: dal mattino, alle 8 – se Isaac Asimov scriveva le Cronache della Galassia noi avevamo le Cronache dal Gasometro – al pomeriggio con i suoi numerosi varietà, con Laura Olivares spesso, alla sera con Non c’è pace tra i giulivi con Giada De Gioia, e poi con Si stava Meglio Domani, ancora con Marco Bergonti. C’erano delle volte che ci bloccavamo in diretta, non sapevamo come andare avanti da tanto ridevamo. Bei tempi.

Di conduttori a cui sono/ero affezionato ce ne sono tanti: da Giovanna Ferrante, una collega e amica sempre piacevole, disponibile, colta, comprensiva e collaborativa al Prof. Pier Gildo Bianchi, serio, autorevole, autoironico, da Mario Censabella, presidente dell’Unione Italiana Ciechi di Milano, un’altra sagoma ad Alberto Lorenzi, finissimo umorista, da Carletto Colombo e Piero Mazzarella, due giganti del teatro, a Bruno Zocchi, col quale ho lavorato anche in palcoscenico, da Laura Olivares, con la sua simpatia, le sue risate e i suoi imbarazzi, a, naturalmente, Ada Lauzi, con la quale ho passato ore di puro divertimento, ma anche di cultura, perché è una vera sagoma, un’attrice comica nata, oltre che una bravissima poetessa e un’ottima traduttrice in milanese. Ezio Soffientini, col quale ho fatto innumerevoli stagioni di Tra ‘l Gnacch e’l Petacch, Lucillo Pitton con Ugole A 18K, conduttore austero enciclopedico per quanto riguarda la lirica e decisamente poco serio, dispettoso e burlone a microfoni spenti. E come dimenticare Giuliana Zerbini, timidissima all’inizio, col terrore del microfono, ma con la voglia, comunque di provare a farcela. E ce l’ha fatta, ha condotti tanti programi tra turismo e cronaca e poi è stata vittima anche lei della sindrome di OP, che l’ha coinvolta nelle sue e nostre mattane, col trio ZeCaPe, compresi i giochi della domenica e le notti di Capodanno. Il dott. Piero Bianchi, veterinario, che mi ha fatto venire voglia di gatti, e tanti altri. Chiedo scusa a chi non cito, ma starei qui per ore.

Un altro nome mi viene in mente, quello di Marco Cremonesi, un bravo giornalista, un ottimo collega, adesso al Corriere, ma che era bravissimo anche alla radio.

Quando Marco Bergonti se ne andò da RM, cominciai a occupare quasi ogni giorno il turno del mattino e a condurre il programma delle 8, quello con le telefonate. Era il 91-92, più o meno. Da lì non mi sono più schiodato. Il Direttore diceva che era il programma più importante della giornata, perché rappresentava il collegamento più diretto con gli ascoltatori. Io non ci credetti subito, ma, naturalmente aveva ragione lui, e mi ci sono affezionato e l’ho difeso da chi diceva che non serviva, che alla fine era inutile, perché si sentivano frequentemente le stesse voci, e i pareri non contavano, e che telefonavano persone “da poco”, le donnette, come a qualcuno piace chiamarle. A parte che chiamare donnetta un tipo come la Silvana è un azzardo che si può pagare col sangue, a me le “donnette” piacciono, perché rappresentano la gente che spesso e volentieri gli altri non ascoltano. O forse non ascoltavano, perché adesso lo fanno anche gli altri, comprese le televisioni. Con due differenze: noi cerchiamo di non tagliare sbrigativamente le telefonate di chi per molti motivi ha qualche difficoltà ad esprimere un concetto, per di più al telefono e in pubblico; secondo, non cavalchiamo le eventuali proteste o i sentimenti della gente per fini politici e utilitaristici, ma solo per fare vera informazione. Questo non significa che siamo una segreteria telefonica dove ognuno può lasciare il suo messaggio-sfogo e dire quel che vuole, ma, nel limite del lecito e del decente, se ne parla assieme, si litiga anche, ma tutti hanno la parola, tutti tranne uno, che, razzista e nazista esplicito, ho bandito dalla trasmissione dopo una sua battuta che non faceva ridere sugli ebrei e su Rita Levi Montalcini, in particolare. Quando mi ha chiesto perché non lo facevo più parlare gliel’ho detto, se ne è lamentato un po’, ma poi ha capito e non si è fatto più sentire. Una sera l’ho sentito alla RAI e l’hanno mandato subito sulla forca.Tutti gi altri parlano, anche quelli che mi sono antipatici, anche quelli a cui sono antipatico, ma, chissà perché, chiamano lo stesso, o ascoltano, o seguono, o commentano eccetera.

Solo che tutto finisce, anche i programmi radiofonici hanno i titoli di coda e questi sono i miei. Tre giorni fa ve li ho mostrati in anticipo, perché era da qualche giorno che la notizia della mia partenza girava, qualcuno dei conduttori già lo sapeva, ma ho preferito dirvelo di persona, piuttosto che lo sapeste da altre voci, magari in maniera sbagliata e distorta. Qualcuno si chiederà perché. Perché, come dicevo, tutto ha una fine, anche 28 anni di lavoro, di storia, di vita sono tanti, e visto che ho quasi 48 anni e ancora voglia di fare delle cose, ho deciso che ne farò di diverse, perché là fuori c’è un sacco di roba da fare , che aspetta solo di essere fatta. Non è detto che l’esperienza radiofonica per me si chiuda oggi, spero di vivere ancora a lungo e avere altre occasioni di questo genere, ma non ora. Può darsi che in futuro ci si incontri ancora su qualche frequenza, ma non ora. Sarà più facile che mi leggiate da qualche parte, come del resto càpita da almeno vent’anni su alcune riviste specializzate. Esiste la rete e pure lì sarò presente, come succede da cinque anni. È grazie alla rete che ho pubblicato il mio primo libro, che per il momento è l’unico, ma non ho perso le speranze.

Perciò, tirando le somme e soppesando pro e contro è stato un piacere, mi mancherà tutto questo, ne sono sicuro, ma anche no, nel senso che non ho ancora l’Alzheimer, arriverà prima o poi e quindi con me per adesso porto il ricordo di questi 28 anni. Non mi mancherà il piacere della sveglia che suona ogni giorno alle 6, quello no, ma tutto il resto sì: il tragitto da casa a qui, la fermata all’edicola, la ricerca del parcheggio, ultimamente sempre più difficile grazie alla politica viabilistica del nostro incredibile Comune; l’arrivo in sede, il tentativo a volte fallimentare di far funzionare correttamente le macchine e la soddisfazione quando ci riesco; il gusto di salutare gli ascoltatori che immagino appena svegli con la tazzina del caffè in una mano e per i più viziosi, la sigaretta nell’altra o ancora a letto sotto le coperte, ma con la radio accesa; il tentativo di rendervi digeribili i titoli e le notizie dai giornali, la ricerca di uno spunto da usare per aprire Parole Parole, a volte non lo trovo, a volte ne trovo venti e devo scegliere. Mi mancherà la sensazione che provo nel togliermi la cuffia dopo le prime due ore di diretta alle nove, la sensazione di aver fatto bene il programma, o di non essere riuscito a renderlo utile come momento di informazione o riflessione o solo di intrattenimento. Quello sì, sarà un bel vuoto da colmare. In qualche maniera lo colmerò.

Intanto il posto è finalmente libero da lunedì mattina. Chi vuole può farsi avanti ed occuparlo. L’orario, lo ricordo, è quello delle sette nei giorni feriali e le otto in quelli festivi.

Auguri e non dimenticate di divertirvi ogni tanto, perché, come dice Rosy, la vita è bella, anche se a vederla in faccia non sembra proprio, ma se abbassate un po’ la luce, la guardate di profilo e, per dare più effetto vi togliete gli occhiali, non vi sembrerà così male.

Addio.