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Sabato mattina: si è deciso la sera prima di andare a fare la spesa. Mi alzo alle 8, perché devo finire di scrivere un pezzo un po’ lungo, risultato di una intervista in inglese ad un batterista americano simpatico, che mi racconta aneddoti divertenti, ma resta sempre un batterista, con tutto il rispetto, una categoria che non mi sviluppa un interesse maiuscolo come può fare un pianista o un bassista. Però la spesa è la spesa e bisogna farla.
Dopo un’ora di scrittura, quando è il momento di andare noto in Lei una certa resistenza all’assunzione di una postura verticale atta alla deambulazione fuori dalla porta con borse in mano. Così decido di uscire da solo per provvedere alla sussistenza.
Tornato a casa e, in procinto di preparare il pranzo, mi accorgo di non avere comprato la rucola. Lei la vorrebbe, ma dice che fa niente, pazienza, ne farà a meno, ma lo so, prima o poi verrà fuori che faccio la lista della spesa e poi non la leggo, indi esco, vado al super sotto casa, che di solito evito per via di un diverbio avuto con un cassiere tempo fa e poi perché ci sono sempre file bibliche, che quelle per la valle di Giosafatte impallidiscono al paragone. Miracolosamente trovo due persone con carrello più zeppo della giardinetta di mio padre quando da bambino partivamo per il mare, le quali, vedendomi col misero sacchetto della rucola in mano, hanno pietà e mi invitano a passare avanti. Un prodigio da non credere. Manca solo di scoprire alla cassa di essere il milionesimo cliente dell’anno e vincere la spesa gratis, la rucola appunto, e , invece, dato che ho fretta, incontro un’amica specializzata in bottoni che non vedo da qualche mese, e non per caso, che inizia un pippone sulla giunta Pisapia e sulla mancata cittadinanza al Dalai Lama. Non posso che darle ragione, ma la rucola mi brucia in mano e il sugo, ancorché a fuoco bassissimo, rischia di bruciare sui fornelli in cucina. Giunto sotto il mio portone saluto velocemente borbottando un mantra acconcio sul sindaco Pisapia e sparisco su per le scale: l’insalata per Lei è salva, così come la mia reputazione di provveditore alla spesa.
Pomeriggio: devo finire l’articolo. Lei esce, non ha voglia di stare in casa nonostante la temperatura tropicale esterna e la piacevole aria condizionata interna. Dopo dieci minuti il cellulare: “vieni, ci sono sconti, offerte, omaggi, ricchi premi e cotton fiocc, ti aspetto al secondo piano del negozio, poi scendiamo al primo dove c’è il reparto uomo”. “No guarda, vengo per farti compagnia, ma non compro niente, ho tutto, dalla giacca alla mutanda al calzino, non mi manca nulla. E poi il pezzo sul batterista lo scrivi tu.” Vado. Scelgo due vestiti con Lei, per Lei, paga Lei. Torniamo a casa entrambi soddisfatti. L’articolo lo finirò domenica mattina.
Sera: avrei voluto andare a vedere un Andrea Chenier in forma di concerto all’auditorium, bella musica in luogo fresco e accogliente. No, Lei vuole fare una sorpresa ad una sua allieva e andarla a vedere col suo gruppo ad Assago, all’aperto, al caldo-umido zanzaroso e appiccicoso. Va be’, Umberto Giordano può aspettare, non se la prenderà, ha l’eternità di fronte, meglio occuparsi dei vivi e volonterosi musicisti ancora in attività.
È notte: due chiacchiere a letto prima di dormire. Non sono di quelli che rinfacciano, detesto chi dice “ma io l’ho fatto per te” e odierei me stesso se lo dicessi, a meno di non farlo con malizia per scopi poco commendevoli. Per scherzare, però, mi viene da dire: “in fondo mi fai fare quello che vuoi.” E Lei: “ma tu fai solo quello che hai voglia di fare. Si sa.” “Ah, ecco…”

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Lo so già, l’ho già sentito centinaia di volte: non bisogna lasciarsi intimidire, non ci arrendiamo alla violenza, bisogna rispondere con la forza delle istituzioni, si deve avere fiducia nello Stato. Lo Stato c’è.Tutto vero, tutto giusto. Caso vuole (o forse no) che in queste settimane ricorrano i vent’anni dalle stragi Falcone e Borsellino, due vicende ancora da scrivere in buona parte, perché, se gli autori materiali sono finiti in galera — considerando che per la strage di via D’Amelio sono stati condannati anche degli innocenti — i livelli più alti ancora una volta sono risultati intoccabili e nell’ombra.
La storia italiana ci insegna che le stragi, purtroppo, sono spesso di Stato o, comunque con una compartecipazione attiva o passiva di pezzi di Stato, che forniscono risorse e mezzi o fanno finta di non accorgersi di ciò che sta accadendo. Inoltre, un attentato ad una scuola, come quella di Brindisi, è un attentato a una intera generazione, un genocidio morale e materiale.
Non sto invitando al disfattismo e credo ancora fermamente nelle istituzioni in quanto tali, ma solo in linea teorica e ideologica (che brutta parola, vero?), mentre chi le rappresenta ne è spesso indegno.
Di solito la prima domanda di fronte a fatti del genere è “cui prodest”, ma oggi bisogna chiedersi prima di tutto “cui nocest” e la risposta è: tutti noi, tutto il Paese, già provato da una crisi pesantissima economica, politica, morale, culturale, provocata da una classe dirigente che, dopo il crollo post-tangentopoli di quella che l’ha preceduta, si è fatta avanti e ha completato il lavoro di distruzione della fiducia degli italiani nella politica, nelle istituzioni, nella gestione della cosa pubblica. Sopravviviamo sulle macerie culturali degli ultimi vent’anni lasciate da questi demolitori professionisti, che, non ancora soddisfatti del lavoro svolto, vorrebbero sovrintendere anche alla ricostruzione, come quelle società adibite al rimboschimento, che, per procurarsi lavoro, appiccano incendi.
Mi auguro che questi sciacalli, già prodighi di sollecite dichiarazioni dense di partecipazione, turgide di sdegno, desiderose di trasparenza e giustizia, facciano un passo indietro e lascino lavorare chi sa lavorare, fornendo assistenza istituzionale quando serve, ma senza intralciare il cammino delle indagini tagliando fondi o istituendo commissioni inutili e dispendiose.
Mi auguro, inoltre, che gli italiani si rivelino migliori di chi li ha governati sino ad ora, cosa non difficile peraltro, ma che uno sforzo ulteriore li ponga su un piano veramente superiore, in ogni senso.
Domani, tra l’altro, si vota in molti comuni e altri sciacalli stanno pensando di pasteggiare sulle macerie con la scusa che abbiamo toccato il fondo e quindi, irresponsabilmente, si può fare e dire qualsiasi cosa, magari mandando avanti altri, perché a loro scappa da ridere. C’è davvero ben poco da ridere e molto da fare, invece e picconare il poco che è rimasto in piedi non è un buon modo per ricominciare.

Lo sciopero è riuscito, nella forma e nella sostanza. Prima di tutto perché vi è stata una adesione attiva da parte dei lavoratori, che si sono presentati ai propri turni e anche oltre, ma si sono fermati all’ingresso, dove era stato stabilito il presidio per tutto il giorno. Si è visto anche qualche giornalista e qualche fotografo e, per fortuna, hanno trovato una folla di gente che aveva voglia di parlare, raccontare, spiegare le ragioni dello sciopero e della preoccupazione per il proprio futuro. Chi ipotizzava di poter stare a casa, perché l’importante era fermare la produzione non sapeva bene quel che diceva. Quindi ci si augura un’eco prolungata, sempre che gli editori abbiano voglia e interesse a impegolarsi in una faccenda a dir poco ingarbugliata, con connotazioni economico-politiche di un qualche rilievo.
È riuscito anche nella sostanza, dicevo, perché la massiccia adesione fa ben sperare in un’unità d’intenti, anche da parte di coloro, pochi, che non riconoscono nello sciopero una forma di lotta efficace.
Se siete spettatori di Ballarò, sappiate che il sondaggio settimanale presentato ogni volta da Nando Pagnoncelli non l’abbiamo fatto noi. Non so se questo abbia un senso, ma è un’informazione e serve a ricordare che i sondaggi sono fatti da quei lavoratori che vi rompono le scatole mentre cenate e vi chiedono se preferite il governo Monti o avete nostalgia di Berlusconi, se credete che la Lega sia diversa dagli altri partiti od ogni scarrafone laureato in Albania è bello a mamma sua, se andrete a votare alle prossime elezioni o preferite passare il tempo libero in modo diverso.
Stasera, quando tornate a casa e mentre addentate lo spezzatino o date l’assalto agli spaghetti vi suona il telefono e dall’altra parte sentite una voce cortese che vi  invita a rispondere ad alcune domande di attualità, cercate di essere comprensivi, perché quella telefonata potrebbe essere l’ultima. Un bel sospiro di sollievo, direte voi, ma pensate che anche il vostro lavoro potrebbe finire un giorno per un motivo qualsiasi e vi potreste trovare nelle condizioni di dover impugnare pure voi la cornetta e fare domande alle otto di sera a chi non ha voglia di rispondere.
Ora la palla passa all’azienda. Vedremo come risponderà a tutti i livelli, da quelli locali a quelli internazionali. Di una cosa dobbiamo essere consapevoli: vittime ce ne saranno e, probabilmente, non poche. Limitare i danni è l’obiettivo oltre a vendere cara la pelle.

Assemblea al Cati Ipsos di via Temperanza a Milano. Alle 16,30 è già iniziata. Il sindacalista sta parlando e illustrando la situazione. Non è chiara, nemmeno a lui, per sua stessa ammissione.
Da quando il gruppo francese Ipsos ha acquisito l’inglese Synovate è diventato il terzo soggetto nel mondo per le ricerche di mercato. Ma si sa, le acquisizioni non sono indolori e di morti sul campo ne lasciano parecchi, a tutti i livelli, a cominciare dai dirigenziali: di solito sono le prime teste a saltare e poi a scalare fino ai livelli più bassi, quelli con meno tutele.
L’ipotesi che il Cati di Milano chiuda lasciando a casa un paio di centinaia di persone gira da un po’ e il fatto che a febbraio di quest’anno non abbiano rinnovato il contratto ad una trentina di lavoratori freschi di contratto a progetto e agli altri fortunati, sia stato prorogato per un semestre di cinque mesi (!!!) fino al 30 giugno, qualcosa doveva suggerire. Non solo: da mesi il lavoro è sempre più scarso, i sondaggi politici, nonostante le amministrative imminenti, si sono fatti sempre più radi — chissà se per mancanza effettiva di commesse o perché venivano dirottati al Cati di Bari, appena acquisito con l’affare Synovate e più economico per l’azienda — svuotando di fatto di importanza il centro milanese.
Eppure nessuno avvertiva il pericolo. Si è arrivati ad un mese e mezzo dalla scadenza del contratto per decidere di attivarsi e affrontare la situazione. Ma quale situazione? Visto l’atteggiamento sibillino dell’azienda, che dice e non dice, paventa la serrata, ma parla di input e non di diktat da parte di Parigi, le interpretazioni sono tutte legittimate: da chi parla di delocalizzazione totale a chi ipotizza solo una riduzione del personale, ma a quel punto si apre l’immenso, doloroso e conflittuale problema del criterio di selezione, con tutto ciò che comporta in termini di compattezza della lotta per il posto di lavoro.
Alla fine, dopo breve dibattito (il tempo per relazione, discussione e votazione è di un’ora soltanto) si proclama lo sciopero. Inizialmente di un’ora per turno, poi, dopo vivace contestazione, di quattro ore per turno con acclamazione finale.
Non finisce qui: la modalità dello sciopero è oggetto di ulteriore discussione informale post assemblea. Alla fine si decide per il presidio all’ingresso di via Temperanza 6 per tutto il giorno.
Ora, è chiaro che non si tratta di un fatto privato, tanto più in quanto Ipsos ha un’esposizione mediatica notevole. Il timore di qualcuno è che la notizia venga data in pasto alla stampa di destra e possa essere usata per screditare Nando Pagnoncelli (per oscuri motivi l’Ipsos è considerata di sinistra, il che la dice lunga sull’affidabilità dei sondaggi se ci sono agenzie di destra e di sinistra), ma se si vuole tenere riservata la cosa non si opta per un presidio stradale. Inoltre, chi non vuole la divulgazione della notizia ha qualche problema con la libertà di stampa e con la democrazia: chi decide quali notizie possono pubblicare i giornali di destra e quali i giornali di sinistra?
Di contro, strani corvi interni volano in tondo sopra questa situazione lanciando accuse nascondendosi dietro l’anonimato o nomi fittizi. Sono vigliaccate che avvelenano il clima e non fanno bene ai lavoratori.
A parte questi dettagli, lunedì 14 per tutto il giorno sarà astensione dal lavoro all’Ipsos e l’invito è quello di presentarsi al lavoro al proprio turno e, compatibilmente con le proprie forze, restare fuori tutto il tempo del turno. Per qualcuno l’essenziale è bloccare la produzione, ma esiste anche una forma nello sciopero e questa è esercitata dai lavoratori con la loro attiva partecipazione. Bisogna esserci, non starsene a casa perché c’è sciopero. Non siamo a scuola, non si scherza col lavoro. Non si scherza con la vita della gente.

A questo punto mi sento di dire alcune cose: dopo quasi vent’anni di grottesca farsa mi è capitato di assistere ad un’intervista in cui un signore educato e senza il gusto della provocazione, anche se con qualche incertezza dovuta all’emozione, forse, alla poca dimestichezza, più probabilmente, ma per nulla sgradevole, poneva delle domande abbastanza precise, ma un po’ in ordine sparso, al capo del governo del Paese in cui vivo da cinquant’anni. Non dovrebbe essere un evento, cose del genere accadono in tutti i Paesi civili in cui vige una forma di governo democratico, luoghi in cui la Politica deve rendere conto ogni giorno di ciò che fa, non solo alla vigilia delle elezioni. E invece lo è, per le ragioni dette nella prima riga. Mi sembrava di essere tornato indietro di circa trent’anni, quando a capo del governo italiano c’erano personaggi dai nomi che oggi suonano quasi come bestemmie: Craxi, Andreotti, De Mita, Amato. Con tutto il livore che simili personaggi possono suscitare, costoro erano Politici, che, a domanda Politica rispondevano con parole Politiche. E alle parole Politiche facevano seguire azioni Politiche, che si potevano condividere o meno, ma erano Politica, non pagliacciate, battute, barzellette, pacche sulle spalle, corna e insulti. Erano Politica. Forse si è perso il senso di questa parola e hanno ragione coloro che tacciano il governo tecnico di essere un governo Politico, ma non per lo spregio con cui questi figuri pronunciano la parola Politica, poiché quella che sanno fare loro è politicanza. Semplicemente per il fatto che un gruppo di persone, nel momento in cui decide per il destino di 60 milioni di cittadini “fa” Politica, nel senso che prende decisioni in nome e per la Polis, per la comunità tutta, tra l’altro col consenso e l’approvazione di un’assemblea che rappresenta, almeno formalmente, il popolo italiano, cioè, il Parlamento. Ora, il signor Mario Monti, professore, funzionario europeo, prestato alla Politica, pare temporaneamente, sembra provenire da un’ altra epoca e da un altro Paese, come se una macchina del tempo o un teletrasporto lo avesse scaraventato a Palazzo Chigi assieme al suo drappello di collaboratori e ministri. È di destra o di sinistra? Non si è ancora capito e questo è un bene e un male: è un bene, nel momento in cui riesce a prendere decisioni dolorose, che, forse, rimetteranno in piedi l’Italia, senza dover accontentare un corpo elettorale che lo ha votato o appoggiato; è un male, perché non si comprende che tipo di Italia abbia in mente, quale modello di società voglia costruire. In ogni caso, se sulle macerie sociali lasciate da Berlusconi, riuscirà a ri-costruire la fiducia nella Politica da parte degli italiani, farà già un enorme miracolo, quello sì un nuovo miracolo italiano, perché impedirà, almeno per una decina d’anni, che si ripeta un ventennio come quello che abbiamo appena trascorso. Pensavamo che i nani e le ballerine fossero tramontati col craxismo e invece ce li siamo trovati al governo. Vediamo di non farlo più, anche perché i prossimi, passati i clown,  saranno i  mostri, i freaks e quelli saranno incazzati come belve.

Il paradosso di Protagora


Evatlo era un giovane che desiderava essere istruito nell’eloquenza e nell’arte di discutere le cause. Si recò da Protagora per essere istruito, impegnandosi a corrispondere, quale compenso, l’ingente somma che Protagora aveva richiesto il giorno in cui avesse discussa e vinta la prima causa davanti ai giudici. Tuttavia Evatlo, terminati gli studi, non fece l’avvocato, non vinse alcuna causa e non pagò mai Protagora, il quale lo denunciò.
Davanti ai giudici, Protagora così si espresse: “Sappi, giovane assai insensato, che in qualsiasi modo il tribunale si pronunci su ciò che chiedo, sia contro di me sia contro di te, tu dovrai pagarmi.
Infatti, se il giudice ti darà torto, tu mi dovrai la somma in base alla sentenza, perciò io sarò vittorioso; ma anche se ti verrà data ragione mi dovrai ugualmente pagare, perché avrai vinto una causa”.
Evatlo gli rispose: “Se, invece di discutere io stesso, mi avvalessi di un avvocato, mi sarebbe facile di trarmi dall’inganno pericoloso. Ma io proverò maggior piacere avendo ragione di te non soltanto nella causa, ma anche nell’argomento da te addotto. Apprendi a tua volta, dottissimo maestro, che in qualsiasi modo si pronuncino i giudici, sia contro di te sia in tuo favore, io non sarò affatto obbligato a versarti ciò che chiedi.
Infatti, se i giudici si pronunceranno in mio favore nulla ti sarà dovuto perché avrò vinto; se contro di me, nulla ti dovrò in base alla pattuizione, perché non avrò vinto.”
I giudici, allora, considerando che il giudizio in entrambi i casi era incerto e di difficile soluzione, giacché la loro decisione, in qualunque senso fosse stata presa, poteva annullarsi da se stessa, lasciarono indecisa la causa e la rinviarono a data assai lontana.

Il paradosso di Berlusconi


Un giorno gli italiani fanno un patto con Berlusconi: gli conferiscono un mandato politico affinché renda migliore l’Italia. Berlusconi assume il mandato politico, ma si dedica ad altro: si occupa dei suoi affari, organizza festini, nomina parlamentari e amministratori amici e amiche, amichetti e amichette, devasta il buon nome dell’Italia nel mondo, si diverte e diventa sempre più ricco. Allora gli italiani, stanchi di tanto malcostume, lo denunciano per avere disdetto il patto. Lui cosa fa? Prima di tutto dichiara di non essere un politico e quindi di non avere gli obblighi vecchi e stantii della politica, tuttavia, se proprio gli italiani desiderano considerarlo in quella veste, in base al potere politico che gli è stato conferito, cambia le leggi in modo da non essere condannabile. In ogni caso vincerebbe. Nomina parlamentari i suoi avvocati, in modo che lo aiutino a legiferare in suo favore e in tribunale organizza comizi autodifendendosi e definendosi cittadino “più uguale degli altri”, come i maiali della Fattoria degli Animali di Orwell. Persino i giudici rinunciano a condannarlo data l’impossibilità di fare veramente giustizia. Anche quando si avvale del suo ruolo politico – vedi caso Ruby – lo fa a suo vantaggio, adducendo ragioni di Stato e diplomatiche. Inoltre, nel momento in cui gli italiani potrebbero spogliarlo del mandato politico conferitogli, Berlusconi mette in moto la sua macchina propagandistica e convince gli elettori, molti, non tutti, che in fondo lui è l’unico che potrebbe sistemare il Paese e se non l’ha fatto finora è colpa delle cattive compagnie (Fini, Casini) e degli avversari (Comunisti!) che gliel’hanno impedito. Ecco perché un’ ampia parte di italiani ancora lo ammira per l’acume e la scaltrezza con cui sfugge alle leggi e alla giustizia. Vorrebbero essere come lui e lo votano, sperando che un po’ della sua furbizia li contagi. Peccato che la furbizia non sia come la scarlattina, altrimenti saremmo davvero un Paese migliore.