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Sono le tre di notte quando sento toccarmi la schiena delicatamente. Un dito mi tampona le terga, morbido, gentile, invitante.
Non so, sono le tre, sarebbe bello, sì, ma avrei bisogno di dormire.
Infatti, quel dito insiste sulla schiena, ora un po’ meno soffice, un po’ meno gentile, un tantino petulante.
Non mi giro, sono le tre, avrei anche sonno, insomma, non si dorme mai in questa casa.
Il dito si è armato di punteruolo, me lo conficca nella schiena e non si accontenta del movimento orizzontale di penetrazione nella carne, ma verticalizza, graffiandomi proprio.
Afferro il dito, è peloso, risalgo la zampa fino al collo, lo afferro, decido di stringere fino alle estreme conseguenze. Poi desisto e lo convinco a lasciarmi in pace. Lui si arrende e si addormenta contro la mia gamba. A 28° di temperatura casalinga è quello che ci vuole: una copertina di pelo di gatto vivo a 39° mette di buon umore e ti concilia il sonno.
Sono le cinque del mattino. Una zampa nell’orecchio mi strappa dal sonno. Due occhi neri, tondi, un naso rosa, baffi e ciglia, pelo ovunque.
“Cosa vuoi?”
“Volevi strangolarmi.”
“Scherzavo.”
“Mica tanto.”
“Cosa vuoi?”
“Lo sai.”
“È presto.”
“No.”
“Sì”
“No.”
“Puoi aspettare.”
“Sì?
“Sì.”
“Ok.”
Non passano dieci minuti che dalla strada arrivano urla in arabo, accompagnate da una musica orientale.
“Cosa succede?”
“Non so. Vai a vedere.”
“Non ho voglia.”
“E se è un attacco dell’Isis?”
“Ma cosa dici?”
“Potresti dare l’allarme, salvare la città, il Paese, il mondo.”
“Prendi per il culo?”
“Parlo sul serio.”
Mi alzo. Sotto casa un’utilitaria con lo stereo a palla da cui esce una specie di dance araba e cinque, tra ragazzi e ragazze che sembrano tornare da una festa, brilli e felici.
“Escluderei un attentato dell’Isis, a questo punto. Questi sembrano preferire il divertimento sulla Terra, piuttosto che le vergini in Paradiso.”
“Non potevi saperlo.”
“No, non potevo saperlo. Ma nemmeno tu”
“E quindi…”
“E quindi?”
“E quindi, già che sei in piedi potresti darmi da mangiare. E anche cambiare l’acqua che si è scaldata e fa schifo.”
Apro la scatoletta, riempio la scodella, cambio l’acqua. E giurerei di vedere il peloso che scambia occhiate con chi si diverte in strada.
Ormai il sonno è svanito. La testa fa un po’ male e la mente è opaca.
Buon sabato.

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Rapsodia in nero r— La maggior parte delle favole che si raccontano ai bambini sono equivoche e malsane sotto certi punti di vista, a cominciare da quelle dei fratelli Grimm.
— Infatti, non sono storie per bambini, o meglio, sono storie per bambini dei primi dell’ottocento, che vivevano in una società tedesca rurale ed estremamente violenta, dove una delle prime cose che si imparava a fare in fattoria era sgozzare il maiale. Di lì a sgozzare un bambino il passo era brevissimo. E poi tutti quei morti impiccati, bruciati, squartati, divorati. I genitori che abbandonano frotte di bimbi nei boschi, come fossero ferri vecchi trovati nel capanno degli attrezzi. Per non parlare della quantità di simboli archetipici.
— Be’, sorvolerei sui dettagli psicanalitici.
— E perché? Sono i più interessanti e imbarazzanti. Proprio quelli che bloccano lo scrittore inibito. Ogni processo creativo necessita di sporcarsi le mani, como los niños che giocano per terra e tornano a casa todos nigros. La mamma li costringe a lavarsi, ma lavare lo sporco significa lavare via la creatività. I bambini crescono con l’idea che si debba vivere puliti. Invece se vuoi inventare devi essere sporco.
— Cosa vuol dire sporco? Io non credo a quelle pose da artista eccentrico, anticonformista e scandaloso di maniera. C’è il limite della decenza e della civile convivenza. E del senso del ridicolo.
— Già, è un limite, dici bene. Ma l’autore che inventa personaggi, l’attore che li interpreta al cinema o a teatro, lo stesso lettore che li immagina sulle pagine dei libri e si identifica anche solo in parte con loro, persino solidarizza in alcuni casi con loro, non possono prenderne le distanze, come spesso succede. I personaggi sono dentro di loro e aspettano solo il processo creativo per venire fuori. Creare è sporcarsi. Sporcarsi è creare. Non se ne può fare a meno. Anche Dios si è sporcato le mani per fare l’uomo. Anche lui ha tentato di prenderne le distanze senza riuscirci. Alla fine ha dovuto ammettere che era roba sua, carne della sua carne e sangre de su sangre. E ne ha sparso parecchio per dimostrarlo. (gcanc)

Avevo sedici anni nel 1978. Viaggiavo per Milano col mio vespino e i “problemi” che dovevo affrontare erano la scuola (come sfangarla), le ragazze (come attirarne l’attenzione), il rapporto con i genitori (mai così conflittuale), la politica (litigavo con tutti, ma nemico di nessuno), tutto sommato la vita di un normale ragazzino di quegli anni senza troppi pensieri. Finché un giorno non mi fermano i carabinieri a un posto di blocco. Da pochi giorni avevano rapito Aldo Moro (ci avevano mandato a casa da scuola due ore prima quel 16 marzo) e uno come me, su una Vespa del ’64 un po’ ammaccata, con i capelli lunghi, il giaccone di pelle scamosciata comprato usato alla fiera di Sinigaglia, non poteva non essere fermato. Naturalmente, come si faceva in questi casi, si assumeva l’aria più innocente e cordiale possibile, tipo “Socio del club Amici delle Forze dell’Ordine”, magari per evitare che ti frugassero a fondo nelle tasche dove per distrazione ti era finita una minima quantità di sostanza allora illegale e si cercava di risolvere la questione più in fretta possibile. Senonché, i carabinieri erano piuttosto nervosetti e al mio gesto di infilare la mano nella tasca interna del giaccone per estrarre i documenti mi sono ritrovato la canna del mitra tra le costole. Avevano paura di uno come me. A quel punto mi sono reso conto che il clima era cambiato, che la città viveva in uno stato d’assedio, che niente sarebbe stato come prima.
Ecco, questo episodio mi è tornato alla mente poche ore fa, riflettendo sui fatti di Parigi e su ciò che il terrorismo – non solo quello delle BR, perché c’era già stata Piazza Fontana, Brescia, l’Italicus, Peteano e poi Bologna due anni dopo – aveva perpetrato nella società: persino i carabinieri erano terrorizzati.
Ora, io ho avuto la fortuna di non vedere la guerra, sono nato in un periodo relativamente fortunato e in una parte di mondo relativamente fortunata, ci tengo alle mie abitudini e l’abitudine alla libertà di andare dove voglio, quando voglio e con chi voglio è quella che preferisco. Non voglio rinunciarvi. E se anche comprendo la disperazione di chi non è fortunato come me, che nasce e cresce in un posto del mondo in cui la violenza è il linguaggio quotidiano, dove le questioni si dirimono a colpi di pistola o di mitraglietta, andare a scuola, leggere un libro, ascoltare musica, godere di un’opera d’arte sembrano obiettivi irraggiungibili e il desiderio di fuggire si scontra con la difficoltà di abbandonare la propria terra, i propri cari, i sapori, i profumi, le abitudini quotidiane a cui si è affezionati e, non ultime, le difficoltà economiche per intraprendere un viaggio del quale non si conosce l’esito e perciò offro tutta la mia solidarietà, non concepisco che mi si possa impedire di vivere come voglio – una libertà per la quale milioni di persone hanno combattuto nello scorso secolo – in nome di un’entità metafisica, che si sarebbe manifestata in qualche maniera misteriosa e avrebbe dettato regole che qualcuno ha trascritto,  spesso in luoghi impervi, non si sa bene con quale cognizione di sintassi e punteggiatura e qualcun altro avrebbe letto e qualcun altro ancora avrebbe tradotto, interpretato e spiegato con parole sue ad altri in una catena di trasferimenti orali e scritti da perderci la testa. Di teorie sulla natura del mondo, dell’universo, della specie umana, ve ne sono di ogni tipo, dalle più divertenti alle più cupe, nessuna di queste garantita al 100%, perché teorie, appunto. Ma si da il caso che qualcuno abbia, invece, delle certezze e ne sarebbe talmente “certo” da non ammettere altra spiegazione. Quel che è peggio, purtroppo, è l’utilizzo che fa di queste teorie per fomentare la rabbia di chi si sente in credito con la vita e il mondo e trasformarla in odio verso chi ha avuto la fortuna di costruirsi un’esistenza ragionevolmente sostenibile. Chi fa questo, ne sono convinto, non crede in quelle teorie o, comunque, le usa strumentalmente, di fatto tradendole, mandando al massacro ragazzi, a volte bambini, per uccidere altri ragazzi e bambini che non hanno alcuna responsabilità né colpa, se non di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Non trovo nulla di sbagliato o riprovevole nel credo religioso, se esiste da quando è nata l’umanità, evidentemente si tratta di un’esigenza ineluttabile per cercare di dare un minimo di senso a questa tragicommedia che chiamiamo vita. Tuttavia mi piacerebbe che restasse un fatto privato di ognuno, anche perché la morte, quando arriva, ci trova soli e quello che c’è dopo lo sa solo lei. E state tranquilli, non ci rovinerà la sorpresa raccontandocelo prima.

155250_102371513168475_1591957_nSe fossi superstizioso dovrei cancellare dal calendario i mesi di gennaio e febbraio. Negli ultimi sei anni le cose peggiori mi sono capitate in questa stagione. Eppure no, non credo in momenti migliori o peggiori, congiunzioni astrali, cattivi segni, cicli positivi o negativi, ruote di una fortuna cieca o ipovedente, destino baro e crudele od onesto e magnanimo, sorte matrigna o fato perverso. La vita è questo: un percorso, una strada su cui camminare che si materializza davanti a noi, passo dopo passo come un ponte gettato sul vuoto. A volte si aprono improvvisamente delle voragini e vi precipitiamo dentro, finché qualcosa o qualcuno non arresta la nostra caduta. Allora ci rialziamo doloranti, ci massaggiamo le tumefazioni, ricuciamo le ferite e riprendiamo il cammino, prima zoppicando, poi con più sicurezza fino alla prossima rovinosa caduta. A seconda del numero di buche o dei danni subiti parliamo di sorte benigna o malvagia, mentre in realtà non è nulla di tutto ciò, ma un succedersi di eventi casuali collegati solo da un processo di causa ed effetto che origina da luoghi e tempi di impossibile rintracciabilità. Eppure da secoli speculiamo su trame scritte da entità misteriose e onnipotenti su cui scaricare le responsabilità per le nostre sventure. È più probabile che sia tutto frutto delle nostre azioni che viaggiano nel tempo e nello spazio e, in qualche maniera ci vengono restituite come una specie di “effetto farfalla” circolare, un karma quasi istantaneo, che si esercita nell’unica vita che ci è concessa. Ma anche queste sono vuote speculazioni che non portano a destinazione. Gli animali sembrano non badarci troppo e vivono meglio: meno filosofia e più senso pratico. E quando ci salutano, perché la loro strada è giunta al termine, è come se ci ringraziassero per la compagnia e ci augurassero buon proseguimento del viaggio. Ci voltiamo a guardarli, mentre ci allontaniamo, e sono ancora lì che ci salutano finché non diventano un puntino all’orizzonte e scompaiono. È come la perdita di un amico, la stretta al cuore è forte e dolorosa. Ma a quel punto affiora qualcosa a lenire il male ed è il piacere di avere condiviso il loro affetto incondizionato e la loro spensieratezza che a volte ci ha contagiato e ci ha fatto provare una leggerezza tanto simile alla felicità. Addio Attila.

Sbarazzarsi di se stessi

Quando stamattina il prete ha detto che la morte non viene presa sul serio finché non ce la troviamo seduta accanto — non ha usato queste parole, ma il senso era analogo —  ho pensato che deve avere una ben scarsa considerazione dei fedeli. In realtà è un argomento talmente serio e ingombrante, che non desideriamo occupi i nostri spazi, se non in forma lieve, gassosa, impalpabile. E poi, chi non ne ha mai avvertito la presenza in qualche maniera e non ha avuto modo di saggiarne la consistenza, lo spessore morale e intellettuale? La morte ti tocca, dà di gomito, ti afferra il braccio, è come quelle persone che quando ti parlano ti devono toccare per essere sicure di avere la tua attenzione, caso mai ti distraessi — ma chi si distrae davanti alla morte? — ma soprattutto la morte ti dice cose che scavano l’anima, che inizia a sanguinare e sanguinando cambia forma, dimensione e quando pensi che sia finita e decidi che “va bene, sto così, non è il massimo, ma posso farcela”, quella ricomincia a buttare sangue e non allora stai più “così” e devi rimettere in discussione ciò che hai deciso ti avrebbe dato un po’ di pace o almeno l’illusione di uno squarcio di quiete.
Non sono qui a dire che non è mai come te l’aspetti, soprattutto quando hai avuto anni per fartene un’idea, ma è il senso che continua a sfuggire. In fondo l’assenza è facile da capire, è molto vicina a una legge fisica: il vuoto, la mancanza di un corpo solido, che a sua volta contiene liquidi, gas, pensieri, siamo dei contenitori dalla forma singolare, anti-ergonomica, instabile, che solo a un pazzo potrebbe venire in mente di ideare. D’accordo, posso anche pensare che siamo il risultato di un esperimento riuscito male, quindi lasciato andare e che è proseguito da solo e si è espanso autonomamente a dismisura. Ma che senso siamo riusciti a dare a noi stessi, agli elementi principali di questo esperimento? Soprattutto: come spieghiamo il nostro abbandono dell’esperimento? A un certo punto gettiamo la spugna, ma tante volte vorremmo usare la spugna solo per asciugarci il sudore, rimetterci a combattere e mandare al tappeto l’avversario, anche mentre in ginocchio sul tappeto ci siamo noi. E quando invece invochiamo la spugna e quella non arriva? Quando le nostre braccia cadono abbandonate lungo il corpo e siamo tempestati dai colpi senza più la forza di difenderci, perché non c’è un regolamento, un codice sportivo, una federazione che imponga la fine dell’incontro e il k.o. tecnico? È il momento in cui desideriamo con tutte le nostre forze di perdere consistenza, in modo che tutti quei pugni ci possano attraversare senza incontrare resistenza, perché abbiamo finito di resistere, non ci opponiamo, abbandoniamo il ring, non ci interessa più diventare campioni, forse lo siamo stati, forse no, ma non ha più importanza. Vogliamo solo sbarazzarci di noi. E dopo sia quel che sia. Ma nemmeno quello ci è dato: il colpo di grazia che veniva concesso ai condannati a morte è rifiutato a chi in vita non ha commesso reati tanto gravi da meritare una sentenza estrema. È lo stesso paradosso per cui sbarazzarsi di se stessi è reato punito dalla legge se non si è sufficientemente bravi da portarlo fino in fondo. Dov’è il senso in tutto ciò? Va bene, l’ho già detto, posso anche sopportare l’idea del vuoto, del nulla, il nichilismo aiuta, ma il peso, il macigno che spingi su per la montagna senza scorgerne la cima e dal quale ti faresti volentieri schiacciare e frantumare, ma quello nemmeno si sogna di crollarti addosso, no, non ha senso. Consumarsi di fatica a novantasei anni è ingiusto, inumano, volgare, osceno e se qualcuno l’ha deciso dovrà renderne conto prima o poi se c’è giustizia, altrimenti c’è solo il Nulla. Ciao Mà.

Evil_grin_santa_clausTorna tutti gli anni, non ne manca uno, come un cecchino che ti aspetta sul tetto della casa di fronte e ti inquadra nel mirino aspettando il momento buono per centrarti. Le cattive intenzioni sono mascherate dalle luci colorate, i festoni luccicanti, i sorrisi obbligatori, la bontà pelosa, la solidarietà di circostanza, i servizi giornalistici che ti colpevolizzano se spendi troppo, perché schiaffeggi la miseria, ma ti indicano come la rovina del Paese se non consumi, perché ostacoli la crescita e lo sviluppo, come se la perdita di potere d’acquisto degli stipendi e delle pensioni fosse colpa di chi tenta di risparmiare qualcosa,  sempre che si sia nelle condizioni di percepire lo stipendio o la pensione. Le ragioni del commercio hanno preso il sopravvento su qualsiasi senso, significato, riflessione che si vogliano attribuire alla celebrazione di un compleanno che, al di là delle credenze di ognuno, è statisticamente quello più festeggiato al mondo, merito di una macchina propagandistica che funziona da circa millesettecento anni e di addetti stampa di provata esperienza e capacità. Non è un caso che nello scorso secolo, con lo sviluppo industriale prima e l’iper-comunicazione poi, all’immagine di povertà rurale, tra pastori, contadini, piccoli bottegai, mercanti di stoffe e spezie, qualche meretrice pronta al pentimento, si sia sostituito il florido, panciuto, rosso-vestito personaggio pubblicitario, opportunamente urbanizzato e omologato, che rassicura con la sua ipercolesterolemia (in fondo è quasi come noi) e invita i bambini a desiderare di tutto (meglio abituarli da piccoli i nuovi consumatori), così cresceranno tanti nevrotici frustrati privi di ogni capacità di accontentarsi di quello che hanno o possono permettersi e si ammazzeranno di lavoro in nome della produttività o, nella migliore delle ipotesi, si daranno al crimine, meglio se organizzato, perché sono le multinazionali a governare il mondo e il panzone scarlatto iperglicemico ne è il boss indiscusso. Aprite gli ombrelli, la pioggia di saccarina è cominciata, non appiccica, ma macchia i vestiti e la spesa di tintoria vi smacchierà la tredicesima, ammesso che l’abbiate ancora, altrimenti la banca all’angolo della via sarà ben lieta di pagarvi il conto in cambio di casa vostra o dell’auto o di un rene (c’è un discreto mercato) mentre il boss se la ride, perché anche quest’anno ha fatto il pieno.