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Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘i libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.”

Se l’estate sarà un Inferno e non saprete come uscirne vivi, sciacquatevi la mente con un libro fresco e autunnale e tornerà il Paradiso…

“È Bëatrice quella che sì scorge
di bene in meglio,
Silenziosa(mente)
che l’atto suo per tempo non si sporge.”

Silenziosa(mente) lo trovate sul sito ilmiolibro.it

http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=515098

e anche potete leggere le prime 38 pagine.

Lo dice anche Beatrice!

«Apri li occhi e riguarda qual son io:
tu hai vedute cose, che possente
se’ fatto a sostener lo riso mio».

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Non so se avete notato il nome di due dei musicisti. Giuro che non è voluto, ma trattandosi del mio libro inserito come evento collaterale alla mostra Animali da Lettura non poteva essere diversamente.

Inutile dire che vi aspetto numerosi.

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Luca Barbarossa è un cantautore da sempre un po’ snobbato. Le sue canzoni, tranne qualche eccezione, non possono dirsi di “impegno”. Annoverato tra i cosiddetti artisti di sinistra, non ha mai fatto dell’appartenenza politica un grimaldello per aprire porte e portoni. Scrive con coerenza pezzi romantici, intimisti, che raccontano storie piccole di vita quotidiana, di sentimenti semplici, dall’inizio della sua carriera discografica, che possiamo datare al 1981, quando irruppe nelle radio col 45 giri (allora si vendevano ancora) Roma Spogliata, anticipo di un bel disco d’esordio eponimo, prodotto da quel genio ondivago, disilluso, innamorato perso del rock ‘n’ roll, che è Shel Shapiro. Trent’anni di carriera, un festival di Sanremo vinto nel 1992 con un pezzo, Portami A Ballare, a dir poco ruffiano, ma più che dignitoso, mai un pettegolezzo o una voce extra-musicale, mai una sbandata verso la conduzione televisiva o un cambiamento di mestiere qualsiasi solo per far parlare di sé. Un vero “operaio” della musica: centinaia di concerti, una quindicina di dischi (relativamente pochi rispetto ad altre carriere anche più brevi), la chitarra acustica sempre a tracolla, ricordo di quella passione west-coast che ha segnato la sua e la nostra esistenza una quarantina d’anni fa. Per il grande pubblico, però, l’impressione è che stia sempre ricominciando da capo: quando salta fuori il suo nome sembra si stia parlando di un reduce, uno sparito per chissà quanto tempo, che si sia arruolato nella legione straniera, abbia passato un periodo di ripensamento, come si dice quando si finisce in clinica o si cambia mestiere e si diventa taxista o lattaio. E invece praticamente non ha mai smesso. Tra l’altro, dall’anno scorso conduce un bel programma su RadioDue RAI al mattino del sabato e della domenica, RADIODUE SOCIAL CLUB, tra interviste ad ospiti in studio, canzoni dal vivo con una ricca band e sketch che rimandano ai tempi gloriosi del varietà alla radio. Personalmente ricordo un’intervista che gli feci nell’86: giustamente si lamentava un po’ del fatto che molta stampa lo trattava come una specie di nipotino di Lando Fiorini, per questa sua “passionaccia romana” che emergeva prepotente in tanti suoi successi, a cominciare da Via Margutta.
Ora sta girando l’Italia con uno spettacolo di musica e teatro satitrico e umoristico (non so perché, ma non mi piace chiamarlo cabaret, che sa tanto di tv), tra i più divertenti che mi sia capitato di vedere ultimamente. Nonostante il titolo banalotto, Attenti a quei 2, per due ore e mezzo (!!!) Barbarossa ci porta in giro per il suo vasto repertorio, recente e no, accompagnato da un ottimo quintetto (due chitarre, basso, batteria, tastiere) assieme a quel bravo attore, non solo comico, che è Neri Marcoré, più noto al pubblico televisivo come imitatore di Pierferdy Casini, del più spassoso e somigliante Gasparri catodico in circolazione, di Silviuccio nostro (of course), di uno schizofrenico Di Pietro, di Amedeo Minghi e di un fantastico Alberto Angela. Anche Barbarossa, con una buona dose di autoironia, si lascia volentieri prendere in giro e maltrattare, condividendo il palco con un personaggio che rischierebbe di rubargli la scena (Marcoré è anche buon cantante e chitarrista), se lo spettacolo non fosse ben calibrato e se Luca non potesse contare sull’appoggio del suo pubblico più fedele, in prevalenza femminile, non foltissimo e scalmanato l’altra sera alla Festa Democratica di Milano al PalaSharp, tuttavia caldo e prodigo di complimenti, applausi e grida di sostegno.
Nel 2011 ci si attende che questo operaio della musica diventi almeno caporeparto: se lo merita.

Si dice sempre così: non è come pensate, le apparenze ingannano, passavo di qui per caso, io non c’entro. In qualche modo anche la classe politica ci ha abituato a questo atteggiamento: due donne in camera e la cocaina sul comodino? Non so, io dormivo, non me ne ero accorto, mi annoiavo, ero solo, lontano da casa, mi sentivo triste. Oppure: quella donna che mi sono trombato tutta la notte? Non sapevo che fosse a pagamento, credevo fosse lì per i miei begli occhi, comunque non l’ho pagata, ci avrà pensato qualcun altro. Oppure: mi hanno fotografato sul suv mentre chiacchieravo a bordo del marciapiede con un trans? Gli stavo chiedendo un’informazione stradale. L’importante è negare l’evidenza. Ma, chi la fa l’aspetti, dice un vecchio proverbio. E così un tizio, a Milano, recatosi DA SOLO in un locale per scambisti (che non è un Cral di ferrovieri) in zona Navigli, ha avuto un’amara e dolorosa sorpresa. A parte il fatto che recarsi in un locale per scambisti DA SOLO sembra già una contraddizione in termini. E’ come quando da piccoli per giocare a figu (avete presente? celo, manca, celo, celo, maaaaaanca) ci fossimo presentati senza nemmeno le doppie. Saremmo stati cacciati all’istante o comunque guardati con sospetto dagli altri bambini. Ma sorvoliamo. Il tizio in questione, in cerca di emozioni forti (ma lui avrebbe poi raccontato “solo per cusiosità”) è attratto da un coppia impegnata in effusioni spinte e si avvicina: luci basse, soffuse, atmosfera ambigua, equivoca, ombre che si sfiorano, sguardi obliqui e languidi, occhiate perverse, fruscii di pelle e seta. Giunto quasi in braccio ai due si accorge di qualcosa di familiare. Ma io questa faccia (si fa per dire) la conosco – osserva. Infatti, è la sua giovane convivente, che ha deciso di prendersi qualche ora di svago con un amico, esattamente come colui con il quale condivide la casa e buona parte dell’esistenza. Ne nasce un battibecco, che presto diventa un vero e proprio litigio, fino a che non si trascende, nel momento in cui l’amichetto, stufo di aspettare che la donna smetta di discutere con quell’importuno, che pretende di accampare inesistenti diritti di esclusiva su corpo e mente, non si alza e sferra una serie di pugni e calci contro l’avversario, il quale stramazza dolorante al suolo. Nel frattempo qualcuno chiama l’ambulanza, altri si rivestono e cercano di riguadagnare contegno e uscita. Quando i sanitari giungono sul posto raccolgono lo sventurato, che potremmo impietosamente definire cornuto e mazziato, lo portano in ospedale dove viene curato. Dell’aggressore nessuna traccia, mentre la damigella contesa dovrà fornire e pretendere spiegazioni. E prendere una decisione, perché non pare che il convivente possa accettare un regime di multiproprietà, anche se, in tempi di crisi, la condivisione temporanea può essere una soluzione.