Category: Società e costume


Una questione è stata a lungo dibattuta a casa mia (i benaltristi avrebbero da dire, ma a casa mia dibatto di quel che mi pare): sto bene o no con i pantaloni corti? Per anni sono stato canzonato dalla bionda nube primaverile che si aggira nell’appartamento in cui abito, talvolta ravvivandomi con tenere e fresche pioggerelle primaverili, altre turbandomi con fragorosi temporali estivi, per via della mia idiosincrasia nei confronti dei calzoni sopra il ginocchio. In realtà, come per tutti, la spiegazione andava ricercata nell’infanzia “infelice” di un bimbo che anelava indossare i pantaloni lunghi, ma ciò gli era permesso solo nei giorni festivi o quando la temperatura invernale era talmente bassa da impietosire anche una madre fissata, che aveva visto la guerra e temeva che il suo amato figliolo tornasse da scuola come i reduci di Centomila Gavette di Ghiaccio.
Si sa, i traumi infantili sono duri da elaborare: ricordo un paio di pantaloni di lana color cioccolato fondente, inspiegabilmente senza tasche (per uno come me abbonato al raffreddore il problema era sempre quello di dove mettere il fazzoletto), che abbinavo (mia madre abbinava) a un maglione dolcevita giallo limone a righe orizzontali marroni. Sembravo un’ape caduta nella Nutella (un analista ci andrebbe a nozze), ma mi piaceva, anche perché era una delle rare occasioni in cui potevo lasciare nell’armadio gli odiati calzoni corti. Ora, da alcuni anni le estati si sono fatte piuttosto calde e ho dovuto cedere al termometro, ma fino a non molto tempo fa non sopportavo di mostrare le mie gambette pelose fuori da una spiaggia e, tanto meno, in città, dove mi pareva semplicemente ridicolo che uomini adulti potessero circolare vestiti come scolaretti di terza elementare.
Ma tutto passa, anche la sindrome delle camicie con le maniche corte: non so bene da dove sia saltata fuori questa mania, ma non mi sono mai piaciute troppo. Le trovo, anche queste, sciatte, da spiaggia, adatte alla vacanza, mentre se fa caldo, ritengo molto più elegante, fine, di classe, una bella manica lunga arrotolata con cura (non quei salsicciotti che si vedono spesso) sull’avambraccio, sin quasi al gomito, non di più, che dà un’aria professionale, seria, ma informale, di persona che si dà da fare, ma che si prende anche il tempo di rimboccarsi le maniche, appunto, e senza la frenesia di chi le maniche le ha già corte. Perché il passo successivo è la canotta.

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Andare a teatro è bello. Per un concerto o una rappresentazione di prosa, anche dopo tanti anni senti la tensione dell’evento, l’atmosfera del rito, uno dei più antichi dell’umanità. Il teatro come metafora dell’esistenza, messa in scena del reale e del supposto, dell’irreale e del metafisico, il teatro come denuncia del sopruso o esaltazione della bellezza, ribellione al potere e celebrazione del sentimento. La vita è teatro e viceversa. L’allegria, il dramma, la risata e la tragedia, il pianto, il dolore più lancinante, la rabbia, la liberazione, la catarsi, la felicità, il sublime piacere e l’orrore, è tutto nel teatro. Anche le poltrone.
Anticipa il rito antico del teatro, il moderno rito della ricerca del posto a sedere. Ora, anche le menti meno allenate al calcolo matematico, quelle più aduse a filosofeggiare sui massimi sistemi, dovrebbero riuscire a mettere assieme due coordinate semplici semplici come quelle fornite con il biglietto d’ingresso: fila F, posto 43. Non obbliga a un calcolo algebrico, non si pretende di risolvere un’equazione con otto incognite, non bisogna essere in grado di elencare a memoria venti numeri primi, conoscere la soluzione del teorema di Fermat o snocciolare la sequenza di Fibonacci per dieci minuti di seguito. Eppure, nonostante si continui a dire che si vendono più biglietti per il teatro che per lo stadio, ancora oggi, appena si spengono le luci in sala, si possono notare decine di errabondi che stanno ancora decifrando il biglietto d’ingresso e cercando di metterlo in relazione con la disposizione dei posti a sedere. È vero, ci sono le maschere, pardon, le hostess, che molto gentilmente si mettono a disposizione dei dispersi, ma costoro vi ricorrono solo a tempo scaduto, quando il buio è già sceso in sala e le perfide si incamminano verso le poltrone sempre a passo troppo svelto, sapendo che gli infelici impiegano qualche decina di secondi ad abituarsi alla penombra, col risultato di perderli per strada. Dove finiscono costoro? Se qualcuno non li recupera, terminano la loro corsa nei sotterranei del teatro. Si narra di presenze misteriose nelle catacombe del teatro Strehler di Milano e del Donizetti di Bergamo, ma sono leggende. Però, ogni tanto, durante i sopralluoghi delle immobiliari che comprano i teatri per abbatterli e farne garage, centri commerciali o atelier per stlisti, trovano resti umani: tra le mani ormai scheletrite, stringono ancora i tagliandi dell’ Otello con Salvo Randone e Vittorio Gassman o del Rinaldo in Campo con Modugno, Delia Scala e Franco e Ciccio. Bisogna anche dire che gli architetti arredatori e loro collaboratori fanno di tutto per mettere in difficoltà il pubblico. Spesso suddividono la platea in settori colorati, attribuiscono nomi di fantasia – la balconata furetto, il palchetto ficus, la poltrona cinciallegra – mettono i posti dispari a sinistra e i pari a destra, in modo che, chi si aspetta una normale progressione numerica, si ritrova a dover saltare da una parte all’altra della sala o, per i teatri più antichi, correre da un ordine di palchi all’altro, perché anche quelli sono suddivisi con criteri demenziali. Ci sono anche i più sadici, che indicano con le lettere le prime cinque file e con i numeri tutte le altre. Per non parlare di dove mettono il numero della poltrona: sullo schienale del posto davanti, sullo schienale del posto dietro, sullo schienale del posto giusto, sotto il sedile, sopra il sedile, sul bracciolo (ma destro o sinistro?), inciso in braille per terra, da decifrare con i piedi, proiettato da un raggio laser dal soffitto in modo che si imprima nella retina, trasmesso telepaticamente da un sensitivo.
Facciamo qualcosa. Se vedete qualcuno in difficoltà, aiutatelo a evitare una fine certa. Se notate che sta per iniziare lo spettacolo e c’è ancora gente col biglietto in mano che vaga per la sala, indicatelo alle hostess. E se proprio non si arrendono a sala ormai al buio, INTIMATE LORO DI SEDERSI, ANCHE PER TERRA, MA DI SEDERSI, A CALCI SE NECESSARIO, PERCHÈ NE ABBIAMO ABBASTANZA DI QUESTI DEFICIENTI CHE NON SONO CAPACI DI TROVARE UNA CAZZO DI POLTRONA IN TEATRO! STIANO A CASA, ALLORA, A RINCOGLIONIRSI DI TELEVISIONE! IL DIVANO DI CASA LO TROVERANNO, SI SPERA!

Viviamo di più rispetto a un secolo fa, ve ne siete accorti? Certo, un secolo fa non c’eravate, non potete saperlo, ma le statistiche dicono così. Poi, se fate un giro in qualche cimitero scoprite loculi di centenari che contraddicono le statistiche, ma cosa ci volete fare? Le donne, in particolare, sopravvivono più a lungo degli uomini e, statisticamente, in miglior salute. Vi sarà senz’altro capitato di osservare coppie di anziani per strada: lei vispa e frizzante, dritta come un fuso che sgambetta tra i banchi del mercato, lui una larva che si trascina stancamente cercando di inseguire la moglie caricata a molla. Ma la domanda vera è: l’allungamento della vita riguarda solo la vecchiaia o è “spalmato” su tutta l’esistenza? In altre parole: restiamo bambini e giovani adulti più a lungo che in passato? A prima vista parrebbe di sì. Le rilevazioni statistiche confermerebbero questa impressione positiva: i quarantenni di oggi sembrano i trentenni di ieri, un uomo di mezza età è, modestamente, un cinquantenne di aspetto giovanile e piacente. Dal punto di vista sociale c’è qualche altra osservazione da fare, però: a cominciare dai giovanissimi che, da sempre, hanno fretta di crescere, ma che oggi mostrano sempre più comportamenti da adulti, se è vero come è vero, che sin dalle scuole elementari i fenomeni di bullismo si stanno moltiplicando. Segno che il tentativo di imitazione di atteggiamenti “da grandi” ha raggiunto livelli allarmanti. Salvo, poi, diventati adulti, non assumersi responsabilità verso se stessi e gli altri, restando a casa con i genitori sino ad età ragguardevoli, accampando pretesti e scuse contingenti.
Quindi arriva la sindrome del quarantenne (tipicamente maschile), che spinge ad accompagnarsi con donne la cui età è inversamente proporzionale alla propria, oltre che alla disponibilità economica, una condizione che può durare a lungo, coadiuvata anche da farmaci di recente diffusione, atti allo scopo di prolungare la condizione paragiovanile.
Infine, giunta la vera maturità, cala il sipario della rassegnazione (anche questa tipicamente maschile) che coincide, però, con la rinascita femminile, dando luogo al tipico fenomeno della Vedova Allegra, riscontrabile in numerose balere e sale da ballo della penisola, nonché in alcune apposite trasmissioni televisive. INVECCHIARE MENO; INVECCHIARE TUTTI!

Yaaaaahhhhhh!!!!A volte mi sembra di scrivere da sempre e, invece, sono meno di trent’anni. Professionalmente ho usato il linguaggio parlato molto più di quello scritto, anche se da qualche tempo le modalità si sono invertite in termini quantitativi. E sono solo dieci anni che scrivo per piacere personale. Quest’ultima fase è iniziata quando la parola scritta sembrava stesse tornando in auge dopo due decenni di video, immagine, apparenza, body language, talk show. Il blog mi ha spinto a mettere “nero su bianco” quel che penso della realtà che mi circonda, mi contiene e mi permea. Si stava di nuovo trovando il tempo e il silenzio interiore per soffermarsi a leggere. Ricordo post extra-large (non proprio i miei) di amici e colleghi sui quali poi si dibatteva per pomeriggi interi con “commenti” tanto circostanziati, scherzosi, puntuti, talvolta deliranti, da innescare a loro volta discussioni accese che partivano per la tangente del post principale. C’erano anche allora i cosiddetti “troll”, provocatori che agivano appositamente per far degenerare la discussione e quanti sforzi si facevano per rintuzzarne i tentativi, ignorarli, isolarli, persino dialogarci e tentare una conversazione civile. Non sempre con successo, ma spesso sì. E allora era una soddisfazione essere riusciti a coinvolgere una specie di mina vagante difficile da maneggiare, sempre sul punto di esplodere, ma anche stuzzicante per il punto di vista così distante che recava con sé. In questo era un maestro il mai dimenticato Luciano Comida, dal quale ho imparato tanto su come gestire certe situazioni, anche in pubblico. Ma era sempre la parola che prevaleva, la ragione, la riflessione, il confronto. È durato poco. Cinque, sei anni. Poi tutto si è trasferito sul social network, il mezzo con cui, volente o nolente, abbiamo dovuto prendere confidenza un po’ tutti. Ricordo quando mi iscrissi a FB, ormai quattro o cinque anni fa, un collega mi disse: “ah, ti sei iscritto al sito di Zuckerberg proprio ora che tutti se ne stanno andando.” Non so da cosa l’avesse dedotto, ma forse aveva ragione lui, visto che ha fatto più carriera di me, anche se FB esiste ancora. Non sempre avere torto è negativo, anzi, sparar cazzate spesso paga.
Con il “social” tutto è cambiato: ciò che con il blog, nonostante il video, tornava ad assomigliare a un articolo, a un breve saggio o a un elzeviro da terza pagina (per i più bravi), sul nuovo medium subiva una violenta contrazione e si riduceva all’essenzialità di una battuta, un motto, uno slogan. Non sono contrario alla sintesi (come potrei con il lavoro che ho fatto e ancora vorrei fare, ma alle mie condizioni?), ma la complessità del mondo non può ridursi a 140 caratteri, non è naturale, è illogico, anti-storico, stupido. Se poi il post vuole assurgere al ruolo di notizia, notiamo come sia l’iperbole la forma vincente: in altre parole, più la spari grossa e maggiore sarà l’impatto e la credibilità. Ci sono siti, travestiti da giornali, che prosperano sulla moltiplicazione delle loro “notizie” grazie agli utenti di FB, i quali, in buona fede o meno, “condividono” questa melma irritante e corrosiva, buona solo per ingenerare rabbia, esasperazione, violenza, coltivare l’ignoranza e diffondere l’inganno.
Non si dialoga più, il confronto è una perdita di tempo, ragionare è un segno di debolezza e non ci si può permettere di essere deboli quando si combatte. Non sono pochi coloro che si sentono in guerra in questo momento, incoraggiati anche dai messaggi che giungono dalla cosiddetta classe dirigente, totalmente irresponsabile e senza dignità.
E allora, perché non sottrarsi al gioco al massacro, perché contribuire alla popolarità del sistema, perché partecipare e poi criticare? Perché non vivo in una grotta in mezzo alle montagne o in un atollo della Polinesia, ho necessità di restare in contatto con il mondo, anche se non sono l’animale più sociale che esista, ho bisogno di guardarmi intorno e capire cosa succede, ho l’esigenza di interpretare la realtà, leggere gli altri per comprendere chi sono io. Il giorno che sarò sazio di tutto questo sarà l’ultimo.

MahIl problema non è che le feste portino sfiga, ma sicuramente la sfiga si appiccica alle feste. Se vi capita un qualsiasi accidente il 16 febbraio o il 22 settembre, a meno che non sia il vostro compleanno, rimarrà relegato nel novero delle centinaia di guai che nella vita media di ognuno accadono normalmente. Ma se solo vi rompete una costola il 25 dicembre o un virus viene a sfidare il vostro sistema immunitario a Pasqua, vi rimarrà scolpito nella vita per sempre. Lo racconterete a più riprese ad amici, parenti e discendenti (“sapete, mi ricordo che era il Natale del ’92 quando scivolai sul tappetino davanti al lavello in cucina e ci mancò poco che restassi paralizzato…) con narrazioni lunghissime e dettagliate – prologhi, antefatti, epiloghi, esegesi – e, a un certo punto, con l’età che avanza, piene di lacune ricolme di ricordi immaginati, con gli astanti che si scambieranno occhiate di comprensione e compatimento, perché sarà la decima volta che sentono quella storia sempre più romanzata. Insomma, le feste sono insidiose, scivolose, appiccicose e contagiose, perché contaminano anche i giorni attigui. Mio padre, ad esempio, è morto il giorno successivo al mio compleanno, che, tra l’altro, è già festa di suo, perciò potete immaginare ogni volta quale sia il retropensiero che mi insegue, oltre a quello di un altro anno trascorso sul quale riflettere e trarne un rischiosissimo bilancio. Anche il giorno del mio onomastico è legato al lutto della mia gattina di tre anni che feci sopprimere per non vederla morire di fame e sete, dato che aveva smesso di nutrirsi spontaneamente. Rovinata anche quella festa (festa per modo di dire, perché non se la ricorda quasi nessuno, ma io sì). Per non parlare delle liti che inevitabilmente scoppiano a tavola e dintorni tra parenti e affini i quali, complici due bicchieri di troppo, rivalità mai sopite e coniugi dotati di memoria elefantiaca, trovano modo di rinfacciarsi dissapori risalenti alle guerre puniche e di infimo conto, ma ingigantiti dal tempo e dalla lente deformante dell’evento festivo ad alta gradazione spirituale (nel senso di alcolica). Per prevenire conflitti le forze diplomatiche familiari inventano tattiche logistiche degne di Yalta, ma altrettanto deleterie, tanto da ripromettersi che quella è l’ultima volta, che l’anno prossimo ognuno se ne starà a casa sua e chi vorrà sfogarsi potrà prendersela con i congiunti più prossimi o lanciando bottiglie di birra contro le finestre dei dirimpettai. Ma ogni anno la storia si ripete. Per quanto mi riguarda spero solo di uscirne vivo, ma sento una strana vibrazione, segno che qualcosa si sta preparando.

P.S. L’immagine che accompagna il post non c’entra nulla, ma l’ho trovata molto tempo fa da qualche parte, non sapevo mai dove metterla e qui mi sembrava il posto adatto. È sufficientemente sgradevole e idiota per descrivere la sensazione che mi accompagna.

2009_1697_4717Fondamentalmente sono un libertario, ai confini con l’anarchismo, se non considerassi quest’ultimo un’ipotesi di mondo ideale basato esclusivamente sulla responsabilità, sulla coscienza, sulla legge morale di kantiana memoria e quindi pura utopia. Mi fa ribrezzo l’autoritarismo, provo nausea per l’arroganza, detesto il privilegio acquisito senza merito e sbattuto in faccia a chi non ne è ritenuto “degno”. Insomma, mi piace che ognuno faccia quello che gli pare nei limiti della decenza, del rispetto e della tranquillità altrui. Ma non sulla mia testa dove esigo ordine e disciplina. Ho cento milioni di miliardi di capelli e ognuno – e dico ognuno – fa quel diavolo che vuole. Non c’è regola, non c’è decoro.
Mi sveglio al mattino e guardandomi allo specchio mi rendo conto del degrado della società pilifera, del disfacimento che dilaga sul cuoio capelluto, dell’emarginazione cui sono relegati coloro che tentano un recupero di certi valori che sempre ho cercato di instillare tra i bulbi: diventano bianchi per lo sforzo ed esposti prima al pubblico ludibrio – spiccano, infatti, come candide betulle in un bosco di brune querce – e poi all’esilio, costretti ad abbandonare i luoghi in cui sono cresciuti lucidi e vigorosi, destinati a precipitare nello scarico del lavabo estirpati dal crudo dente del pettine. Gli altri se la godono, invece, stravaccati uno sull’altro senza alcun criterio estetico o ritti in piedi, stirati per tutta la lunghezza, come fossero attratti da una forza magnetica dal cielo oppure schiacciati sulla pelle, soprattutto al mattino, senza alcuna voglia di sollevarsi assieme al loro proprietario, che con immensi sforzi cerca di guadagnare la posizione verticale abbandonata solo qualche ora prima. Acqua e pettine non sortiscono che effetti risibili: talvolta i fedifraghi fingono di sistemarsi come padrone comanda, ma è solo un modo per illuderlo e burlarsi di lui senza ritegno dopo pochi minuti.
Ricorrere alla decimazione produce solo effetti temporanei e di brevissima durata. Le visite dal parrucchiere (chissà poi perché si chiama così, visto che quasi mai vende parrucche) sono frequenti, ma ben poco soddisfacenti, anche perché l’abile tonsor sa benissimo che meno taglia e prima vedrà tornare il cliente e perciò lo tradisce fingendo profonde sforbiciate, ma in realtà nasconde la lunghezza della chioma orientandola orizzontalmente di modo che al cliente appaia un taglio a spazzola, quando, invece, gli infingardi cornei sono pronti a drizzarsi al primo lavaggio casalingo. Canaglie.
Ieri, poi, in piscina hanno tolto i normali asciugacapelli a forma di pistola – che conferiscono all’utente una strana postura da aspirante suicida – e installato degli apparecchi asciugamani, di quelli che si trovano normalmente nei bagni dei locali, dei teatri, degli autogrill, che soffiano un getto d’aria calda da un bocchettone lungo pochi centimetri. Li hanno posti ad altezze variabili, affinché ognuno possa scegliere il suo a seconda della generosità che la Natura ha voluto mostrare nei loro confronti in termini di apparato scheletrico. Ci si colloca sotto il getto e si avvia il macchinario (a pagamento, 20 cent): vi lascio immaginare il risultato sotto una corrente tiepida da galleria del vento concentrata in un flusso di cinque centimetri di diametro. Sono uscito dalla piscina che sembravo l’omino della Presbitero, quello che molti anni fa pubblicizzava il noto marchio di strumenti per la scrittura manuale. Ho guardato con invidia i compagni di nuoto che non hanno tale necessità, bastando loro una salvietta per asciugarsi l’epidermide sgombra da qualsivoglia germogliazione pelosa e mi è parso che loro guardassero me, ma non so se con invidia per l’esuberanza tricotica o compatimento per l’acconciatura eolica.