Category: Esigenze primarie


– Tornare bambini? Non se ne parla.
– Ma la spensieratezza dell’infanzia, i giochi, la scoperta del mondo?
– Ma quale spensieratezza! L’infanzia è un casino, un incubo, sempre a fare quello che ti dicono gli altri e se non lo fai sono strilli e botte.
– Ma la tenerezza di mamma e papà?
– Sì, che quando gli fa comodo ti dicono “ormai sei un ometto” e quando li scocci con troppe domande ti rispondono che “sei troppo piccolo per capire”.
– Va be’, ma ci sono anche momenti sereni: le vacanze!
– Come no? Fai questo, non fare quello, vieni qui, vai là, non bagnarti, asciugati, prendi freddo, fa troppo caldo: i genitori sono isterici, non sanno neppure loro quello che vogliono. E i compiti delle vacanze? Fatti all’ultimo giorno? Una spada di Damocle che incombe per tre mesi e ti rovina tutto il piacere.
– Però i genitori ti proteggono dai pericoli del mondo.
– Giusto ieri ho visto un papà che se la prendeva con la figlioletta di quattro anni, perché aveva perso una scarpina, finita sotto le gradinate del palasport. Dovevi vederlo. Un isterico che dava fuori di matto. Ci mancava che alzasse le mani. Mi sarei alzato io. Certa gente non dovrebbe nemmeno pensare di avere figli. Farebbe già danno solo così.
– Però ci nutrono e non ci fanno mancare niente.
– Belle schifezze quelle che ci fanno mangiare. Per non parlare dei vestiti ridicoli che ci fanno indossare.
– Insomma, ma che infanzia hai avuto?
– Ottima, credo, non peggiore di quella di tanti altri.
– E allora cosa c’è che non va nel ritornare bambini?
– Ma scherzi? Ricominciare tutto da capo? Hai idea di quanto abbiamo impiegato a diventare grandi? Lo attendevamo da quando siamo coscienti e tu vorresti tornare indietro? Quando sei piccolo il tempo non passa mai, sei sempre piccolo, misuri la crescita centimetro dopo centimetro contro il muro, lo segni con la biro ogni giorno.
– D’accordo, ma quando sei grande il tempo passa più veloce.
– E allora? Però, se non sei un demente, sei cosciente del trascorrere dei minuti, delle ore, degli anni, ma da bambino hai un’idea del tempo che si avvicina molto all’eternità. Quando ero piccolo calcolavo gli anni che avrei avuto nel 2000 e mi sembrava un tempo irraggiungibile, se non quando le macchine avrebbero volato e i marziani sarebbero atterrati sul nostro pianeta e avremmo comunicato con loro con dei bip e delle vibrazioni. Invece siamo nel 2017, i marziani non ci sono e i bip e le vibrazioni sono quelle dei cellulari. Da bambino sei illuso, ingenuo, piccolo e anche un po’ malvagio. Da grande, con le stesse qualità passi per sognatore e visionario. Vuoi mettere? Rischi di diventare un leader, un capo carismatico, puoi anche fondare una nuova religione e fare un sacco di soldi. Basta annunciare un evento, fornire una data sufficientemente lontana da concederti il tempo di raccogliere fondi, goderteli, lasciarli in eredità a qualcuno che si è preso cura di te negli ultimi anni e sei sistemato. Altro che tornare bambini. L’infanzia è la pena preventiva che si sconta per diventare grandi. Poi, sta a te giocarti la libertà.
– Bella roba. Sarà, ma a me di diventare grande non è piaciuto molto.
– Ti piaccia o non ti piaccia lo si diventa e non ci si può fare niente. Ciao, ora devo andare, se faccio tardi poi mi mettono in castigo.
– Ci vediamo domani ai giardinetti?
– Sì, ricordati di portare le biglie, però, perché non ho voglia di prestarti sempre le mie.
– Ma se mi freghi sempre le figu quando giochiamo a muretto.
– Ma sei tu che sei un pollo.
– Sì sì, ciao.
– Ciao.

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Sabato mattina: si è deciso la sera prima di andare a fare la spesa. Mi alzo alle 8, perché devo finire di scrivere un pezzo un po’ lungo, risultato di una intervista in inglese ad un batterista americano simpatico, che mi racconta aneddoti divertenti, ma resta sempre un batterista, con tutto il rispetto, una categoria che non mi sviluppa un interesse maiuscolo come può fare un pianista o un bassista. Però la spesa è la spesa e bisogna farla.
Dopo un’ora di scrittura, quando è il momento di andare noto in Lei una certa resistenza all’assunzione di una postura verticale atta alla deambulazione fuori dalla porta con borse in mano. Così decido di uscire da solo per provvedere alla sussistenza.
Tornato a casa e, in procinto di preparare il pranzo, mi accorgo di non avere comprato la rucola. Lei la vorrebbe, ma dice che fa niente, pazienza, ne farà a meno, ma lo so, prima o poi verrà fuori che faccio la lista della spesa e poi non la leggo, indi esco, vado al super sotto casa, che di solito evito per via di un diverbio avuto con un cassiere tempo fa e poi perché ci sono sempre file bibliche, che quelle per la valle di Giosafatte impallidiscono al paragone. Miracolosamente trovo due persone con carrello più zeppo della giardinetta di mio padre quando da bambino partivamo per il mare, le quali, vedendomi col misero sacchetto della rucola in mano, hanno pietà e mi invitano a passare avanti. Un prodigio da non credere. Manca solo di scoprire alla cassa di essere il milionesimo cliente dell’anno e vincere la spesa gratis, la rucola appunto, e , invece, dato che ho fretta, incontro un’amica specializzata in bottoni che non vedo da qualche mese, e non per caso, che inizia un pippone sulla giunta Pisapia e sulla mancata cittadinanza al Dalai Lama. Non posso che darle ragione, ma la rucola mi brucia in mano e il sugo, ancorché a fuoco bassissimo, rischia di bruciare sui fornelli in cucina. Giunto sotto il mio portone saluto velocemente borbottando un mantra acconcio sul sindaco Pisapia e sparisco su per le scale: l’insalata per Lei è salva, così come la mia reputazione di provveditore alla spesa.
Pomeriggio: devo finire l’articolo. Lei esce, non ha voglia di stare in casa nonostante la temperatura tropicale esterna e la piacevole aria condizionata interna. Dopo dieci minuti il cellulare: “vieni, ci sono sconti, offerte, omaggi, ricchi premi e cotton fiocc, ti aspetto al secondo piano del negozio, poi scendiamo al primo dove c’è il reparto uomo”. “No guarda, vengo per farti compagnia, ma non compro niente, ho tutto, dalla giacca alla mutanda al calzino, non mi manca nulla. E poi il pezzo sul batterista lo scrivi tu.” Vado. Scelgo due vestiti con Lei, per Lei, paga Lei. Torniamo a casa entrambi soddisfatti. L’articolo lo finirò domenica mattina.
Sera: avrei voluto andare a vedere un Andrea Chenier in forma di concerto all’auditorium, bella musica in luogo fresco e accogliente. No, Lei vuole fare una sorpresa ad una sua allieva e andarla a vedere col suo gruppo ad Assago, all’aperto, al caldo-umido zanzaroso e appiccicoso. Va be’, Umberto Giordano può aspettare, non se la prenderà, ha l’eternità di fronte, meglio occuparsi dei vivi e volonterosi musicisti ancora in attività.
È notte: due chiacchiere a letto prima di dormire. Non sono di quelli che rinfacciano, detesto chi dice “ma io l’ho fatto per te” e odierei me stesso se lo dicessi, a meno di non farlo con malizia per scopi poco commendevoli. Per scherzare, però, mi viene da dire: “in fondo mi fai fare quello che vuoi.” E Lei: “ma tu fai solo quello che hai voglia di fare. Si sa.” “Ah, ecco…”

Non so se avete presente la situazione: le dita sulla tastiera del computer, la voglia di metter giù due idee e il vuoto nella testa. Tenti di scrutare, occhieggiare in qualche angolo, dove si raduna sempre la polvere che si impasta con le briciole e quant’altro precipita a terra, compresa una mosca morta di freddo e smangiucchiata, ma nulla, come se fosse passato un potente aspirapolvere e avesse prosciugato ogni residuo di sporcizia mentale. Pensate che pulito sia bello? No, pulito fa schifo, pulito non c’è niente, pulito è il nulla, pulito è arido, asettico, vuoto, freddo. Da bambini la mamma ci faceva lavare quando tornavamo a casa, ma addosso portavamo tutta la fantasia, la creatività, la gioia, sulle ginocchia sbucciate, sulle mani grigie di terra, sulla faccia macchiata dal nero delle dita, i capelli sporchi e arruffati. Se fossimo tornati in ordine come eravamo usciti significava che non avevamo trovato un amico per giocare a “facciamo che io ero e tu eri e io facevo e tu facevi e poi incontravamo gli indiani e lottavamo e ti facevano prigioniero e io ti liberavo e loro mi ferivano e tu mi curavi con le erbe e tornavamo a cavallo nel nostro ranch” e avremmo passato un sabato pomeriggio di noia abissale. Le idee stanno lì, in mezzo alle cianfrusaglie in solaio, ingiallite dal tempo, accartocciate dal caldo umido e ricoperte di polvere e terra, magari un po’ odorose di fiori secchi, dove vai raramente per non uscirne con le ragnatele tra i capelli e qualche scarafaggio in tasca, ma quando ti ci rechi stai via ore e quasi non torneresti. Apri i vecchi bauli e trovi quaderni neri col bordo rosso, entro cui la grafia incerta e il colore blu mare dell’inchiostro della stilografica profumano ancora del cartoncino lucido, della gomma rosa e delle matite colorate, delle cartine geografiche plastificate e luccicanti, dove la Romania era sempre arancione, con la grossa vena blu del Danubio, l’Inghilterra rosa e la Russia verde e immensa. La bicicletta pieghevole, brunita dalla ruggine pare un pezzo di legno e rimanda alle domeniche senza auto, quando dai caselli delle autostrade sfilavano intere famiglie che spingevano sui pedali. In vecchi scatoloni ricompaiono albi illustrati con le fiabe più belle e terrificanti, piene di streghe vecchie e orribili dal naso adunco, orchi cannibali golosi di bimbi teneri e genitori sciagurati che abbandonavano i figli non potendoli mantenere, nella speranza che qualcuno li raccogliesse e li portasse con sé o per non vederli morire di fame davanti agli occhi o perché si rendessero utili diventando almeno cibo per lupi o altre belve. Di questo si nutriva il nostro inconscio e la nostra fantasia e questo ci restituisce la mente  sotto varie forme quando lasciamo correre il pensiero a briglia sciolta, anche se non ce ne accorgiamo. In cerca di idee sono uscito e mi sono infilato in libreria. Ne sono uscito con storie “da leggersi all’imbrunire”. Di questo Lui si nutre ancora.

Perché quando torni dalla spesa con le borse di tela (sono eco-cosciente, cosa credevate) traboccanti di pasta, verdura, affettato e sottaceti trovi sempre qualcuno che ti chiede: “sei andato a fare la spesa?” Stamattina avevo voglia di rispondere: “no, ho portato a passeggio le penne rigate che erano stufe di stare sempre chiuse in credenza, mentre le melanzane avevano bisogno di fare acqua e le ho portate ai giardini, dove ho trovato due fette di bresaola e il cacciatorino che ho invitato a pranzo.”
Naturalmente niente di tutto questo è uscito dalla mia bocca, anche se sapevo già quale sarebbe stata la domanda successiva, che una simile risposta avrebbe intercettato e annichilito. E cioé: “ma dove vai a fare la spesa?” E qui, di solito, si apre il dibattito, perché appena nomini un negozio o un supermercato, ti si oppongono le obiezioni dei prezzi più modici nell’altra catena o la qualità migliore, gli sconti più convenienti o le cassiere più gentili. Sono discussioni che mi annoiano oltre ogni dire: vado in determinati posti, perché, alla mia età e dopo decenni che vivo in questa zona, so cosa c’è in giro e se mi è comodo andare qui o là è perché mi va così e non ho bisogno di informatori volonterosi, prezzolati o gratuiti che mi diano indirizzi nuovi. “Dipende” — dico —  “a seconda del tempo che ho a disposizione.”
Qui sì che si dovrebbe aprire il dibattito che mi interessa veramente, ma, di solito, il tema del tempo trascorso o da trascorrere spaventa e ammutolisce. È un buon modo per interrompere una conversazione tediosa, d’accordo, ma sarebbe bello, invece, aprire la discussione sul marciapiede o sul pianerottolo, magari con i vicini che escono dall’ascensore e si incuriosiscono e si fermano e partecipano, soprattutto i cinesi che vivono accanto alla mia porta, che hanno una o un bambina/bambino, non l’ho ancora capito, molto piccola/o, a cui ho chiesto (alla nonna, non al bambino) quanto tempo ha e dopo molti giri di parole in ideogrammi, mi ha fatto capire il numero 22, al che non ho perso l’occasione per rispondere che 22 anni li porta benissimo, sicuro che non mi avrebbe compreso. Però si è messa a ridere. Anche il/la bambino/a. Avranno capito? Comunque il problema non è il tempo trascorso, ma quello che abbiamo davanti. Il passato è un dettaglio quasi trascurabile. Solo perché ogni tanto telefona e si fa sentire, non è che dobbiamo tenere il passato presente ogni momento (anche perché è passato, appunto, altrimenti sarebbe presente): giusto a Natale e al compleanno. Due giorni all’anno. Che volete che sia? Il tema dei temi è: quanto ci resta? Che progetti abbiamo, sempre che si abbia un progetto? A lunga o a breve scadenza? Le prossime vacanze? Fra uno o due mesi? La ricerca di un lavoro vero l’anno prossimo? La futura vincita al superenalotto che ci cambierà la vita, faremo in tempo a godercela? Ce la farò a sfruttare lo sconto del 10% dell’Ipercoop su una spesa di almeno 70€ che scade l’11 luglio? E al ritorno troverò chi mi dirà che all’Esselunga gli sconti sono migliori e allora lo strangolerò col sacchetto di plastica, l’unico che mi è rimasto in macchina? E mi daranno l’ergastolo o solo vent’anni perché sono incensurato? Col processo breve o lungo? E il carcere preventivo lo calcoleranno? E il lavoro vero lo troverò in prigione? Perché mi faccio certe domande?

Information is not knowledge
knowledge is not wisdom
wisdom is not truth
truth is not beauty
beauty is not love
love is not music
music is the best

Per i 70 anni di Frank Zappa (1940-1993)

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rhodesÈ stato con me per 33 anni, non ci siamo mai separati da quando nel 1976, lui aveva solo un anno e io 14, mi è entrato in casa. Quanto tempo abbiamo passato assieme! Pomeriggi, serate, notti a studiare, a divertirsi, a sperimentare nuove inclinazioni, esperienze elettroniche e psichedeliche, qualche faticosa trasferta, talvolta non indolore. 33 anni di amicizia mai tradita. E ieri l’ho visto andare, portato a spalla da due amici. Ho detto loro di trattarlo bene, non fargli sentire troppo la mia mancanza. Mi sono fatto promettere che potrò andare a trovarlo nei prossimi giorni, giusto per rendermi conto che stia bene nella sua nuova provvisoria collocazione.
Poi, però, sono sicuro, tornerà a casa, quando si sarà rimesso. D’altra parte, dopo 33 anni di onorato servizio qualche manutenzione si rende necessaria. Anche uno strumento solido e robusto come il piano Rhodes Mark I sente il peso dell’età, pur senza darlo a vedere. Credo sia il più bel regalo che mi abbia fatto mio padre quando ho finito le scuole medie o giù di lì. Ho sempre resistito alla tentazione di venderlo, nonostante il peso, l’ingombro, le crisi e tanto altro. Separarsi dagli strumenti musicali mi è sempre costato e non ho la mentalità dell’affarista, come quelli che trafficano continuamente. Poi, è uno strumento così speciale, che quasi tutte le persone conosciute che l’hanno venduto, pentite, dopo poco se lo sono ricomprato. Vabbe’, questione di poche settimane, poi riempirà nuovamente il vuoto fisico e sonoro che ha lasciato in casa. Farò festa.