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“Racconta Le Tue Vacanze: Le mie vacanze le o pasate in sardegna. Il mio papà voleva andare come sempre a Riccione, ma la mia mamma voleva andare ha trovare i suoi parenti in sardegna perche lei è sardegnola e poi dice che il mio papà vuole andare sulladriatico perché lì ci sono le donne stragnere meze nude. Il mio papà non vuole andare in sardegnia perche dice che lì sono tutti piccoli ee neri. Anno litigato e alla fine abiamo prenotato il treghetto per la sardegna. La sardegna è un isola circondata dal mare che confina a est col mare tirreno a sud col mare mediteraneo, a ovest col mare mediterraneo e a nord con la corsica, che non è Italiana, ma francese e in mezzo cià le bocche di bonifacio, che però non manciano nessuno (ahahaha). Siamo stati tre sttimane, ho fatto tanti bagni, faceva caldo, al campeggio era pieno di zzanzare e alla fine siamo tornati a casa. Il mio papà a detto che l’hanno prossimo andiamo di sicuro a Riccione, ma la mia mamma a detto che deciderà il destino se saremo ancora vivi, ma io so gia che decidera lei, anche perche o sentito che diceva alla zia gavina che ci fediamo tra unano. Così ho raccontato le mie vacanze.”

Scusate la regressione infantile dovuta a scorpacciata di strudel notturna.

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— Firmi qui.
— Dove?
— Qui.
— Ma non c’è niente qui.
— Lì
— Qui o lì?
— Lì.
— Ha una penna?
— Usi questo.
— Cos’è?
— Firmi.
— Dia qui.
— No, lo tengo io.
— Ma non riesco.
— Ok, lo tenga lei, ma non lo faccia cadere.
— Sono mica stupido.
— Attento che cade!
— Ma è legato a sinistra, sarò stupido, ma non sono mancino.
— È fatto così.
—Be’, è fatto male. Chi l’ha inventato pensava che il mondo fosse mancino? È la mela di Odessa?
— Cosa ne so.
— Se è legato a sinistra e lo uso per firmare con la destra, il cordino mi intralcia.
— E io cosa ci posso fare.
— L’ha provato?
— Boh…
— Non si ricorda se ha firmato con questo affare? Cos’è? Ha vent’anni e ha già l’Alzheimer?
— Ecco a lei. Grazie e buona giornata.
— Lo sarà sicuramente.
Abbiamo impiegato secoli per imparare a scrivere evitando di spennare oche, rovesciare calamai, stantuffare inchiostro e spremere cartucce nelle stilografiche, per arrivare a Laszlo Biro con la sua ingegnosa invenzione. Mill’anni di progresso e torniamo allo stilo e alla tavoletta di cera?
Hanno cominciato i fattorini, poi i postini, adesso i supermercati. Ci fanno firmare su uno schermo liscio e scivoloso con un punteruolo che non fa presa, sospesi nel vuoto, in assenza di gravità e attrito, in uno spazio ridotto giallo-verde, che solo a vederlo viene il vomito; e la nostra firma è ridotta a uno scarabocchio illeggibile che pare scritto da ubriachi con la mano sbagliata. Ma perché? A che pro? Non riconoscerò mai quella firma, non potrà mai essere la mia, sarà di chiunque abbia fatto un acquisto con la mia carta di credito e il mio nome. Che validità potrà avere?
Poi vai in banca e ti dicono che la firma sull’assegno che hai emesso non corrisponde a quella depositata. Dovrebbe vedere quella che ho emesso alla coop. Sembrava che mi fossi cacciato in bocca una penna e avessi tentato di disegnare un cavallo.
Che progresso è quello che imbruttisce la vita? Così risparmiamo carta? Ottimo, ma rendiamo le persone irriconoscibili, l’identità scompare, ridotti a numeri, codici, algoritmi, scarabocchi. Il futuro è uno sgorbio. Firmato.

Post(umo)

Quando leggerete questo post io non ci sarò già più. Lo so, appare più tragico di quello che è veramente, ma tutte le cose finiscono, non c’è il permanente, è solo un’idea inventata dall’umanità per darsi un’illusione di eternità. Gli uomini si sono inventati l’immanente e il trascendente, il fisico e il metafisico, conscio e inconscio, carne e anima, aldiqua e aldilà, per avere delle porte da attraversare, confini da valicare, barriere da abbattere, qualcosa da fare nella vita, insomma, uno scopo da raggiungere. I viaggiatori viaggiano, gli esploratori esplorano, gli scalatori scalano, i navigatori navigano, gli speleologi speleologano, i ginecologi…uguale, ognuno si dà un nome e un obiettivo da raggiungere. Altrimenti la vita sarebbe una noia pazzesca oppure una gran confusione se gli scalatori navigassero o i navigatori speleologassero e i ginecologi…esplorassero…o forse no. Comunque, quello che ho fatto fino ad ora è stato parlare e scrivere, scrivere e parlare, leggere e studiare, studiare e leggere, fare domande, ascoltare risposte, elaborare concetti, “pettinarli”, come si dice oggi, perché non è detto che l’intervistato sappia esattamente quello che dice e come dirlo, e allora lo devi aiutare, usare un po’ di cosmetico per far apparire la sua espressione leggibile. È per quello che tanti intervistati non si riconoscono nelle parole scritte sul giornale. Se vuoi fare loro un dispetto, basta che riporti esattamente ciò che hanno detto, parola per parola, e qualcuno ogni tanto lo fa. Ma anche in questo caso ti dicono che non si riconoscono nelle parole stampate. In fondo è abbastanza ovvio: abbiamo una percezione soggettiva di noi stessi e ci vediamo con occhi dal visus limitato. Basti pensare a quando ascoltiamo per la prima volta la nostra voce registrata: uno choc, non pensavamo di essere così sgradevoli, avere quelle cadenze cantilenanti, essere così…ridicoli. Be’, ora basta, è il momento di chiudere, salutare tutti, lettori abituali e no, congedarsi con affetto, perché è stato bello, simpatico e divertente, ma, come dicevo prima, tutto ha un termine. Il biglietto è scaduto, l’ultimo spettacolo è stato proiettato e la parola The End è apparsa sullo schermo. L’inserviente ci sta cacciando, perché deve fare le pulizie e ha voglia di andarsene a casa anche lui. Togliamo il disturbo (non so perché improvvisamente sto usando la prima persona plurale, ma va bene, perché dà un senso di collettività, che al congedo ci sta) per le prossime due settimane (solo 15 giorni, cosa credevate??!!) in cui sono in vacanza. Au revoir!

Una questione è stata a lungo dibattuta a casa mia (i benaltristi avrebbero da dire, ma a casa mia dibatto di quel che mi pare): sto bene o no con i pantaloni corti? Per anni sono stato canzonato dalla bionda nube primaverile che si aggira nell’appartamento in cui abito, talvolta ravvivandomi con tenere e fresche pioggerelle primaverili, altre turbandomi con fragorosi temporali estivi, per via della mia idiosincrasia nei confronti dei calzoni sopra il ginocchio. In realtà, come per tutti, la spiegazione andava ricercata nell’infanzia “infelice” di un bimbo che anelava indossare i pantaloni lunghi, ma ciò gli era permesso solo nei giorni festivi o quando la temperatura invernale era talmente bassa da impietosire anche una madre fissata, che aveva visto la guerra e temeva che il suo amato figliolo tornasse da scuola come i reduci di Centomila Gavette di Ghiaccio.
Si sa, i traumi infantili sono duri da elaborare: ricordo un paio di pantaloni di lana color cioccolato fondente, inspiegabilmente senza tasche (per uno come me abbonato al raffreddore il problema era sempre quello di dove mettere il fazzoletto), che abbinavo (mia madre abbinava) a un maglione dolcevita giallo limone a righe orizzontali marroni. Sembravo un’ape caduta nella Nutella (un analista ci andrebbe a nozze), ma mi piaceva, anche perché era una delle rare occasioni in cui potevo lasciare nell’armadio gli odiati calzoni corti. Ora, da alcuni anni le estati si sono fatte piuttosto calde e ho dovuto cedere al termometro, ma fino a non molto tempo fa non sopportavo di mostrare le mie gambette pelose fuori da una spiaggia e, tanto meno, in città, dove mi pareva semplicemente ridicolo che uomini adulti potessero circolare vestiti come scolaretti di terza elementare.
Ma tutto passa, anche la sindrome delle camicie con le maniche corte: non so bene da dove sia saltata fuori questa mania, ma non mi sono mai piaciute troppo. Le trovo, anche queste, sciatte, da spiaggia, adatte alla vacanza, mentre se fa caldo, ritengo molto più elegante, fine, di classe, una bella manica lunga arrotolata con cura (non quei salsicciotti che si vedono spesso) sull’avambraccio, sin quasi al gomito, non di più, che dà un’aria professionale, seria, ma informale, di persona che si dà da fare, ma che si prende anche il tempo di rimboccarsi le maniche, appunto, e senza la frenesia di chi le maniche le ha già corte. Perché il passo successivo è la canotta.

– Tornare bambini? Non se ne parla.
– Ma la spensieratezza dell’infanzia, i giochi, la scoperta del mondo?
– Ma quale spensieratezza! L’infanzia è un casino, un incubo, sempre a fare quello che ti dicono gli altri e se non lo fai sono strilli e botte.
– Ma la tenerezza di mamma e papà?
– Sì, che quando gli fa comodo ti dicono “ormai sei un ometto” e quando li scocci con troppe domande ti rispondono che “sei troppo piccolo per capire”.
– Va be’, ma ci sono anche momenti sereni: le vacanze!
– Come no? Fai questo, non fare quello, vieni qui, vai là, non bagnarti, asciugati, prendi freddo, fa troppo caldo: i genitori sono isterici, non sanno neppure loro quello che vogliono. E i compiti delle vacanze? Fatti all’ultimo giorno? Una spada di Damocle che incombe per tre mesi e ti rovina tutto il piacere.
– Però i genitori ti proteggono dai pericoli del mondo.
– Giusto ieri ho visto un papà che se la prendeva con la figlioletta di quattro anni, perché aveva perso una scarpina, finita sotto le gradinate del palasport. Dovevi vederlo. Un isterico che dava fuori di matto. Ci mancava che alzasse le mani. Mi sarei alzato io. Certa gente non dovrebbe nemmeno pensare di avere figli. Farebbe già danno solo così.
– Però ci nutrono e non ci fanno mancare niente.
– Belle schifezze quelle che ci fanno mangiare. Per non parlare dei vestiti ridicoli che ci fanno indossare.
– Insomma, ma che infanzia hai avuto?
– Ottima, credo, non peggiore di quella di tanti altri.
– E allora cosa c’è che non va nel ritornare bambini?
– Ma scherzi? Ricominciare tutto da capo? Hai idea di quanto abbiamo impiegato a diventare grandi? Lo attendevamo da quando siamo coscienti e tu vorresti tornare indietro? Quando sei piccolo il tempo non passa mai, sei sempre piccolo, misuri la crescita centimetro dopo centimetro contro il muro, lo segni con la biro ogni giorno.
– D’accordo, ma quando sei grande il tempo passa più veloce.
– E allora? Però, se non sei un demente, sei cosciente del trascorrere dei minuti, delle ore, degli anni, ma da bambino hai un’idea del tempo che si avvicina molto all’eternità. Quando ero piccolo calcolavo gli anni che avrei avuto nel 2000 e mi sembrava un tempo irraggiungibile, se non quando le macchine avrebbero volato e i marziani sarebbero atterrati sul nostro pianeta e avremmo comunicato con loro con dei bip e delle vibrazioni. Invece siamo nel 2017, i marziani non ci sono e i bip e le vibrazioni sono quelle dei cellulari. Da bambino sei illuso, ingenuo, piccolo e anche un po’ malvagio. Da grande, con le stesse qualità passi per sognatore e visionario. Vuoi mettere? Rischi di diventare un leader, un capo carismatico, puoi anche fondare una nuova religione e fare un sacco di soldi. Basta annunciare un evento, fornire una data sufficientemente lontana da concederti il tempo di raccogliere fondi, goderteli, lasciarli in eredità a qualcuno che si è preso cura di te negli ultimi anni e sei sistemato. Altro che tornare bambini. L’infanzia è la pena preventiva che si sconta per diventare grandi. Poi, sta a te giocarti la libertà.
– Bella roba. Sarà, ma a me di diventare grande non è piaciuto molto.
– Ti piaccia o non ti piaccia lo si diventa e non ci si può fare niente. Ciao, ora devo andare, se faccio tardi poi mi mettono in castigo.
– Ci vediamo domani ai giardinetti?
– Sì, ricordati di portare le biglie, però, perché non ho voglia di prestarti sempre le mie.
– Ma se mi freghi sempre le figu quando giochiamo a muretto.
– Ma sei tu che sei un pollo.
– Sì sì, ciao.
– Ciao.

All’ufficio postale, dopo mezz’ora di fila poiché chi era giunto allo sportello prima di me sembrava dovesse spedire l’Archivio di Stato in Tasmania, finalmente mi paro davanti all’agognato impiegato col mio pacchetto da spedire in contrassegno. Gli spiego cosa voglio e lui mi guarda smarrito. Faccio mente locale: sono qui, all’ufficio postale, non mi sarò sbagliato? Non sarò entrato per errore alla ASL? No, l’arredamento è quello, mi guardo intorno e vedo pacchetti, lettere, bollettini di conto corrente, cd di Ramazzotti, pubblicità di condizionatori d’aria, gite in mongolfiera, viaggi in Kazakistan (in Posta si vende di tutto, oggi) e le tabelle dei giorni in cui si ritira la pensione, così i ladri possono rapinare i vecchietti in ordine alfabetico. Sono in posta, indubbiamente. Allora perché l’impiegato mi guarda come se gli avessi chiesto di prenotare un esame proctologico? Mi allunga un modulino e scompare. Guardo il modulo. Non trovo lo spazio per il numero dell’assicurato e neppure quello per indicare quale tipo di esame prenotare, ma le familiari righe tratteggiate per destinatario, mittente e le caselline da barrare dei servizi accessori. Ma sì, è un modulo per raccomandate! Siamo sulla strada giusta. Ma l’impiegato non torna. Passano i minuti, la gente dietro di me prende a rumoreggiare: c’è chi evoca il malgoverno, la privatizzazione delle poste, i sindacati, gli impiegati fannulloni, il “si stava meglio quando si stava peggio”, “è tutto un magna magna”, “io ho fatto la guerra, “e io la resistenza”, “sì, dentro la lampadina”, “e come si permette”, “e i ragazzi di Salò”, “e quelli di Reggio Emilia”, “e mio nonno è stato ferito sul Carso” “e il mio sul sedere” e via delirando. Per forza, mi hanno visto con un pacchettino in mano, hanno sentito che lo spedisco contrassegno, hanno pensato:se non è un trucco e, oltre al pacchettino, non ha nascosto in tasca anche un mazzo di raccomandate spesso come le pagine gialle, in due minuti questo se la cava. E invece no. I minuti trascorrono, si moltiplicano, aumentano in modo esponenziale. Quando stiamo per arrivare al tempo di cottura dell’uovo sodo, mentre alle mie spalle le rievocazioni storiche sono già arrivate all’Alleanza del Nord di Annibale contro Roma Ladrona, ecco tornare l’impiegato: è pallido, ancora più smarrito, una piega gli torce la bocca verso il basso, gli occhi non hanno il coraggio di fissarmi, non sa come dirmelo. Io cerco di fargli coraggio, che tutto si risolve, in fondo non sarà questa tragedia, la vita va presa con filosofia, se sua moglie è scappata con il vicino turco, che l’ha portata nella sua villa scavata nella roccia nella valle pietrificata di Gòreme, significa che non lo meritava e si pentirà amaramente di avere abbandonato la magione di viale Fulvio Testi. Ma niente, leggo la disperazione nei suoi occhi. Alla fine noto che muove la bocca come per articolare delle parole che faticano ad uscire. Il tentativo non produce suono, l’aria non vibra, nessuno riesce a sentire ciò che corrisponde alla terribile verità che sta per essere rivelata. Vedo che l’impiegato riprova, ce la mette tutta, le vene gli pulsano sulle tempie, appoggia le mani sul bancone, si infilza una graffetta contorta nel palmo, ma non sente dolore, non esce neppure sangue, è persino in grado di controllarne volontariamente la coagulazione tanto è consapevole di se stesso e del proprio corpo. Finalmente il settimo sigillo è spezzato ed è la rivelazione: “abbiamo esaurito i foglietti per la spedizione contrassegno”. Come esauriti? “Sì, non ne abbiamo più, sono finiti, non ce ne siamo accorti e non ce ne sono più. Deve andare in un altro ufficio postale a spedire il pacchetto. Prenda pure il modulo delle raccomandate, quello lo può tenere.” La situazione è talmente paradossale, grottesca, che non riesco ad arrabbiarmi. Mi viene da ridere. Un po’ istericamente, ma rido. Esco, tra gli sguardi indifferenti della gente col mio modulino in mano, mentre un paio di tizi inveiscono reciprocamente citando nomi come Neanderthal e Cro-Magnon. Inforco la bicicletta e mi reco un paio di chilometri più in là, all’altro ufficio postale, dove la fornitura di “foglietti” è adeguata alla richiesta e il mio pacchetto contrassegno finalmente parte. Rifletto sugli eventi e penso che devo comprare un etto di crudo. Non è che il salumiere mi dirà che gli si è rotta l’affettatrice e mi proporrà di vendermi il pezzo di prosciutto intero, invitandomi a farmelo affettare da un altro salumiere?