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“Non riuscirei a intenerirmi così per un gatto”. Mi è stato detto ieri quando raccontavo della mia preoccupazione per gli interventi di sterilizzazione che Erik e Mimì dovevano subire. Non ho saputo cosa rispondere di civile a un’affermazione del genere. Eppure credo che sia una mentalità diffusa, almeno quanto quella secondo cui gli animali sono meglio degli uomini (e delle donne). Il modo in cui ci esprimiamo, quello che pensiamo e diciamo (non sempre le due cose coincidono e comunque spesso conviene che non lo siano) è dettato per lo più dall’esperienza personale, meno spesso da considerazioni di più ampio respiro. Mettersi nei panni degli altri, pensare che esistano sensibilità diverse dalle nostre è uno sforzo che costa troppa fatica per i tempi sbrigativi e individualistici che stiamo vivendo. Sembrare tenaci, nascondere le fragilità, respingere l’altro da noi, aggregarsi al branco dei “duri” ci fa sentire più solidi, aggrappati a un senso di appartenenza che ci impedisce di andare alla deriva, ma anche di riconoscerci negli occhi di chi non ci aspetteremmo essere simile a noi.
Con questo non voglio dire che chi non ama i gatti sia un mostro insensibile, gretto, arido, triste e tristo, destinato a una miserevole esistenza, ma chi li ama e li cura, chi dedica loro tempo e risorse, al limite dell’autolesionismo e del ricovero in psichiatria (o in ortopedia nei casi più estremi), chi si sente gatto tra i gatti e si fa riconoscere come tale, con le inevitabili eccezioni, certamente non lo è.

BlogLa mia quotidianità felina ha ormai superato il ventennio. Iniziata per caso, per far piacere a colei che ha invaso e cambiato i connotati alla mia vita da molti più anni, è diventata un tratto caratteristico della mia individualità, privata e pubblica: mi è capitato più d’una volta di sentirmi apostrofare “ah, tu sei quello dei gatti”, senza disprezzo, ma talvolta con sufficienza o compassione. Due libri di racconti sui gatti hanno lasciato un segno più profondo di trent’anni di articoli sui giornali o di parole in radio in taluni, per non dire dei tre romanzi. Non me ne dolgo, anzi, ne vado anche un po’ orgoglioso: in fondo la comunicazione passa anche da questo. Tuttavia resta la sensazione che noi appassionati di gatti si sia considerati una razza a parte, quasi una setta, the rest of us, come si usava definire chi adottava solo MAC come computer – e io tra questi – piuttosto che gli abominevoli Dos/Windows/IBM-compatibili. Ma ci torneremo un’altra volta.
L’inizio non fu semplice: Ruby Tuesday, la nostra prima dolcissima gattina, purtroppo superò appena la soglia dei tre anni prima di lasciarci. Il caso volle che la micia di mio cognato avesse appena sfornato sei cuccioli e di lì a farsi catturare da due di loro ci volle un attimo. Attila e Rossini riempirono letteralmente la nostra casa e la nostra vita. Fu anche a causa loro che iniziai a scrivere per diletto – e non solo per lavoro – nel mio primo blog What A Wonderful World. Era il 2005 quando pubblicai i primi post dedicati alle esperienze maldestre di Rossini con le piante grasse di casa e poi con i bonsai, da cui il titolo del primo volumetto di racconti e di questo blog. Quindi Attila e la sua baldanza muscolosa, mansueta e paciosa, durata, sfortunatamente, meno del previsto, anche se sono stati tredici anni meravigliosi. Ora che l’estate scorsa anche Rossini, alle soglie della maggiore età, si è fermato e ci ha salutato con la sua zampina alzata, ci è voluto un po’ per riprendersi. Ma alcuni mesi di elaborazione del lutto e un’occhiata in giro sulle pagine di qualche gattile, ci ha fatto tornare la voglia di farsi devastare la casa e l’esistenza dai veri sovranisti, padroni in casa propria e guai a chi entra non invitato o gradito. Erik e Mimì sono la nuova famiglia reale (sono ancora due principini) alla quale dovremo sottometterci, salvo ribellarci quando dispotismo, abuso e insolenza supereranno il segno. E ci siamo vicini. View full article »

Ciao Ros

Ciao amici, sto usando il blog dell’umano per salutarvi. È arrivato il momento di lasciarci. In questi ultimi giorni non sono stato bene e il mio cuore affaticato mi sta suggerendo che il tempo sta per scadere. Noi gatti lo sappiamo quando è il momento di fermarci. Mi dicono che stavo diventando maggiorenne, ma non capisco bene cosa voglia dire. Se si tratta di una tappa importante della vita in cui si acquisiscono diritti e competenze, sarà vero forse per gli umani, che vanno piano e se la prendono comoda col tempo. Personalmente penso di avere vissuto abbastanza a lungo, di averne viste e, soprattutto, fatte tante. Prima con mio fratello Attila e poi da solo. L’umano mi diceva di tutto per quello che combinavo: la definizione più gentile che usava era “associazione a delinquere”. Ma so benissimo che pure lui si divertiva, tanto che ha indebitamente utilizzato la mia immagine per ben due libri. Ma l’ho perdonato, anche perché mi ha donato una certa popolarità e tanti suoi simili si sono divertiti leggendoli. È per questo che ho deciso di congedarmi da voi con queste righe. Quando le leggerete io me ne sarò già andato. Non credo che potrò farmi sentire ancora, ma non si sa mai. In ogni caso vorrei dire ai colleghi pelosi che nella casa degli umani c’è posto e i bipedi glabri non sono male: cibo, coccole, posti caldi e morbidi non mancano mai. Soprattutto, si impara presto come ottenerli sempre. Addio amici, grazie per avermi voluto bene. Anch’io ho imparato ad apprezzarvi. Prrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr…

Un lungo addio

Hai scelto una calda domenica di fine giugno per lasciarmi. Non so se avrei preferito un altro giorno o un altro mese. O un’altra temperatura. Ma così hai voluto. È stato uno strappo. L’ultimo. L’ho sentito chiaramente stamattina. Un rumore secco e poi il vuoto. A dire il vero, già da qualche tempo le cose non giravano più come prima, me lo facevi capire ogni volta con i tuoi lamenti, i tuoi scatti, i tuoi pianti. Avevamo persino chiesto consiglio a un consulente, uno di quelli che vengono a casa per verificare l’ambiente in cui vivi per farsi un’idea delle possibili soluzioni. Soldi buttati. Tanti, troppi. Ci aveva prospettato delle soluzioni che si sono rivelate temporanee, effimere, fallaci. C’era già ben poco da fare allora, ma ci abbiamo provato. Col risultato che la nostra storia si è trascinata stancamente ancora per alcuni mesi sino all’inevitabile fine di questa mattina. Del resto lo capisco, eri stanca, provata da questi anni di impegno continuo per tenere in piedi un rapporto ormai usurato. Avevi bisogno di mollare e l’hai fatto. È stato un lungo addio. Credevo, speravo, che sarebbe durata di più, cara Margherita, ma è andata così.
Però me ne sono già fatto una ragione. Sono uscito e l’ho vista. Me l’hanno presentata e mi è piaciuta subito: le misure perfette, con tutte le cose giuste al posto giusto. Anche il prezzo non è male. Me la consegnano giovedì pomeriggio. E si prendono pure Margherita e se la portano in discarica. Dove merita di finire. Una volta le lavatrici duravano di più.

La Signora Bovary

Non avevo mai letto Madame Bovary. Per una equivoca interpretazione, forse perché giudicavo in tal senso le ragazze e le donne che me ne avevano parlato negli anni, credevo fosse un romanzo “femminista”, in cui la protagonista spezzasse le regole e le convenzioni sociali e si lanciasse in una battaglia di emancipazione e liberazione dall’imposizione maschile e maschilista. Ma non è questo che mi aveva tenuto lontano dal libro. Semplicemente non me lo sono mai trovato tra le mani e neppure l’ho mai cercato. Stavolta, invece, me ne hanno dato una versione elettronica e ne ho trovata una copia cartacea in casa. Ed è stata una piacevole scoperta. La Signora Bovary è un romanzo ottocentesco, scritto magnificamente (un’opera prima!), che racconta anche di convenzioni e ipocrisia, di una società borghese che sogna un benessere effimero e materiale, di arrivismo e furfanteria (siamo nella prima metà del secolo, in piena Restaurazione), ma, soprattutto, di una passione smodata, di sentimenti estremi, di un sogno d’amore idealizzato che si frantuma contro una realtà gretta e miserevole sino all’inevitabile tragedia. Caso vuole che appena prima di attaccare il capolavoro di Flaubert, abbia letto I Giorni dell’Abbandono di Elena Ferrante, un’altra storia di sentimenti estremi, sino al limite della follia. Ora, che Elena Ferrante sia un uomo o una donna poco importa, nel momento in cui la scrittura appare tanto “femminile” quanto quella del romanziere francese. Emma Bovary non è una suffragetta, non sogna la rivoluzione, non gliene importa nulla dei diritti delle donne (anche se vive la consapevolezza dell’impotenza delle donne in quella società, ma non immagina una possibilità di emancipazione) e nel momento in cui estorce al marito una procura amministrativa non è per avere potere economico, ma solo per saldare vecchi debiti, dilapidare il denaro di famiglia, viaggiare e incontrare il più possibile il suo amante, che, come tutti gli uomini, la deluderà, la tradirà, la porterà alla disperazione. Nonostante la pochezza di questa donna, la sua ingenuità, il suo colpevole candore (per certi versi Flaubert ce la descrive come una povera sciocca, illusa, nemmeno troppo in sé, una madre snaturata, ma anche astuta nell’inganno del marito), l’autore sta dalla sua parte, ne ha pena e comprensione e il lettore se ne convince. Il marito, il mediocre dottor Charles Bovary, e tutti i personaggi maschili sono tratteggiati impietosamente, forse con l’eccezione dell’infelice tuttofare Hyppolite, il quale, però, subirà il martirio peggiore: gli sarà amputata una gamba per la vanagloria del medico, trascinato dal farmacista del paese, altro personaggio saccente, pavido, arrivista e insopportabile. Tutto questo solo per dirvi che i libri e le storie che raccontano sono la compagnia più straordinaria e sorprendente che si possa immaginare.

Gli anni Settanta e Ottanta sono stati segnati da due fenomeni differenti, ma curiosamente concomitanti: il terrorismo e la diffusione di massa degli stupefacenti. Io non so se vi siano relazioni tra queste due sciagure – c’è chi lo pensa e forse non a torto – ma è un fatto che siano dilagate nello stesso periodo.
Una volta erano Parco Lambro, Piazza Vetra, Giambellino e tanti altri giardinetti, strade, spiazzi, vicoli di Milano; oggi è il boschetto di Rogoredo, il Parco delle Groane, corso Como e chissà quanti altri posti che la cronaca dei quotidiani e dei notiziari radiotelevisivi non registrano.
Il terrorismo oggi non c’è in Italia, nemmeno quello islamico nel caso vi fosse sfuggito, nonostante qualche governante continui a evocarlo, ma gli stupefacenti sono tornati in gran quantità, ammesso che fossero mai spariti. Tuttavia, a parte qualche periodico servizio giornalistico, più di colore che di sostanza (mostrare ragazzi male in arnese che fumano, si iniettano, sniffano eroina è solo nauseante voyerismo) la questione non pare essere nelle agende politiche. Eppure una volta l’allarme sociale era altissimo. Si facevano campagne pubblicitarie con grandi manifesti che ingannavano i giovani dicendo loro “la droga ti spegne”, ma dimenticando di avvertirli che prima li avrebbe accesi e che l’euforia iniziale si sarebbe presto esaurita (naturalmente parlo di droghe ingestibili): quindi un’informazione reticente e ingannevole. Inoltre sembravano campagne dettate più dal flaccido moralismo democristiano, che da una lucida e laica consapevolezza della perdita di un paio di generazioni. Del resto, la conferma arrivò con la l’epidemia di AIDS, durante la quale il ministro della Sanità Carlo Donat Cattin non escogitò niente di meglio che consigliare i giovani di non drogarsi e di non fare sesso per arginare il contagio. Comunque se ne parlava – di droga, molto meno di AIDS – si illustravano i drammi e le tragedie familiari nei programmi radiotelevisivi (vi ricordate le polemiche su Muccioli, San Patrignano e le comunità che sorgevano come funghi in ogni parte d’Italia?), si pubblicavano articoli e libri più o meno credibili, si girava anche qualche film. Poi la droga sparì, almeno dalla scena pubblica. A parte qualche servizio sull’ecstasy, fenomeno limitato alle discoteche, i giovani sembravano essere diventati tutti probi e virtuosi.
Perché oggi la droga non fa notizia? Come mai i politici non usano il fenomeno per i propri fini più o meno elettoralistici? Ci sono un paio di differenze rispetto a trenta-quarant’anni fa: allora l’eroina costava tantissimo (ancora di più la cocaina rispetto agli effetti di sballo ottenuti, tanto che era considerata droga d’elite) e, anche se procurarsela era relativamente semplice, considerata la diffusione capillare in ogni zona della città, il denaro necessario era tanto. Per dei ragazzi che magari andavano ancora a scuola o, comunque, se lavoravano, non avevano stipendi principeschi, questo significava sostanzialmente rubare. Ed ecco la seconda differenza: l’allarme sociale provocato da furti, scippi, rapine e crimini vari per raccogliere il denaro utile al quantitativo quotidiano di eroina, era intollerabile. Non passava giorno senza che i giornali ci segnalassero anziani trascinati da motorini in fuga dopo lo scippo della pensione o ragazze a cui un “tossico” aveva strappato dal collo la catenina d’oro. Oggi tutto questo sembra svanito, evaporato, invisibile. Si racconta di giovani che raccolgono il denaro per la dose quotidiana semplicemente elemosinando monete in centro, dato che i costi sarebbero crollati. Uso il condizionale, perché non mi fido moltissimo dell’informazione mainstream e non ho fatto ricerche personali sul campo, ma è un dato di fatto che la componente criminale dei consumatori sia quasi assente. Se una volta lo sterminio generazionale si consumava, in un modo o nell’altro, strumentalmente o meno, davanti alle telecamere, oggi è subdolo, sotterraneo, silenzioso, ma altrettanto micidiale. I giovani muoiono nell’indifferenza (non importa se smettono di respirare, ma muoiono comunque) e l’ordine pubblico non è minimamente scalfito. L’importante è andarsene senza disturbare.