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Il blues è la radice. Il blues ha mostrato cos’è l’inferno, ha reso il nostro dolore universale, visibile, concreto e ci ha permesso di raccontarlo. È la nostra storia, l’identità del nostro popolo, che si è trasferita in ognuno, trasfigurata, ma riconoscibile. Ora sei tu quella radice, sei tu il testimone, non perdere il passato, altrimenti il presente non ha senso e il futuro sarà un mostro. (Blind Tomas Bonnet)

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Cari, carisssssssimi, carerrrrrrimi e carogne, prima di tutto grazie per gli auguri che voglio credere sinceri e affettuosi e, comunque, sempre graditi, anche perché con la maggior parte di voi ci siamo visti almeno una volta (di troppo, con qualcuno) e almeno formalmente ci si conosce di persona e non solo in rete. E per gli altri pazienza, magari un giorno ci si organizza.
Se devo fare il bilancio di questi ultimi dodici mesi, posso dire di avere portato a termine almeno due cose: prima di tutto ho compiuto l’anno completo abbastanza in salute. Non sembri così facile. Arrivati a quest’età (sono ben trentadue!) basta un colpo d’aria e ti ritrovi al TG nella statistica di quelli che affollano il pronto soccorso per le complicanze dell’influenza filippina. Poi, nella mia famiglia l’inverno porta male: mio padre, esattamente dieci anni fa, il giorno dopo il mio compleanno, pensava bene di piantarla lì (aveva novant’anni, d’accordo, ma insomma, stava benino); un mese dopo mio fratello maggiore (e non aveva novant’anni…come avrebbe potuto?); quattro anni fa, sempre a gennaio, mia madre e un mese dopo Attila, il mio super-gattone. Quindi, in questa stagione, la prima cosa che faccio alla mattina è darmi una meticolosa ravanata ai gioielli di famiglia giusto per rassicurarmi che ci siano ancora e non si siano rattrapiti nottetempo.
La seconda cosa importante che ho terminato è il mio terzo romanzo, costatomi ben più di un anno tra scrittura discontinua, ripensamenti, documentazione, verifiche storiche per evitare di scrivere cazzate (è pur sempre finzione, ma in un contesto reale), revisioni, tentazione di buttare tutto nel cestino e svuotarlo, ma adesso è fuori, con una bellissima copertina, in attesa di lettori.
Per il resto, sono stati trecentosessantacinque giorni come i precedenti (uno in meno, in realtà, per via dell’anno bisesto), pieni di libri, musica e film, ma senza particolari guizzi. Non è un granché come bilancio, me ne rendo conto, ma cosa volete, le vite della maggior parte delle persone non sono come al cinema o in televisione, dove succede qualcosa ogni minuto. Hitchcock diceva che “il cinema è la vita con le parti noiose tagliate.” Le sue parti divertenti però grondavano sangue. Anche se si dice che ogni vita è un romanzo, ci sono romanzi che alla decima pagina ti hanno già ammazzato di noia. Io sono ancora vivo e spero anche voi dopo essere arrivati fin qui. Buona befana a tutti.

Scrivere è raccontarsi per interposta persona. Si scrive di ciò che si conosce. E non parlo di quello che si è studiato a scuola o imparato lavorando, ma di ciò che si è capito di se stessi e della propria percezione della realtà. Non ci si indaga mai troppo a fondo, ma scrivere aiuta a guardarsi dentro. La pagina scritta per l’autore è lo specchio in cui riconoscersi, anche se si parla d’altro e ciò che si vede riflesso non è sempre gradevole. Eppure è una rappresentazione fedele del nostro essere, dell’essenza della nostra personalità che traspare dalle parole, dai concetti, dalla forma, dal clima e dal sentimento. Questo vale per ogni espressione “artistica” in cui l’autore riversa la sua interiorità – ecco perché spesso dico che i musicisti (gli artisti che conosco meglio) si presentano nudi in pubblico, vulnerabili e indifesi – ma forse la filigrana della scrittura lascia intravedere più esplicitamente i tratti che solitamente teniamo gelosamente custoditi negli angoli più reconditi. Questo naturalmente non significa che si possa o si debba identificare l’autore con i personaggi che inventa e muove sulla scena, anche quando si esprime in prima persona come spesso mi capita – sarebbe troppo facile e anche un po’ patologico da entrambe le parti – ma, indubbiamente, nei personaggi c’è sempre l’esperienza di chi scrive, ciò che ha vissuto, visto, sentito, provato, osservato.
Tutto questo, per dire che quando si usa la locuzione “partorire un nuovo lavoro”, al di là della noia che arreca l’uso delle frase fatta, in fondo non si è così lontani dal vero, ancorché in senso figurato: una musica, un quadro, una scultura, una coreografia, un libro, sono il risultato di un’elaborazione interiore, una fatica, un travaglio, che, una volta dati alla luce, continuano a essere parte di noi, ci rappresentano in qualche maniera, come può rappresentarci un figlio che porta con sé i nostri tratti genetici, a volte anche somatici, e continuerà a farlo per tutta la sua vita, allungando, di fatto, la nostra.
Ed è perciò che, dopo averlo accudito, coccolato, corretto, raddrizzato, educato, arginato, vestito, a un certo punto bisogna lasciarlo andare per la sua strada a farsi guardare, scegliere, leggere. E non è facile vederlo correre via: incontrerà persone che gli vorranno bene, altre indifferenti, altre ancora lo getteranno dopo dieci pagine; ci sarà chi lo presenterà agli amici e chi se lo terrà sullo scaffale della libreria senza leggerlo, per paura di rovinarlo o perché la tinta della copertina si intona con l’arredamento. Ci sarà chi lo rileggerà, perché la seconda volta fa sempre un effetto diverso e chi giurerà a se stesso che non ci ricascherà una seconda volta. Lo leggerà qualche amico, i parenti, magari non tutti (tranquilli, non vi interrogo), gli amanti del rischio e gli sfaccendati.
È quasi tutto pronto: sulla correttezza sarei pronto a scommettere, ma sull’educazione ho più di un dubbio. Manca solo il vestito, che è in fase di cucitura. Ancora un paio di settimane, poi lo butto fuori di casa e dovrà arrangiarsi da solo.

— Zzzzzzzzzzz…
— Prrrrrrrrrrrrrr…
— Zzzzzzzzzzz…
— Prrrrrrrrrrrrrrr…
— Zzzzzzzzzzz…
— PRRRRRRR….
— Zzzzzzzzzzz…
— Miaaaaaoooooo…
— Zzzz…kkkkhhhhhhrrrrr…..
— MIAAAAOOOOOO….
— KKKKKHHHHHHH….AAAAHHHHH….Chi è?
— Io….prrrrrrrrr…..
— Uffffff… sempre tu….cosa vuoi?
— È ora.
— È ora? Quale ora? Sono le quattro.
— È l’ora del mio compleanno
— E quindi?
— Festeggiamo! Miaaaaooooooo!
— Cosa c’è da festeggiare? Sedici anni di drammi, guai e tragedie?
— Ma cosa dici? Ho portato la luce rossa nella tua vita grigia.
— La luce rossa la intendo diversamente…
— Si sa, sei un povero umano…intendevo quella del colore del mio pelo.
— Vuoi che ti rammenti cosa mi hai portato in queste sedici eternità che tu chiami anni?
— Gioia e felicità!
—Vogliamo parlare di tutti i mobili che hai rovinato?
— Li ho decorati.
— E il vecchio divano?
— Era vecchio, appunto.
— E quello nuovo garantito anti-gatto?
— Se ti hanno imbrogliato non è colpa mia.
— E i maglioni traforati?
— Sono state le tarme.
— Sì, a quattro zampe. E la giacca appena rifoderata che ti sei mangiato?
— Aveva un brutto taglio.
— E il quadro che hai stortato?
— Così è più originale.
— E gli spaventi che ci hai fatto prendere di notte quando hai acceso la luce arrampicandoti sulla tappezzeria? O quando sei piombato sul pianoforte lasciato aperto? Oppure quando lanci i barattoli nella vasca da bagno?
— Noi gatti siamo animali notturni.
— Noi umani no, almeno, io no.
— Obiettivamente dormite troppo.
— Ma se voi gatti dormite almeno sedici ore al giorno!
— Sì, ma non tutte assieme.
— E quando mi hai vomitato nelle scarpe?
— Era uno scherzo.
— Alzarsi alle sei per andare a lavorare e trovarsi il vomito nelle scarpe non lo chiamo scherzo.
— Permaloso.
— E quando mi hai vomitato in faccia?
— Stavo male. Ti è mai capitato?
— Di vomitare in faccia a qualcuno?
— No, di stare male.
— Be’, sì.
— Lo vedi?
— E la tenda in albergo che hai bucato?
— Era già così.
— Sì certo, l’ho dovuta pagare come nuova.
— Problemi di voi umani.
— Be’, auguri e buonanotte.
— E mi lasci così? E io cosa faccio?
— Dormi anche tu se ci riesci.
— Ma io ho fame.
— Vai a caccia di topi.
— Non ce ne sono.
— E quindi? Te li devo procurare io? Sei un predatore? Preda.
— Avrei voglia di morderti un dito.
— Fallo e ti ritrovi fuori dalla finestra.
— Penso che starò qui un po’. Non mi sento tanto bene.
— Basta che taci.
— Aaaakkkkk….aaakkkkkk…aaakkkkk…
— Ma che schifoooo! Mi hai vomitato sul cuscino. E questo cos’è? Ti sei mangiato mezzo metro di scontrino della spesa. Per forza vomiti!
— Vado a dormire di là. Qui non si riesce a stare tranquilli….miaooooooo…prrrrrrrrrr…..

— Zzzzzzzzzzz…
— Prrrrrrrrrrrrrr…
— Zzzzzzzzzzz…
— Prrrrrrrrrrrrrrr…
— Zzzzzzzzzzz…
— Prrrrrrrrrrrrrr…
— O mamma! Chi è?
— Prrrrrrrrrrrr…
— Ah, sei tu. Cosa vuoi?
— Prrrrrrrrrrrrr…
— Ma è ancora buio. Che ora è?
— Prrrrrrrrr…
— Sì, basta graffiarmi, ho capito. E non c’è bisogno di mordermi anche il dito!
— Prrrrrrrrrrrrr…
— Arrivo. Eccomi. Ma che buio. Ma sono quasi le tre!
— L’orologio.
— Sì, lo so, è un orologio. Questa poi è una sveglia.
— È l’ora.
— Di cosa?
— Legale.
— L’ora legale? E mi svegli alle tre per ricordarmi l’ora legale? Che poi sarebbe solare, visto che è autunno.
— Devi spostare l’orologio indietro.
— Ma lo posso fare domani mattina, non c’è bisogno di spostarlo di notte.
— Pensavo di rendermi utile. Dici sempre che non faccio nulla se non mangiare, dormire e combinare guai.
— Sì, vabbe’…e ti viene in mente di renderti utile alle tre di notte?
— Sai come siamo noi gatti…prrrrrrrrrrr
— E va bene, ormai sono sveglio, tanto vale che faccia il giro degli orologi di casa.
— E la sveglia?
— La sveglia è collegata via radio con l’orologio atomico di Mainflingen, un posto vicino a Francoforte e si autoregola automaticamente. Ma cosa te lo dico a fare…cosa ne capisce un gatto di orologi atomici.
— Perché tu umano invece…
— Cosa vorresti insinuare?
— Sai come funziona un orologio atomico?
— Ma certo che lo so!
— Sentiamo
— È un orologio regolato da un sistema di microparticelle che….
— Che?
— …cheeee si ritrovano a far merenda nel ciclotrone di Ginevra, fanno un giro nel tunnel del Gransasso, attraversano la Manica, piovono su Greenwich che le spara in Germania e ritornano nell’orologio atomico regolate sul meridiano Zero.
— Intanto gli orologi di Mainflingen sono tre, uno al rubidio e due al cesio e il sistema è basato sulla frequenza di risonanza degli atomi…
— Ok basta, non è l’ora per mettersi a discutere della risonanza degli atomi e mi devi sempre spiegare cosa fai quando sei solo in casa. Mi sembri il gatto Murr di Hoffmann.
— Ah sì, il vecchio Murr, un lontano parente con un certo talento, di sicuro più di quel musico fallito di Kreisler…prrrrrrrrrrr…in famiglia abbiamo sempre avuto una certa inclinazione per la cultura…
— Ma quale cultura, che tuo padre era un montanaro del varesotto, si è ingroppato tua madre ed è sparito di nuovo nei boschi.
— Prrrrrrrrrr…
— Ecco fatto, ho spostato gli orologi, ora me ne posso tornare a dormire.
— Fame. Prrrrrrrrrrr…
— Fame? Da quando mangi alle due? Ti ho dato da mangiare a mezzanotte!
— Fame. E poi sono le tre legalmente. Prrrrrrrrrrr….
— E smettila di fare le fusa, che non mi impressioni.
— …
— Ma quanto mangi? Ormai lavoro per rimpinzarti di cibo.
— Ma se sono un micino magro magro!
— Sì, ma mangi come un puma. E poi sei anziano.
— Parla per te.
— Hai sedici anni.
— E quindi?
— Gli anziani mangiano meno.
— Guardati la pancia.
— Ma io non mangio tanto, è perché sono sedentario.
— Sei sedentario su un etto di pasta a pranzo e uno a cena. Per non parlare del condimento e di tutto il resto.
— Sei diventato un gatto dietologo?
— Ci tengo alla tua salute, che è un po’ anche la mia.
— E va bene. Eccoti da mangiare i bocconcini.
— Veramente a quest’ora preferivo la scatoletta, è più leggera.
— Lo vedi questo piede? Ora osserverai un rapido movimento del medesimo fino a collidere con le tue terga talmente forte e veloce, come fanno le microparticelle nell’Hadron di Ginevra, da spedirti fino a Francoforte, farti rimbalzare sulle antenne dell’orologio atomico e tornare indietro un’ora prima. Ok?
— Penso che mi adeguerò ai bocconcini e alle tue cattive maniere.
— Ecco, bravo, adeguati e buonanotte.
— Zzzzzzzzzzz…..
— Prrrrrrrrrrrrrr…..
— Zzzzzzzzzzz….
— Prrrrrrrrrrrrrr….
— Cosa c’è ancora?
— Non è ora di alzarsi? È già chiaro.
— Me ne frego. È domenica.
— Ma hai già dormito un’ora in più.
— Facendo la somma algebrica di tutte quelle che mi hai sottratto siamo ancora nel campo dei numeri negativi.
— Ma io ho fame.
— Mangiati le zanzare che girano ancora per casa.
— Che schifo!
— Una volta le prendevi.
— Sì, ma non le mangiavo
— Eppure gli insetti sono il cibo del futuro.
— Lo so e a questo proposito vorrei mostrarti il bellissimo moscone dagli occhi rossi che ho appena acchiappato e depositato sul tuo cuscino.
— Ma che schifoooo!
— È quello che dicevo anch’io…prrrrrrrrrrrrr….ora avrei fame…..

“Racconta Le Tue Vacanze: Le mie vacanze le o pasate in sardegna. Il mio papà voleva andare come sempre a Riccione, ma la mia mamma voleva andare ha trovare i suoi parenti in sardegna perche lei è sardegnola e poi dice che il mio papà vuole andare sulladriatico perché lì ci sono le donne stragnere meze nude. Il mio papà non vuole andare in sardegnia perche dice che lì sono tutti piccoli ee neri. Anno litigato e alla fine abiamo prenotato il treghetto per la sardegna. La sardegna è un isola circondata dal mare che confina a est col mare tirreno a sud col mare mediteraneo, a ovest col mare mediterraneo e a nord con la corsica, che non è Italiana, ma francese e in mezzo cià le bocche di bonifacio, che però non manciano nessuno (ahahaha). Siamo stati tre sttimane, ho fatto tanti bagni, faceva caldo, al campeggio era pieno di zzanzare e alla fine siamo tornati a casa. Il mio papà a detto che l’hanno prossimo andiamo di sicuro a Riccione, ma la mia mamma a detto che deciderà il destino se saremo ancora vivi, ma io so gia che decidera lei, anche perche o sentito che diceva alla zia gavina che ci fediamo tra unano. Così ho raccontato le mie vacanze.”

Scusate la regressione infantile dovuta a scorpacciata di strudel notturna.