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Il blues è la radice. Il blues ha mostrato cos’è l’inferno, ha reso il nostro dolore universale, visibile, concreto e ci ha permesso di raccontarlo. È la nostra storia, l’identità del nostro popolo, che si è trasferita in ognuno, trasfigurata, ma riconoscibile. Ora sei tu quella radice, sei tu il testimone, non perdere il passato, altrimenti il presente non ha senso e il futuro sarà un mostro. (Blind Tomas Bonnet)

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Un ragazzo è stato denunciato per il possesso e la coltivazione di piante di canapa indiana in casa a Rozzano, in provincia di Milano. Trovo buffo e inverosimile che esistano leggi del genere in una società civile. Come se un giorno vietassero la coltivazione dei gerani dopo avere scoperto che se li annusi puoi vedere attraverso i muri come Superman e ciò violerebbe la legge sulla privacy. Ma in che mondo viviamo? A parte il fatto che ogni pianta ha delle caratteristiche peculiari se ingerita, fumata o annusata: dal vomito al ribrezzo, dal piacere all’estasi fino al decesso, ma non esiste, credo, un prontuario che regoli la possibilità di avere sul balconi una pianta carnivora che ci liberi dagli insetti molesti piuttosto che un oleandro, le cui foglie non sono particolarmente salutari se masticate. Con l’eccezione della canapa, però. Perché?
Su qualsiasi testo storico, scientifico, socio-economico, si può leggere la storia di questa pianta e dell’uso molteplice che si è fatto delle sue fibre, da quello industriale al terapeutico, passando per mistico e ludico, senza che ad alcuno venisse in mente che potesse costituire un pericolo sociale.
Solo negli anni Trenta, negli Stati Uniti – c’è chi sospetta una ragione puramente economico-industriale relativa alla produzione di carta indotta dalla famiglia Hearst – si è cominciato a far credere che la canapa, ribattezzata alla messicana marijuana, fosse strumento del demonio, corrompesse i giovani e minasse la società nei suoi principi basilari, che comprendevano, tra l’altro, razzismo, segregazionismo, fondamentalismo religioso, nazismo. Così, proditoriamente, a differenza dell’alcool, che davvero falcidiava migliaia di persone ogni anno, la canapa indiana divenne pianta proibita, non solo negli Stati Uniti, ma in gran parte del mondo industrializzato.
Ammesso e non concesso che sia una pianta pericolosa – anche se il concetto di pericolosità lo associo in genere all’aggressività e non mi pare che le piante di canapa abbiano mai aggredito qualcuno – è un processo alle intenzioni: se io utilizzo la pianta a scopo decorativo che male faccio? Quale legge violo? Fumarla e ingerirla è proibito? Bene, non lo farò. Non lo posso dimostrare, ma nemmeno lo Stato può dimostrare il contrario e io sono libero e innocente cittadino fino a che lo Stato non dimostri che ho commesso un reato. E perché non sono proibite le ortiche, allora, quelle sì davvero aggressive, che irritano la pelle se sfiorate, ma sono buone nella minestra? O i fagioli, che in quantità eccessiva provocano flatulenza, con effetti deleteri sul clima e i rapporti di vicinato? Cos’ha la canapa di così demoniaco?
Tornando alla notizia: la mamma del ragazzo denunciato, nella cui stanza da letto si trovavano alcune delle piante di canapa, spiega che da quando dorme con quelle rigogliose compagne vegetali non è più costretta ad assumere farmaci per prendere sonno e la aiutano persino a suonare il piano.
Ora, sullo stimolo della creatività per mezzo di stupefacenti si è scritto di tutto e ammetto di non avere opinioni precise a riguardo, anche perché non abbiamo controprove, ma qui non siamo in presenza di stupefacenti, ma di piante da cui, in alcuni casi e in determinate circostante molto particolari, si possono produrre stupefacenti. Per intenderci: l’uva non è sinonimo di sbronza e un vignaiolo non è uno spacciatore d’alcool.
Non sono un cultore dell’uso degli stupefacenti, che reputo infantile al di fuori del contesto rituale e ludico in adolescenza o poco più, ma di qui a considerare criminali gli utilizzatori ce ne passa.
La mia impressione è che viviamo in una società fortemente organizzata, ma altrettanto irrazionale, che facilmente crea mostri da temere e difficilmente riesce a liberarsene. In realtà i mostri li abbiamo dentro di noi e chi ha abbastanza potere persuasivo da proiettarli sugli altri è in grado di danneggiare l’intera società con gli effetti esponenziali che leggiamo ogni giorno sui giornali: ministri che firmano leggi invasive e devastanti, mentre i loro colleghi organizzano festini a base di qualsiasi cosa, giustificati e protetti dalla riservatezza della vita privata e dalla malintesa immunità. È l’impero dell’ipocrisia e dell’abuso, per fortuna in crisi e vicino al crollo. Una risata lo seppellirà.

Cappa è un giornalista, è il protagonista del mio romanzo Silenziosa(mente). Queste sono alcune delle esperienze vissute durante la sua carriera, avventure e disavventure, appunti e disappunti.

Arrivo al locale casualmente all’orario concordato, perché trattenuto al telefono dalla solita chiamata-fiume del direttore, il quale naturalmente aveva 500 cose da dirmi e le voleva dire tutte nella medesima chiamata, altrimenti, affermava, se le sarebbe dimenticate, così la facoltà di dimenticarle la passava a me. Di solito il mio anticipo è di almeno mezz’ora, perché mi piace assistere al sound-check, a parte quello della batteria che trovo insopportabile e poi il sound-check dice molto dei musicisti: ci sono i precisini, gli incontentabili, gli insopportabili, gli speriamo-bene, i massì-tanto-andrà-tutto-alla-rovescia, i massì-alla-fine-andrà-tutto-bene, quelli che maledicono il fonico di sala, quelli che maledicono il fonico di palco, quelli che maledicono e basta, quelli che non vogliono sorprese e quelli che le avranno comunque. Invece il sound-check è già finito e l’artista è impegnato in un’intervista con un collega munito persino di telecamera. Mi presento all’addetto del locale che smista i giornalisti e si staglia in mezzo alla sala come una faro fuori posto, roteando la testa e lo sguardo intorno.
— Sono Cappa della rivista Jazz-Rock Revue e sono qui per intervistare Roy Jamerson. Sono d’accordo col suo management.
Nonostante l’addetto mi abbia già visto decine di volte e sappia benissimo chi sono, si atteggia tra il sospettoso e l’incerto, consulta un foglio e mi dice che non sono in elenco.
— Pazienza, se il mio nome non è scritto, è normale, ma Roy mi aspetta e sa benissimo che abbiamo un’intervista da fare.
— Va be’, se vuoi aspettare qui, appena finisce quella in corso provo a chiedergli se la vuole fare anche con te. Tieni conto che deve mangiare prima del concerto — mi informa l’inutile idiota, con la faccia di chi sta per concedere la grazia ad un essere talmente insignificante, il sottoscritto, da non sprecare ulteriore fiato per chiedergli se vuole qualcosa da bere, anche solo dell’acqua di rubinetto o della sciacquatura di piatti. Si disidrati pure sul posto, che poi penseranno i camerieri a spazzarla via con uno scopino e una paletta, sembra pensare.
Mentre gli sto mentalmente lanciando la terribile maledizione di Quetzalcoatl, ecco che Roy termina l’intervista col collega e guarda verso me, ma sembra non vedermi. In compenso, a lui si avvicina il “predestinato” e gli mormora qualcosa guardando verso la mia parte. Stavolta Roy Jamerson sembra scorgermi e vedo che fa segno col dito verso l’alto. Capisco che non mi sta invitando ad impiccarmi ad una trave del soffitto, ma lo devo raggiungere al piano di sopra, dove ci sono i camerini e faremo l’intervista mentre mangia, una bella intervista con la bocca piena di maccheroni al sugo. Niente di meglio.
Di sopra c’è anche sua moglie, una non giovanissima donna che canta con lui. Mi presento e lei mi spara un sorriso di circostanza, ma noto che osserva anche il marito con perplessità. Lei sa già cosa sta per succedere. Io no.
Ci sediamo al tavolo ed inizio con le domande a Roy sulla sua carriera di bluesman, cantante, chitarrista, multistrumentista. Lui ascolta distrattamente, mentre rovescia da una teglia un quantitativo di pasta asciutta che sarebbe bastato ad un plotone di alpini appena discesi dalla parete nord del Cervino. Risponde a monosillabi, anche perché i maccheroni che ha in bocca rendono ardua una più compiuta articolazione di parole sensate.
Io non demordo e gli chiedo ragione di una chitarra Wurlitzer che ho visto su un suo vecchio disco, ma lui mi fa segno di “no” con la testa.
— Cosa significa “no”? — gli domando.
— I never had, I never played a Wurlitzer guitar — mi dice.
Come no, cazzo, c’è nel tuo disco del 1993, c’è anche la tua foto con questa chitarra. — insisto.
— You’re wrong — taglia corto lui, mentre il mento gli si unge di sugo di pomodoro.
Avrei fatto bene a dare retta al verme del locale che ho lasciato di sotto e che ormai, se Quetzalcoatl ha fatto il suo dovere, dovrebbe essersi già trasformato in lombrico delle paludi del Golfo del Messico . È stato un errore chiedere quest’intervista ad uno che non aveva voglia di farla. Bastava dirlo, però, ci saremmo risparmiati entrambi una scocciatura. Nonostante i buoni uffici della moglie di Jamerson, che, consapevole del caratteraccio del marito e comprensiva nei miei confronti, tenta di compendiare i grugniti del coniuge con qualche spiegazione in più, decido di lasciare perdere e farlo finire di mangiare, meditando vendetta in sede di recensione del concerto. Scendo di nuovo nel locale ancora schiumante rancore, prendo posto ad un tavolino non troppo vicino al palco per non incrociare più lo sguardo di quell’ingordo maiale pieno di maccheroni al sugo. Dopo poco si spengono le luci e l’otre ripieno di pasta asciutta fa il suo ingresso sul palco tra gli applausi scroscianti del pubblico. Applaudite, applaudite, penso, ve ne accorgerete di come avete speso male i vostri soldi.
Appena si siede dietro l’organo Hammond e accenna i primi accordi mi casca la mandibola. È un incanto: nel giro di trenta secondi ho già dimenticato la perdita di tempo, il trattamento ricevuto e la rabbia è evaporata. Ha un tocco magistrale e un senso del blues e del gospel maturato in anni di frequentazione delle chiese battiste sin da bambino. Anche l’intonazione del canto è precisa e densa del giusto feeling. Dopo qualche brano arriva anche sua moglie ad affiancarlo, ma senza aggiungere granché all’intensità già raggiunta da Roy: se anche avesse continuato da solo per due ore, mi sarebbe piaciuto ugualmente. Alla fine mi viene voglia persino di andare a stringergli la mano e fargli i  miei complimenti, ma soprassiedo. Piuttosto, il giorno successivo chiamo la sua etichetta e spiego che magari Roy non era di ottimo umore e allora, si poteva integrare la mezza intervista fatta di persona con delle risposte scritte alle domande che gli avrei fatto recapitare via mail. Mi dicono che la cosa è fattibile con facilità. La risposta a quelle domande non è mai arrivata. Quando uno è stronzo, lo è fino in fondo, anche se è un musicista da sogno.

Non ho mai visto un concerto di Bruce Springsteen e ho vissuto ragionevolmente bene. Avrei anche proseguito un’esistenza dignitosa senza recarmi in uno stadio pieno di scalmanati per seguire le gesta di una rockstar con l’aspetto di un anziano camionista americano, che esegue musica fondamentalmente per anziani camionisti americani, se non avessi accanto una cara persona convinta che, almeno una volta nella vita si deve vedere un concerto del Boss. E allora, il 24 novembre, appena messi in vendita, mi sono assicurato due biglietti per il concerto del 7 giugno a Milano. È la prima volta che acquisto dei biglietti con così largo anticipo. Mi auguro che se non riuscirò a vedere Springsteen quel giorno non sia per colpa mia. Previdente, il sito TicketOne, che mette in prevendita i biglietti, propone anche una polizza assicurativa in caso di impedimento, ma avevo già speso uno sproposito e ho soprasseduto. Decido, però, di farmi recapitare i biglietti a casa, giusto per tenerli in custodia fino alla fatidica data, al non modico costo di 9,99€. Da notare il vettore, denominato “Corriere Espresso” a simboleggiare velocità, efficienza, motore, lampo e tuono, un secolo fa avrebbe entusiasmato Filippo Tommaso Marinetti. Associato, poi, ad internet, tutto ciò si trasforma in automatismo, immediatezza, fibra ottica, trasferimento alla velocità della luce, anzi, dei neutrini. E invece… Il 2 dicembre scrivo sconsolato al servizio clienti TicketOne – avrei potuto telefonare, ma questi erano i costi (CALL CENTER TICKETONE 892.101 Il costo massimo della chiamata al minuto è di Eur 1 da rete fissa (senza scatto alla risposta), di Eur 1,2911 da cellulare TIM (scatto alla risposta Eur 0,1291), di Eur 1,5 da cellulare VODAFONE (scatto alla risposta Eur 0,1) e di Eur 1,3 da cellulare WIND (scatto alla risposta Eur 0,1250). Tutti i costi evidenziati sono espressi al netto I.V.A.)  – questa mail: “Buongiorno, ho acquistato due biglietti per il concerto di Bruce Springsteen il 24 novembre con consegna a domicilio tramite Corriere Espresso, ma ad oggi, 2 dicembre, non è arrivato nulla. Per un costo di 9,99€ la velocità del Corriere Espresso è assolutamente inaccettabile. Quando pensate che mi verranno recapitati i biglietti? Potete verificare? Grazie.”
Dopo cinque giorni, la mattina del 7 dicembre, giorno festivo a Milano, mi vengono consegnati i biglietti dal Corriere non più Espresso, ma ormai poco più di un accelerato. Nel plico c’è un cartoncino adesivo con la mia prenotazione del 30 (!!!) novembre, ma la matrice del biglietto riporta la data corretta della prenotazione (24 novembre). Ma non finisce qui: oggi 12 dicembre, dieci giorni dopo le mie rimostranze e cinque giorni dopo la consegna dei biglietti, giunge la risposta di TicketOne: “gentile cliente, l’ordine è in carico al corriere”. In pratica, mi annunciano laconicamente che nei prossimi giorni me li consegneranno. Faccio notare di nuovo che tutte le comunicazioni sono avvenute attraverso la posta elettronica. Probabilmente se avessero viaggiato a piedi o a cavallo sarebbero state più veloci. Ho risposto a TicketOne (lo so, sono tignoso, ma trovo insopportabile questo sistema di semi-monopolio della distribuzione dei biglietti per gli spettacoli e l’abitudine di tenere alla larga i clienti attraverso i call-center a pagamento): “Appunto, dal 24 novembre al 6 dicembre. Me lo comunicate il 12 dicembre, mentre, nel frattempo, il plico è già arrivato. Complimenti per i tempi di reazione, un bradipo è una scheggia al vostro confronto.” Ora non mi resta che attendere il 7 giugno, sperando che Springsteen arrivi con i suoi mezzi a Milano e non si faccia consegnare dal Corriere Espresso di quel fulmine di TicketOne.

E gli occhi dei poveri riflettono, con la tristezza della sconfitta, un crescente furore. Nei cuori degli umili maturano i frutti del furore e s’avvicina l’epoca della vendemmia.

(John Steinbeck, Furore, 1939)

Siamo il popolo, la gente che sopravvive a tutto, nessuno può distruggerci, noi andiamo sempre avanti.

(Ma’ Joad, Furore, John Ford, 1940)

Il 21 febbraio avevo postato queste citazioni dopo avere rivisto il film di John Ford e avere scoperto che, nella edizione italiana, la frase citata da Ma’ Joad, pur essendo fortemente emblematica, chissà perché, era stata tagliata. Sono in vena di classici, ultimamente, forse perché il mio romanzo si è arenato in rilettura e sto cercando motivazioni. In questi ultimi due giorni ho sorbito (è il verbo esatto, a sorsi brevi e frequenti) Stabat Mater di Tiziano Scarpa e, al di là dell’argomento musicale che mi ha intrappolato, l’ho trovato alquanto deludente, nella sostanza e nella forma. Questione d’opinioni, naturalmente e di propaganda televisiva, dato che era stato parecchio “pompato” nei programmi di divulgazione letteraria (è Einaudi) e mi ero fatto convincere. M’aspettavo di più. Ora, I Karamazov dovranno aspettare, perché Tom Joad ha preso il sopravvento.

Anche Steve Jobs se ne è andato. Quando ho cominciato a smanettare tra i computer era la metà degli anni 90. Per esigenze di lavoro me ne sono procurato uno senza sapere esattamente in cosa mi stavo cacciando, ma non potevo continuare a battere a macchina gli articoli. Così, seguendo la tendenza della redazione, ho acquistato a rate un Mac LC475, un computer di media portata con un processore Motorola 68k, se non ricordo male, mentre stavano per nascere i primi Power. Si viaggiava ancora a floppy. Ricordo ancora la guida interna del Mac che mi indicava cosa fare una volta acceso. Tutto molto intuitivo e facile da usare. Poi le tonnellate di riviste, applicazioni, trucchi, segreti, tips and tricks che saltavano fuori da ogni parte, uno spasso. Quindi arrivò il 6400, lo schermo da 20’’, internet, il primo modem da 28k, quindi l’iBook Indigo col modem incorporato da 56k, l’adsl, il MacBook bianco, su cui ho scritto i miei primi due libri, l’iMac, il MacBook nero e il MacBook Pro. La mela iridata aveva invasa casa e non se ne sarebbe più andata. All’inizio non conosceva la rivalità tra Mac e PC, ma mi resi subito conto, ahimé, della differenza di prezzo. Ricordo un tizio che me la menava sempre ogni volta che mi vedeva – “allora, come va col Mac, quanto hai speso questa volta?” – lui, servo di Bill Gates, apriva, smontava, rimontava i PC, comprava pezzi in giro, li assemblava, mentre io, al massimo, aggiornavo i banchi di memoria, ma solo perché i Mac non avevano bisogno di manutenzione, funzionavano sempre. Spendevo all’inizio, certo, ma risparmiavo sulla manutenzione, anche quando compravo Mac usati, mai preso una fregatura. Col tempo le differenze di prezzo tra Mac e PC si sono assottigliate, così come quelle dei sistemi operativi (in realtà il sistema a finestre è un’idea di Jobs, anche se Gates l’ha chiamato Windows), ma non la qualità: il Mac continua ad essere la schiatta nobile tra i computer. Quando Apple ha perso la mela arcobaleno mi è dispiaciuto, perché ho capito che un’epoca era finta, quella pionieristica, spensierata e un po’ hippy, che aveva caratterizzato la sua storia. Le cose si sono fatte più serie: iMac, iTunes, iPod, iPad, iTutto.  Il successo in borsa, Apple sugli scudi, poi Steve Jobs si è ammalato, ma ha combattuto sempre, tra alti e bassi, sino alla resa, poche settimane fa e la fine ieri. La mela, oggi, è nera.