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Finalmente l’autunno a Milano, col suo tipico grigio, umido, fresco lunedì, tanto per inaugurare bene la settimana, tornare a casa coi vestiti neri di fango-smog e maledire il martedì che già si annuncia come copia-carbone (è il caso di dirlo). Ci voleva il giorno di San Francesco per assistere all’apertura della terza stagione dell’anno. D’altra parte, da patrono d’Italia non poteva che annunciare personalmente la malinconia di un Paese senza più stimoli, che si lascia vivere, o morire, ben rappresentato da una città a sua volta immalinconita, svogliata, scossa da scatti di rabbia temporanei e vigliacchi, giusto per far finta di darsi un tono, per poi tornare a quel torpore che la attanaglia da anni. Milano il traino d’Italia? Sì, quando non è sotto valium. Milano dove tutto nasce e cresce e si sviluppa? Sì, quando è fertile e irrigata e salubre. Oggi, quando piove, i cittadini guardano preoccupati ai tombini che rischiano di scoppiare a causa della cattiva politica delle acque fatta negli ultimi vent’anni e gli amministratori mettono alla frusta i portavoce e gli addetti stampa, affinché trovino scuse plausibili per giustificare l’inerzia che li ha distinti: colpa della crisi internazionale, del riscaldamento globale, dell’immigrazione incontrollata (questi sciamani che vengono dall’Africa con la loro mania della danza della pioggia), degli amministratori passati, gli austriaci, i francesi, gli spagnoli, i romani (la solita Roma ladrona e adesso anche di perturbazioni e isobare malefiche), la sinistra, i comunisti, i cosacchi, gli zar, Gengis Khan e il Prete Gianni.
Tanto per dare un esempio di distrazione di uno dei nostri principali amministratori, il vicesindaco Riccardo De Corato, vi racconto cosa succede sotto le mie e sue finestre da un po’ di tempo a questa parte più volte alla settimana: attorno alle 13,00 si ferma un camion. Ad attenderlo una decina di giovani, presumibilmente indiani, bengalesi, cingalesi. Dal camion scende un signore europeo, biondo, riccio, corpulento, che apre lo sportello dell’autocarro per dare modo ai ragazzi di rifornirsi di svariati mazzi di fiori recisi, gli stessi, che poi saranno venduti agli incroci con semaforo di Milano. Naturalmente, prima di risalire sul mezzo e allontanarsi, il camionista incassa da ciascuno dei ragazzi stranieri mazzette di banconote, si presume, il costo dei fiori. Ora, siamo in una zona molto vicina al centro di Milano, ma anche a cinquanta metri alla strada più multietnica d’Italia, soggetta al coprifuoco serale-notturno voluto dall’amministrazione per prevenire chissà quali barbarie nell’oscurità della notte, mentre di giorno, alla luce del sole avvengono questi fatti. Possibile che non ci sia  mai nei dintorni un vigile o, ancora meglio, una guardia, magari di finanza, che chieda al camionista un documento di trasporto, una fattura, una ricevuta per i fiori che costui distribuisce ai ragazzi e che si fa pagare? Chissà se denuncia l’incasso nel modello Unico? Certo, anche i giovani orientali dovrebbero avere uno straccio di permesso per vendere i fiori, ma mi sembra il male minore, pur tenendo conto delle eventuali proteste dei fioristi con licenza. Se ogni tanto il vicesindaco si affacciasse dalle sue finestre invece di vagolare soltanto nei pressi dei campi rom in favore di telecamere, si renderebbe meglio conto di come funziona la città. Sono già che avrebbe la scusa pronta in tasca per dire di non potere intervenire come assessore alla sicurezza per via dei poteri limitati (chissà perché questi amministratori vorrebbero tutti essere Superpippo, coi superpoteri conferiti dalle noccioline) e che occorrerebbe un intervento di ben altra portata, da ben altre autorità e che lui è afflitto da ben altri problemi: quando si dice il “benaltrismo”. Comunque è autunno, facciamocene una ragione, c’è solo da sperare che lo sia anche per questo modo insano di gestire la cosa pubblica.
Intanto, vai col valium.

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La sindaca di Milano ha deciso di pagare personalmente la multa di 100 € appioppata da un solerte vigile alla statua vivente romena in cso Vittorio Emanuele II, perché aveva preso servizio mezz’ora prima dell’orario previsto e spostata di qualche metro rispetto al posto assegnatole (alla statua, non alla sindaca). La prima cittadina ha stigmatizzato l’eccessivo zelo del vigile e, non potendo cancellare l’ammenda, ha deciso di onorarla lei stessa. E noi? Voglio dire, se l’eccessivo zelo del vigile ha mosso i sentimenti della sindaca nei confronti di chi si guadagna da vivere standosene immobile dipinto di bianco in piazza del Duomo (un lavoro artistico che gode di tutta la mia ammirazione e stima), noi poveri automobilisti, che immobili non stiamo se non imbottigliati nel traffico, continuamente vessati da vigili e ausiliari della sosta, telecamere, corsie preferenziali, ecopass, segnaletica indecifrabile, a chi ci possiamo rivolgere per farci pagare le multe appioppateci con altrettanto zelo dallo stesso Comune di cui la sindaca è il vertice? Al vicesindaco, da cui peraltro dipendono i vigili? All’assessore al traffico, che conta come il due a briscola? Agli uscieri? A chi fa le pulizie? Siamo figli di un comune minore? Così, giusto per sapere.

È un po’ di giorni che ci penso. Mi hanno sempre detto che non bisogna discriminare chi non ha avuto la fortuna di una natura benigna, gli handicappati per intenderci, anzi, i diversamente abili, come vorrebbe il linguaggio corrente politicamente corretto, anche se non si capisce diversamente da chi o cosa. Ma sto divagando. Il problema è nato qualche giorno fa, quando il signor Antonio Monti, presidente dell’ Anisap (l’associazione che raggruppa gli ambulatori privati della Regione Emilia Romagna), ha proposto ai candidati sindaco di Bologna di sottoporsi ad un check up generale e, in nome della trasparenza, di rendere noti i risultati, perché gli elettori hanno dritto di sapere se stanno votando un candidato al ricovero, all’obitorio, un menomato fisico, psichico o un primo cittadino che corre i cento metri piani in meno di nove secondi o solleva dalla panca centotrenta chili, abbatte un toro con un pugno in testa o salta con l’asta più in alto di Bubka, attività in cui tutti i sindaci devono necessariamente eccellere. A parte il fatto che forse, ma sono maliziosissimo, il Monti spera che i check up vengano effettuati negli ambulatori privati che lui rappresenta (tanto poi li rimborsa la Regione), ma non è tanto questo il problema, piuttosto il fatto che la privacy tanto reclamata da più parti va a farsi benedire. Tra i dati sensibilissimi della persona ci sono proprio quelli relativi alla salute. Certo, uno può anche rifiutarsi di sottoporsi al test, mica è obbligatorio, ma con questo indurrebbe gli elettori a pensare che abbia qualcosa da nascondere. Non è un bel modo di condurre la campagna elettorale. Alcuni candidati, come il celebre professor Pasquino, a capo di una lista civica, con orgoglio e sprezzo del pericolo si è detto disposto a sottoporsi a qualsiasi visita (anche la più invasiva?) per dimostrare la propria salute di ferro. Anche il candidato del PD Del Bono non teme l’abbassalingua, lo stetoscopio, lo sfigmomanometro e qualsiasi sonda che voglia introdursi a scandagliare i più reconditi anfratti del suo organismo. Nemmeno il candidato Alfredo Cazzola indietreggia di fronte al camice bianco dell’analista e arriva ad azzardare l’ipotesi che l’ex sindaco Guazzaloca troverà il modo di aggirare il check up. Perché? Perché Guazzaloca fu colpito da un tumore anni fa, che lo costrinse ad abbandonare l´aula del Consiglio comunale per essere ricoverato in ospedale. L’ex primo cittadino, che si ripresenta candidato, ha liquidato l’idea del check up come spazzatura umana e politica, tuttavia non si sottrarrà alla visita, pur sottolineando il degrado morale di cui sarebbe il frutto questa iniziativa. Guazzaloca ha ragione. È un’idea che puzza di nazismo e di eugenetica.
Ma in che paese viviamo? Un sindaco diabetico è peggio o meglio di uno cieco? Un sindaco con l’epatite lavorerà più o meno di uno paraplegico? Un sindaco con tutti e quattro gli arti funzionanti, gli organo vitali in ordine, senza una punta di angina e che non conosca nemmeno l’acidità di stomaco sarà più votabile di un candidato col pace-maker? E i candidati che con entusiasmo si sono detti pronti a farsi visitare cos’hanno tra le orecchie al posto del cervello? Pigne, segatura, soppressata o truciolato? O una bella svastica?

A Milano trenta centimetri di neve e la città è nel panico. No, diciamo che l’amministrazione è nel panico, mentre i cittadini non sembrano così spaventati, anche perché molti si ricordano gli ottanta centimetri del 1985, quando Milano era più divertita che terrorizzata. Sindaco e vicesindaco invitano i cittadini ad usare i mezzi pubblici – che vanno a rilento o non vanno proprio – e lasciare a casa la macchina. Ma che vogliono da noi? Ora ci dicono cosa dobbiamo e non dobbiamo fare, perché loro hanno da fare sulle strade e non vogliono intralci? Ma stiamo scherzando? Capisco che il sindaco l’unica neve che gradisce sarà quella di Cortina e il vicesindaco pugliese non è abituato, ma ricordo che siamo a Milano, 45° parallelo, la neve d’inverno è un evento normale e naturale. Si vergognino e vadano a lavorare, come tutti, anche con la neve.

759-al-gore-fire.jpgMa Al Gore ci è o ci fa? Ieri ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Milano dalle mani di un sindaco che vuole cementificare nei prossimi anni anche quel poco verde che gli immobiliaristi Ligresti, Cabassi, Zunino e compagnia edificante ci hanno lasciato. L’ex vice di Clinton, il trombato da Bush, premio Nobel, premio Oscar, ambientalista degli ambientalisti, ha appoggiato (non si sa in base a quale autorità o potere) la candidatura di Milano per l’Expo 2015 e oggi ha il coraggio di dire (ha bevuto? ha fumato? ha sniffato?) che Milano è la città capofila nella lotta all’inquinamento, Milano è una città a vocazione ambientalista, Milano è capitale della lotta all’inquinamento. Ora, Milanesi!, la sensazione di peso che vi opprime il petto, la difficoltà a tirare il fiato, il catarro che invade i bronchi, i vostri bambini sempre malati di tosse e raffreddore, la puzza che avvertite ogni volta che aprite le finestre, le migliaia di morti ogni anno per cause riconducibili allo smog, sono gli effetti della vocazione ambientalista di Milano. Si sa che la vocazione spesso provoca sofferenza e sacrificio, ma bisogna adeguarsi, perché quando la voce chiama non si può non rispondere e Milano sta rispondendo alla voce. A quale voce? Ecco, questo bisognerebbe chiederlo ad Al Gore, perché lui la voce deve averla sentita. Al Gore sente le voci.