Category: Arte e cultura


Scrivere è raccontarsi per interposta persona. Si scrive di ciò che si conosce. E non parlo di quello che si è studiato a scuola o imparato lavorando, ma di ciò che si è capito di se stessi e della propria percezione della realtà. Non ci si indaga mai troppo a fondo, ma scrivere aiuta a guardarsi dentro. La pagina scritta per l’autore è lo specchio in cui riconoscersi, anche se si parla d’altro e ciò che si vede riflesso non è sempre gradevole. Eppure è una rappresentazione fedele del nostro essere, dell’essenza della nostra personalità che traspare dalle parole, dai concetti, dalla forma, dal clima e dal sentimento. Questo vale per ogni espressione “artistica” in cui l’autore riversa la sua interiorità – ecco perché spesso dico che i musicisti (gli artisti che conosco meglio) si presentano nudi in pubblico, vulnerabili e indifesi – ma forse la filigrana della scrittura lascia intravedere più esplicitamente i tratti che solitamente teniamo gelosamente custoditi negli angoli più reconditi. Questo naturalmente non significa che si possa o si debba identificare l’autore con i personaggi che inventa e muove sulla scena, anche quando si esprime in prima persona come spesso mi capita – sarebbe troppo facile e anche un po’ patologico da entrambe le parti – ma, indubbiamente, nei personaggi c’è sempre l’esperienza di chi scrive, ciò che ha vissuto, visto, sentito, provato, osservato.
Tutto questo, per dire che quando si usa la locuzione “partorire un nuovo lavoro”, al di là della noia che arreca l’uso delle frase fatta, in fondo non si è così lontani dal vero, ancorché in senso figurato: una musica, un quadro, una scultura, una coreografia, un libro, sono il risultato di un’elaborazione interiore, una fatica, un travaglio, che, una volta dati alla luce, continuano a essere parte di noi, ci rappresentano in qualche maniera, come può rappresentarci un figlio che porta con sé i nostri tratti genetici, a volte anche somatici, e continuerà a farlo per tutta la sua vita, allungando, di fatto, la nostra.
Ed è perciò che, dopo averlo accudito, coccolato, corretto, raddrizzato, educato, arginato, vestito, a un certo punto bisogna lasciarlo andare per la sua strada a farsi guardare, scegliere, leggere. E non è facile vederlo correre via: incontrerà persone che gli vorranno bene, altre indifferenti, altre ancora lo getteranno dopo dieci pagine; ci sarà chi lo presenterà agli amici e chi se lo terrà sullo scaffale della libreria senza leggerlo, per paura di rovinarlo o perché la tinta della copertina si intona con l’arredamento. Ci sarà chi lo rileggerà, perché la seconda volta fa sempre un effetto diverso e chi giurerà a se stesso che non ci ricascherà una seconda volta. Lo leggerà qualche amico, i parenti, magari non tutti (tranquilli, non vi interrogo), gli amanti del rischio e gli sfaccendati.
È quasi tutto pronto: sulla correttezza sarei pronto a scommettere, ma sull’educazione ho più di un dubbio. Manca solo il vestito, che è in fase di cucitura. Ancora un paio di settimane, poi lo butto fuori di casa e dovrà arrangiarsi da solo.

Annunci

Andare a teatro è bello. Per un concerto o una rappresentazione di prosa, anche dopo tanti anni senti la tensione dell’evento, l’atmosfera del rito, uno dei più antichi dell’umanità. Il teatro come metafora dell’esistenza, messa in scena del reale e del supposto, dell’irreale e del metafisico, il teatro come denuncia del sopruso o esaltazione della bellezza, ribellione al potere e celebrazione del sentimento. La vita è teatro e viceversa. L’allegria, il dramma, la risata e la tragedia, il pianto, il dolore più lancinante, la rabbia, la liberazione, la catarsi, la felicità, il sublime piacere e l’orrore, è tutto nel teatro. Anche le poltrone.
Anticipa il rito antico del teatro, il moderno rito della ricerca del posto a sedere. Ora, anche le menti meno allenate al calcolo matematico, quelle più aduse a filosofeggiare sui massimi sistemi, dovrebbero riuscire a mettere assieme due coordinate semplici semplici come quelle fornite con il biglietto d’ingresso: fila F, posto 43. Non obbliga a un calcolo algebrico, non si pretende di risolvere un’equazione con otto incognite, non bisogna essere in grado di elencare a memoria venti numeri primi, conoscere la soluzione del teorema di Fermat o snocciolare la sequenza di Fibonacci per dieci minuti di seguito. Eppure, nonostante si continui a dire che si vendono più biglietti per il teatro che per lo stadio, ancora oggi, appena si spengono le luci in sala, si possono notare decine di errabondi che stanno ancora decifrando il biglietto d’ingresso e cercando di metterlo in relazione con la disposizione dei posti a sedere. È vero, ci sono le maschere, pardon, le hostess, che molto gentilmente si mettono a disposizione dei dispersi, ma costoro vi ricorrono solo a tempo scaduto, quando il buio è già sceso in sala e le perfide si incamminano verso le poltrone sempre a passo troppo svelto, sapendo che gli infelici impiegano qualche decina di secondi ad abituarsi alla penombra, col risultato di perderli per strada. Dove finiscono costoro? Se qualcuno non li recupera, terminano la loro corsa nei sotterranei del teatro. Si narra di presenze misteriose nelle catacombe del teatro Strehler di Milano e del Donizetti di Bergamo, ma sono leggende. Però, ogni tanto, durante i sopralluoghi delle immobiliari che comprano i teatri per abbatterli e farne garage, centri commerciali o atelier per stlisti, trovano resti umani: tra le mani ormai scheletrite, stringono ancora i tagliandi dell’ Otello con Salvo Randone e Vittorio Gassman o del Rinaldo in Campo con Modugno, Delia Scala e Franco e Ciccio. Bisogna anche dire che gli architetti arredatori e loro collaboratori fanno di tutto per mettere in difficoltà il pubblico. Spesso suddividono la platea in settori colorati, attribuiscono nomi di fantasia – la balconata furetto, il palchetto ficus, la poltrona cinciallegra – mettono i posti dispari a sinistra e i pari a destra, in modo che, chi si aspetta una normale progressione numerica, si ritrova a dover saltare da una parte all’altra della sala o, per i teatri più antichi, correre da un ordine di palchi all’altro, perché anche quelli sono suddivisi con criteri demenziali. Ci sono anche i più sadici, che indicano con le lettere le prime cinque file e con i numeri tutte le altre. Per non parlare di dove mettono il numero della poltrona: sullo schienale del posto davanti, sullo schienale del posto dietro, sullo schienale del posto giusto, sotto il sedile, sopra il sedile, sul bracciolo (ma destro o sinistro?), inciso in braille per terra, da decifrare con i piedi, proiettato da un raggio laser dal soffitto in modo che si imprima nella retina, trasmesso telepaticamente da un sensitivo.
Facciamo qualcosa. Se vedete qualcuno in difficoltà, aiutatelo a evitare una fine certa. Se notate che sta per iniziare lo spettacolo e c’è ancora gente col biglietto in mano che vaga per la sala, indicatelo alle hostess. E se proprio non si arrendono a sala ormai al buio, INTIMATE LORO DI SEDERSI, ANCHE PER TERRA, MA DI SEDERSI, A CALCI SE NECESSARIO, PERCHÈ NE ABBIAMO ABBASTANZA DI QUESTI DEFICIENTI CHE NON SONO CAPACI DI TROVARE UNA CAZZO DI POLTRONA IN TEATRO! STIANO A CASA, ALLORA, A RINCOGLIONIRSI DI TELEVISIONE! IL DIVANO DI CASA LO TROVERANNO, SI SPERA!

L’abbiamo ripostato con i titoli di coda e i credit

Il pezzo da combattimento di Giada de Gioia ora è anche un video. Nato in versione acustica in sostegno alla lotta delle operaie dell’Omsa di Faenza delocalizzata in Serbia è diventato una gioiosa macchina da guerra rock per tutte le donne.