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da Rapsodia In Nero

Rapsodia in nero r…Il concerto era alla fine, il pianista percorreva il palcoscenico sugli applausi sempre più forti che lo chiamavano al bis. Quando, finalmente, si sedette di nuovo al piano, avvertii ancora quel flusso gelido attraversarmi la schiena e dirigersi verso il palco. Stavolta era stato più intenso, persino doloroso nel suo percorso attraverso la mia illusione di ossa, come un coltello di ghiaccio. Sentii pervadermi un’inquietudine come se mi aspettassi qualcosa di terribile. Mi voltai, per vedere chi o cosa ci fosse alle mie spalle, ma scorsi solo sguardi incantati verso le luci del palco.

Dal grancoda intanto arrivavano le note martellanti del Mephisto Valse n°1 di Liszt col suo incedere demoniaco e seduttivo. L’interprete rendeva il tema ancora più scuro e inebriante e il pubblico ne era irretito.

Ad un tratto accadde qualcosa. Sul momento nessuno parve accorgersene, ma la sequenza di note zoppicava, come se Mefistofele inciampasse nella sua danza di seduzione attorno alla vittima designata. Fu solo un attimo. Il virtuosismo riprendeva preciso per qualche battuta, ma di nuovo perdeva un colpo, due, il trillo si spezzava, il pianista incespicava, scuoteva la testa, le mani artigliavano i tasti, si irrigidivano, il volto stravolto in una smorfia, prima di fastidio, poi di dolore, congestionato, sudava, pareva soffocare stretto dal colletto della camicia, poi un grido senza suono, la bocca e gli occhi spalancati in un espressione di terrore e il corpo che rovinava sulla tastiera a braccia aperte provocando un tuono dalla sonorità infernale. Yundi Lang, il giovane pianista cinese, fissava il pubblico col capo appoggiato sull’ottava centrale del pianoforte, ma non respirava più…

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Il CantiereL’audio racconto andato in onda l’anno scorso su RadioTre ispirato al personaggio di Silenziosa(mente)

https://soundcloud.com/gcanc/cappa-blues

Rapsodia in nero rImprovvisamente sentii che stavo cadendo dentro me stesso. Risucchiato da una forza che mi attraeva alle spalle, ma altrettanto, avvertivo un’altra forza che mi tratteneva sul posto. Questa contrapposizione di forze produsse l’effetto di sbloccare la mia mente. Sentii chiaramente il rumore di un meccanismo che scattava, poi immaginai un ticchettio di ingranaggi di tutte le fogge, tondi, cilindrici, conici, a mezza luna, che ruotavano, i denti che si incastravano perfettamente negli appositi spazi, molle e bilancieri che ondeggiavano ritmicamente, li vedevo all’interno di un grande, gigantesco orologio. Si muovevano, all’inizio pesantemente, poi sempre più veloci e avvertii alla testa un dolore lancinante, come se avessi qualcosa dentro che scavava a fondo. In realtà non stava scavando, ma uscendo dalla mia faccia. Da quei grossi buchi provocati dalle pallottole che mi avevano ucciso. Vidi chiaramente la prospettiva dei proiettili uscire dalla carne e rientrare nella canna della pistola dalla quale erano stati sparati, come la via di fuga di un quadro rinascimentale. Vidi la maschera grottesca del volto sconvolto del bandito. Rividi me stesso quella tragica mattina mentre entravo in banca, mentre mi svegliavo, la sera precedente, mentre festeggiavo con qualche amico l’inizio delle vacanze e poi sempre più veloce si riavvolse all’indietro il film della mia vita fino all’infanzia e oltre.

Si dice spesso come sarebbe bello poter tornare indietro e rivedere ciò che abbiamo fatto e magari correggere gli errori, aggiustare le cose venute male, rimediare, modificare. Be’, non è bello, è nauseante, doloroso, orribile. La vita è scandita da eventi importanti, quelli che ci piace ricordare, belli o brutti che siano, ma che danno carattere all’esistenza. Purtroppo sono la minima parte di un tempo straordinariamente lungo di insignificanza oceanica. Un’attesa infinita. È come essere al gate di un aeroporto, aspettando un velivolo in ritardo, che non si sa in quale cielo si sia perso col suo carico di passeggeri ed equipaggio. Quando arriva, finalmente, saliamo e ci sentiamo destinati a uno scopo, ma, una volta scesi, ecco di nuovo la sala d’attesa, l’incertezza di avere il biglietto giusto, della corretta destinazione, di ciò che troveremo e di ciò che stiamo lasciando.

Aspettare è il nostro destino principale. E intanto, cerchiamo la nostra prossima meta. Il viaggio, in fondo, pare essere il vero senso della vita, analizzata col senno di poi, il tragitto da una destinazione all’altra alla ricerca di quella poca felicità che ci è concessa, così effimera ed eterea che evapora in un soffio e non sembra ripagare la fatica fatta per conseguirla. Per questo, perennemente insoddisfatti, si riparte per l’indirizzo successivo. Nel frattempo mi rivedevo condurre una vita anonima e incolore, tra lavoro, qualche amicizia superficiale, buoni propositi naufragati nella quotidianità spicciola e la colpevole rassegnazione.In fondo solo quattro episodi avevano realmente dato colore al mio viaggio durato trentasette anni: la nascita, la fuga di mio padre, la morte di Harsha e la mia. Nient’altro. Trentasette anni scanditi da ouverture, finale e due interludi, in una tragica opera prima e ultima, di cui nessuno avrebbe ricordato debutto, repliche e recensioni. E ora qui, in questo limbo aspettando la meta finale, senza che qualcuno annunciasse ritardi, disguidi, disservizi, tempi d’attesa ed eventuali risarcimenti. (da Rapsodia In Nero)

Rapsodia in nero rAmigo, non mi credi?

— Francamente non so, mi sembra tutto così letterario. Sembra una storia a fumetti o un vecchio film.

— Allora guarda.

Da sotto il saio Fra’ Pat sporse la gamba destra, si afferrò il piede, lo estrasse con uno scatto del polso e me lo gettò davanti.

— E questo cos’è, secondo te? Un trucco degli spiriti?

Ero allibito. Tuttavia, non so perché, sentii un’inspiegabile voglia di ridere. Tutta quella scena era assurda: io seduto per terra in un bosco davanti ad un frate, che mi racconta una storia del secolo scorso e poi mi getta il suo piede lurido con sandalo in grembo per farmi credere che sta dicendo la verità. Sembrava una barzelletta. E risi. Risi come non avevo mai fatto prima da quando ero morto. Non credevo nemmeno che si potesse ridere da morti. E poi perché? Non ero mai morto prima. Eppure risi senza freno, con le lacrime agli occhi. Risi tanto che mi faceva male la pancia. E non credevo che potesse fare male la pancia a un morto. Ma, d’altra parte, l’ho già detto, non ero mai morto prima. E questo mi faceva ancora più ridere.

Stavo diventando pazzo? Ma un morto può essere pazzo? Pensavo che la morte cancellasse tutte le menomazioni, fisiche e mentali e invece no. Fra’ Pat aveva un piede finto, Carmen era estremamente irritabile e io stesso non ero certo delle mie facoltà mentali. E tutto questo nell’aldilà, o comunque lo si volesse chiamare. Non era da pazzi tutto questo? E non era da folli riderci su?

Davanti a me, attraverso le lacrime che mi scendevano dagli occhi, scorsi il volto di Fra’ Pat mutare forma. Da allungata verso il basso, a causa dell’espressione drammatica che aveva assunto raccontandomi quella storia assurda, lo vidi tornare tondeggiante e arrossarsi. Una specie di enorme canyon gli si aprì trasversale tra mento e naso. Anche i suoi occhi si fecero piccoli come i miei e dalla bocca ormai spalancata uscì una specie di tuono intermittente. Le orecchie che spuntavano dai capelli spettinati erano scarlatte. Il corpo scosso da convulsioni, il ventre che saltava su e giù, le mani che sbattevano sul terreno sollevando ciuffi d’erba e qualche sassolino. Rideva come un pazzo pure lui. Due squilibrati, due folli, due spiriti che si rotolavano su un prato sconvolti dal riso. (da Rapsodia In Nero)

Rapsodia in nero rLa musica scende dalla testa al cuore, dalle mani alla tastiera in un flusso naturale costante. Avorio, legno e metallo vibrano in sintonia a frequenze sublimi. In sala la tensione si può quasi toccare, se qualcuno agitasse un braccio nell’aria scoccherebbe scintille. Non un rumore inopportuno, un fruscio, uno scricchiolio di poltrona, uno strascicare di piedi o un colpo di tosse, pare che tutti trattengano il fiato, un’apnea collettiva, fino alla catarsi liberatoria e rigenerante dell’applauso, del tripudio, del consenso. Poi di nuovo silenzio. Le mani roventi per gli applausi frenetici si quietano e i volti estatici di nuovo distesi. Quando l’ultimo rumore si spegne, ancora legno e metallo a narrare storie e fantasie, a penetrare cuori e menti, a corrompere e santificare anime, a incendiare inferni e illuminare paradisi, a imprigionare e liberare, a stregare e incantare.

Il buio amplifica le sensazioni e annulla lo spazio, ognuno si sente immerso dentro la musica, se ne sente parte, come fosse strumento egli stesso, un elemento del pianoforte, tasto, corda o martelletto. Mi accorgo che posso vedere tutto questo, la mia vista penetra l’oscurità. Vedo chiaramente Chandra, che suona a memoria, guardandosi le mani agili e veloci, ogni tanto alza la testa, guarda in alto come a cercare forza e ispirazione, poi di nuovo china sulla tastiera per portare a termine il suo compito di medium temporale tra compositore e pubblico attraverso gli anni, i secoli: la pagina scritta che riprende vita e forma e suono grazie a lei; vedo il gigante seduto al suo fianco, che la osserva rabbioso per la sua virtuosa sicurezza e le lancia sguardi perfidi; vedo il pubblico letteralmente rapito dall’estasi, perso in un oceano di sensazioni; vedo Carmen che distoglie lo sguardo imbarazzata da tanta bravura, che la fa sentire inadeguata. (da Rapsodia In Nero)

Rapsodia in nero rBaba prese tra le mani una sorta di arpa dalla forma irregolare, con un lungo manico e la cassa armonica tondeggiante. Era la kora, il tipico strumento dei griot, gli aedi dell’Africa Occidentale. Nel silenzio più assoluto e nel buio crepuscolare, le dita cominciarono a pizzicare le corde, emettendo un suono armonioso. La voce intonò un canto dal testo misterioso, probabilmente in una delle tante lingue dell’ex impero Mandingo, ma così intenso e toccante da colpire al cuore il pubblico. Quando Baba spalancava la bocca, sembrava di poterci vedere dentro tutto il Golfo di Guinea. Vlad, con mani enormi e callose, percuoteva i tamburi talmente forte da provocare piccoli movimenti tellurici tra i tavoli del club.

Dalla sinistra del palco entrarono due ombre. La più piccola teneva la mano appoggiata al braccio dell’altra, che la condusse fino al pianoforte, poi quest’ultima si allontanò. L’ombra più piccola si sedette e appoggiò la mano sinistra sulla parte bassa della tastiera, dove iniziò a scavare note in profondità nella terra rossa del Senegal e con la destra ricamava sulla scala pentatonica, intrecciandosi alle venticinque corde della kora di Moussa.

Lentamente una luce scarlatta cominciò a colorare l’area del pianoforte, mentre la postazione della batteria era illuminata di azzurro e Baba pareva inondato dal sole africano.

Quando finalmente la musica esplose in un ritmo infernale col canto e il pianoforte che trovarono un’intesa celeste, il pubblico, fino a quel momento incantato da tanta magia, si lasciò andare ad un applauso liberatorio che lanciò il trio verso il cuore dello spettacolo. (da Rapsodia In Nero)