Category: Viaggi


“Racconta Le Tue Vacanze: Le mie vacanze le o pasate in sardegna. Il mio papà voleva andare come sempre a Riccione, ma la mia mamma voleva andare ha trovare i suoi parenti in sardegna perche lei è sardegnola e poi dice che il mio papà vuole andare sulladriatico perché lì ci sono le donne stragnere meze nude. Il mio papà non vuole andare in sardegnia perche dice che lì sono tutti piccoli ee neri. Anno litigato e alla fine abiamo prenotato il treghetto per la sardegna. La sardegna è un isola circondata dal mare che confina a est col mare tirreno a sud col mare mediteraneo, a ovest col mare mediterraneo e a nord con la corsica, che non è Italiana, ma francese e in mezzo cià le bocche di bonifacio, che però non manciano nessuno (ahahaha). Siamo stati tre sttimane, ho fatto tanti bagni, faceva caldo, al campeggio era pieno di zzanzare e alla fine siamo tornati a casa. Il mio papà a detto che l’hanno prossimo andiamo di sicuro a Riccione, ma la mia mamma a detto che deciderà il destino se saremo ancora vivi, ma io so gia che decidera lei, anche perche o sentito che diceva alla zia gavina che ci fediamo tra unano. Così ho raccontato le mie vacanze.”

Scusate la regressione infantile dovuta a scorpacciata di strudel notturna.

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Post(umo)

Quando leggerete questo post io non ci sarò già più. Lo so, appare più tragico di quello che è veramente, ma tutte le cose finiscono, non c’è il permanente, è solo un’idea inventata dall’umanità per darsi un’illusione di eternità. Gli uomini si sono inventati l’immanente e il trascendente, il fisico e il metafisico, conscio e inconscio, carne e anima, aldiqua e aldilà, per avere delle porte da attraversare, confini da valicare, barriere da abbattere, qualcosa da fare nella vita, insomma, uno scopo da raggiungere. I viaggiatori viaggiano, gli esploratori esplorano, gli scalatori scalano, i navigatori navigano, gli speleologi speleologano, i ginecologi…uguale, ognuno si dà un nome e un obiettivo da raggiungere. Altrimenti la vita sarebbe una noia pazzesca oppure una gran confusione se gli scalatori navigassero o i navigatori speleologassero e i ginecologi…esplorassero…o forse no. Comunque, quello che ho fatto fino ad ora è stato parlare e scrivere, scrivere e parlare, leggere e studiare, studiare e leggere, fare domande, ascoltare risposte, elaborare concetti, “pettinarli”, come si dice oggi, perché non è detto che l’intervistato sappia esattamente quello che dice e come dirlo, e allora lo devi aiutare, usare un po’ di cosmetico per far apparire la sua espressione leggibile. È per quello che tanti intervistati non si riconoscono nelle parole scritte sul giornale. Se vuoi fare loro un dispetto, basta che riporti esattamente ciò che hanno detto, parola per parola, e qualcuno ogni tanto lo fa. Ma anche in questo caso ti dicono che non si riconoscono nelle parole stampate. In fondo è abbastanza ovvio: abbiamo una percezione soggettiva di noi stessi e ci vediamo con occhi dal visus limitato. Basti pensare a quando ascoltiamo per la prima volta la nostra voce registrata: uno choc, non pensavamo di essere così sgradevoli, avere quelle cadenze cantilenanti, essere così…ridicoli. Be’, ora basta, è il momento di chiudere, salutare tutti, lettori abituali e no, congedarsi con affetto, perché è stato bello, simpatico e divertente, ma, come dicevo prima, tutto ha un termine. Il biglietto è scaduto, l’ultimo spettacolo è stato proiettato e la parola The End è apparsa sullo schermo. L’inserviente ci sta cacciando, perché deve fare le pulizie e ha voglia di andarsene a casa anche lui. Togliamo il disturbo (non so perché improvvisamente sto usando la prima persona plurale, ma va bene, perché dà un senso di collettività, che al congedo ci sta) per le prossime due settimane (solo 15 giorni, cosa credevate??!!) in cui sono in vacanza. Au revoir!

302464Ci sono lezioni che si imparano da piccoli e lezioni che si imparano da grandi. Non si finisce mai di imparare. Io ricordo persino quando ho imparato a camminare. Ho impresso nella mente un divano di finta pelle, skai, plastica, chissà con che diavolo si ricoprivano i divani negli anni 60, avevano appena inventato il Moplen, con Gino Bramieri che a carosello, dopo lo sketch sloganeggiava “e mò e mò e mò? Moplen!” O era Raffaele Pisu? No, no, era Bramieri. Pisu era in giro con Provolino e poi dava la voce all’Omino coi Baffi dei Prodottibialettiiiiiiii, cantato tutto d’un fiato con l’accento spostato sull’ultima sillaba come fanno oggi tanti cantanti moderni. Ma non ricoprivano i divani di Moplen, il polipropilene isotattico inventato dal chimico Giulio Natta, che vinse persino il nobel per la chimica con ‘sta roba qui. Comunque, il divano era fatto di qualcosa di blu e ci si sedeva mio fratello. Io ero seduto per terra a qualche metro di distanza. Eravamo in cucina. Che a pensarci bene, mi chiedo cosa ci facesse un divano in cucina, dove di solito si cucina, lo dice la parola stessa, anche se alla terza persona singolare del presente indicativo, come se a cucinare fosse qualcun altro, infatti era mia madre, ma è come chiamare la camera da letto “dorme”, perché ci si dorme, ma se ci dormo io sono la prima persona singolare, non la terza, a meno che non ci dorma con qualcuno, ma a quel punto dormirebbe lei e io starei sveglio per onorarne il nome (della camera, non della persona). Comunque i miei genitori avevano messo il divano in cucina e ci stava seduto mio fratello. Con tutto il burro che usava mia madre sarà stato anche un po’ unto (il divano, non mio fratello, che era magro e asciutto, nonostante il burro). Io ero per terra, perché tutti i bambini di quell’età, attorno all’anno e mezzo, due, non so bene, non ricordo fino a quel punto, stanno per terra dato che non sanno camminare e si trascinano come possono sulle mani e i ginocchi. Ma a quel punto avveniva il fenomeno psico-fisico: alla vista del divano di finto Moplen con sopra mio fratello, ecco che balzavo in piedi e compivo quei quattro passi sufficienti a coprire la distanza tra me e lui, che mi accoglieva a braccia aperte. È la prima lezione che ricordi della mia infanzia. Ce ne furono moltissime altre, naturalmente, compresa quella imparata in una calda estate dello stesso decennio, impartitami da mio padre, il quale mi aveva lasciato un momento da solo, mentre entrava in casa a prendere l’immenso cumulo di bagagli che mia madre aveva preparato in vista della partenza per le vacanze al mare. “Non toccare niente” mi aveva intimato il genitore, nervosissimo come ogni anno in cui si partiva per il mare, a causa del suddetto cumulo (mio padre acquistava auto sempre più grandi per il suo lavoro, ma incredibilmente la massa di bagagli che riusciva a mettere assieme mia madre superava sempre di gran lunga la capienza del bagagliaio, così ci toccava viaggiare con sacchetti e borse tra le gambe e sul cruscotto) ma io volevo rendermi utile come ogni bravo bambino che desideri contribuire al benessere della propria famiglia e cominciai a smanettare con le levette del riscaldamento. Erano levette di metallo con un pomello di plastica nera, si muovevano orizzontalmente dentro fessure colorate di azzurro e rosso. In effetti non era molto chiaro come dovessero essere sistemate per avere il fresco e così cominciai a ragionare su colori e posizioni, finchè una di queste levette non si inceppò. Non ci fu verso di smuoverla dalla posizione in cui si era bloccata. Sospettavo anche che non fosse salutare che sopra il pomello lo spessore della colorazione rossa fosse più intensa rispetto al lato opposto, ma decisi di disinteressarmene a quel punto: io non sapevo niente, non avevo toccato niente, non ero nemmeno lì quando era successo che qualcuno si era introdotto in auto e aveva smanettato con il riscaldamento, ero andato a comprare le sigarette, a pagare una tratta in banca, a prenotare un aereo per il Bengala, a combattere la fame in Biafra, in qualunque posto, ma non lì. Terminate le operazioni di carico del veicolo e finalmente pronti per la partenza, ecco che mio padre sudato e furente si mise al volante e la prima cosa che fece fu di notare che la leva del riscaldamento era stranamente spostata sul rosso. Quando tentò di riportarla in posizione consona alla temperatura esterna, tipicamente estiva, non ci riuscì. Così guardò me. Io dissi che non avevo toccato niente con lo sguardo più innocente che potevo, ma non servì ad evitare la scoppola che mi piombò sulla testa (mio padre era piuttosto manesco) e un viaggio memorabile di tre ore buone sotto il sole di luglio in autostrada col riscaldamento acceso.
Si diceva anche delle lezioni imparate da grandi, però si è fatto tardi e sarà per un’altra volta.

Silvia

Si chiama Silvia, la sua voce ha bel un timbro profondo, da contralto. La sento fredda, però, distante, autoritaria, pare una di quelle donne che amano essere sempre assecondate, che non reagiscono a un diniego, ma se lo ricorderanno, se lo legano al dito,  lo annotano nel loro libro contabile e alla prima occasione pretenderanno la riscossione del credito. Non è il tipo di rapporto che prediligo, non mi piace il rancore covato, ho imparato che la macerazione provoca infezioni difficili da sconfiggere quando dilagano e contaminano anche le zone più protette e apparentemente inattaccabili. Ma voglio provare, forse i miei timori sono eccessivi. Partiamo assieme per un weekend al mare, in un paio di giorni non potranno accadere catastrofi e, se succederà l’irreparabile, ci separeremo e non ci vedremo più.
Il viaggio comincia subito con qualche tensione: pretende di indicarmi la strada. D’accordo, ci siamo appena conosciuti e non sa la mia storia – né io la sua – ma vado in Liguria sin da quando ero bambino e potrei fare il viaggio a occhi chiusi. Si fa per dire. Comunque, appena si accorge che non passo per Loreto, ma taglio nelle vie interne, dopo qualche insistenza si zittisce. Fa la sostenuta per un po’ quindi riprende a parlare nel giro di pochi minuti, questa volta approvando la direzione che ho preso. La cosa mi rasserena, meglio andare d’accordo, è una bella giornata di sole e non vedo perché una divergenza d’opinione sull’itinerario dovrebbe rovinarcela.
Finalmente usciamo dalla città. L’autostrada non sembra trafficata e presumo che arriveremo in tempo per pranzo.
Noto che Silvia è di nuovo tesa, eppure non dovrebbero esserci dubbi sulla direzione. Almeno fino al bivio per il raccordo con l’A10 la strada è tutta diritta, ma sento che c’è qualcosa che non va. Capisco. È la velocità. Lo so, il limite è 130 chilometri orari, ma non c’è nessuno davanti e questa macchina è così poco rumorosa che arriva a 150 senza che me ne accorga. Ma ha ragione, ci sono autovelox e tutor ovunque e ho già preso un paio di multe in città ultimamente per consigliarmi di ridurre la velocità.
Devo dire che Silvia inizia un po’ ad annoiarmi col suo tono spazientito da maestrina, avrà anche una bella voce, ma l’atteggiamento autoritario sta valicando i miei confini di tolleranza. Va bene che il regime dittatoriale per certi versi è riposante, deresponsabilizza, invita a delegare ogni decisione, presa di posizione e impegno al vertice, ma ancorché pigro come sono, non sopporto gli ordini, soprattutto se immotivati e distribuiti con autoritarismo, ma senza autorevolezza.
È un continuo “rallenta”, “stai attento”, “stai a destra”, “tieni la sinistra”, “c’è l’autovelox”. Insomma, guido da più di trent’anni, non sono ancora così bollito, lasciami in pace, le grido.
Finalmente tace. Mi spiace averla offesa, spero di non avere rovinato tutto.
All’improvviso, siamo sotto una di quelle lunghe gallerie che da Ovada in poi si contano a decine, mi intima di fare inversione a U “appena possibile”. Non credo alle mie orecchie. Ma quale inversione a U, le dico. Siamo in autostrada, non si può. Lei insiste, pretende l’inversione a U. Penso che voglia tornare a casa. Ha cambiato idea. Il weekend al mare col sottoscritto non è più nei suoi programmi. Già, ma ormai siamo arrivati, cara la mia Silvietta e, volente o nolente, starai con me per un paio di giorni, trascorsi i quali potrai fare quel che vuoi, anche spegnerti se ti va. Anzi, ti spengo subito io e ti ripongo nel cassetto del cruscotto.
Sarà meglio che legga più attentamente le istruzioni del navigatore per verificare se sia possibile deviare dal percorso prestabilito senza creare traumi cibernetici e tempeste satellitari. Magari il prossimo viaggio lo faccio con Tasos il greco, non capirò nulla delle sue indicazioni, ma potrò sognare di essere di nuovo a Creta.