Category: Piaceri della vita


— Zzzzzzzzzzz…
— Prrrrrrrrrrrrrr…
— Zzzzzzzzzzz…
— Prrrrrrrrrrrrrrr…
— Zzzzzzzzzzz…
— PRRRRRRR….
— Zzzzzzzzzzz…
— Miaaaaaoooooo…
— Zzzz…kkkkhhhhhhrrrrr…..
— MIAAAAOOOOOO….
— KKKKKHHHHHHH….AAAAHHHHH….Chi è?
— Io….prrrrrrrrr…..
— Uffffff… sempre tu….cosa vuoi?
— È ora.
— È ora? Quale ora? Sono le quattro.
— È l’ora del mio compleanno
— E quindi?
— Festeggiamo! Miaaaaooooooo!
— Cosa c’è da festeggiare? Sedici anni di drammi, guai e tragedie?
— Ma cosa dici? Ho portato la luce rossa nella tua vita grigia.
— La luce rossa la intendo diversamente…
— Si sa, sei un povero umano…intendevo quella del colore del mio pelo.
— Vuoi che ti rammenti cosa mi hai portato in queste sedici eternità che tu chiami anni?
— Gioia e felicità!
—Vogliamo parlare di tutti i mobili che hai rovinato?
— Li ho decorati.
— E il vecchio divano?
— Era vecchio, appunto.
— E quello nuovo garantito anti-gatto?
— Se ti hanno imbrogliato non è colpa mia.
— E i maglioni traforati?
— Sono state le tarme.
— Sì, a quattro zampe. E la giacca appena rifoderata che ti sei mangiato?
— Aveva un brutto taglio.
— E il quadro che hai stortato?
— Così è più originale.
— E gli spaventi che ci hai fatto prendere di notte quando hai acceso la luce arrampicandoti sulla tappezzeria? O quando sei piombato sul pianoforte lasciato aperto? Oppure quando lanci i barattoli nella vasca da bagno?
— Noi gatti siamo animali notturni.
— Noi umani no, almeno, io no.
— Obiettivamente dormite troppo.
— Ma se voi gatti dormite almeno sedici ore al giorno!
— Sì, ma non tutte assieme.
— E quando mi hai vomitato nelle scarpe?
— Era uno scherzo.
— Alzarsi alle sei per andare a lavorare e trovarsi il vomito nelle scarpe non lo chiamo scherzo.
— Permaloso.
— E quando mi hai vomitato in faccia?
— Stavo male. Ti è mai capitato?
— Di vomitare in faccia a qualcuno?
— No, di stare male.
— Be’, sì.
— Lo vedi?
— E la tenda in albergo che hai bucato?
— Era già così.
— Sì certo, l’ho dovuta pagare come nuova.
— Problemi di voi umani.
— Be’, auguri e buonanotte.
— E mi lasci così? E io cosa faccio?
— Dormi anche tu se ci riesci.
— Ma io ho fame.
— Vai a caccia di topi.
— Non ce ne sono.
— E quindi? Te li devo procurare io? Sei un predatore? Preda.
— Avrei voglia di morderti un dito.
— Fallo e ti ritrovi fuori dalla finestra.
— Penso che starò qui un po’. Non mi sento tanto bene.
— Basta che taci.
— Aaaakkkkk….aaakkkkkk…aaakkkkk…
— Ma che schifoooo! Mi hai vomitato sul cuscino. E questo cos’è? Ti sei mangiato mezzo metro di scontrino della spesa. Per forza vomiti!
— Vado a dormire di là. Qui non si riesce a stare tranquilli….miaooooooo…prrrrrrrrrr…..

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Viviamo di più rispetto a un secolo fa, ve ne siete accorti? Certo, un secolo fa non c’eravate, non potete saperlo, ma le statistiche dicono così. Poi, se fate un giro in qualche cimitero scoprite loculi di centenari che contraddicono le statistiche, ma cosa ci volete fare? Le donne, in particolare, sopravvivono più a lungo degli uomini e, statisticamente, in miglior salute. Vi sarà senz’altro capitato di osservare coppie di anziani per strada: lei vispa e frizzante, dritta come un fuso che sgambetta tra i banchi del mercato, lui una larva che si trascina stancamente cercando di inseguire la moglie caricata a molla. Ma la domanda vera è: l’allungamento della vita riguarda solo la vecchiaia o è “spalmato” su tutta l’esistenza? In altre parole: restiamo bambini e giovani adulti più a lungo che in passato? A prima vista parrebbe di sì. Le rilevazioni statistiche confermerebbero questa impressione positiva: i quarantenni di oggi sembrano i trentenni di ieri, un uomo di mezza età è, modestamente, un cinquantenne di aspetto giovanile e piacente. Dal punto di vista sociale c’è qualche altra osservazione da fare, però: a cominciare dai giovanissimi che, da sempre, hanno fretta di crescere, ma che oggi mostrano sempre più comportamenti da adulti, se è vero come è vero, che sin dalle scuole elementari i fenomeni di bullismo si stanno moltiplicando. Segno che il tentativo di imitazione di atteggiamenti “da grandi” ha raggiunto livelli allarmanti. Salvo, poi, diventati adulti, non assumersi responsabilità verso se stessi e gli altri, restando a casa con i genitori sino ad età ragguardevoli, accampando pretesti e scuse contingenti.
Quindi arriva la sindrome del quarantenne (tipicamente maschile), che spinge ad accompagnarsi con donne la cui età è inversamente proporzionale alla propria, oltre che alla disponibilità economica, una condizione che può durare a lungo, coadiuvata anche da farmaci di recente diffusione, atti allo scopo di prolungare la condizione paragiovanile.
Infine, giunta la vera maturità, cala il sipario della rassegnazione (anche questa tipicamente maschile) che coincide, però, con la rinascita femminile, dando luogo al tipico fenomeno della Vedova Allegra, riscontrabile in numerose balere e sale da ballo della penisola, nonché in alcune apposite trasmissioni televisive. INVECCHIARE MENO; INVECCHIARE TUTTI!

“Eh, con gli anziani ci vuole pazienza.” L’abbiamo sentito dire centinaia di volte, anzi, noi stessi abbiamo pronunciato la fatidica frase non sempre accompagnata da una sincera convinzione. Però, forse, con un lieve moto di invidia. Come quando da bambino ti dicevano “sei ancora piccolo, non puoi farlo, non puoi capire, non puoi andare, non puoi, non puoi non puoi…” e allora pensavi “un giorno o l’altro diventerò grande e allora potrò capire, potrò fare, potrò andare, potrò, potrò, potrò…”, solo che poi non coglievi mai il momento giusto, te lo facevi sfuggire, bastava un attimo di distrazione ed eri diventato già troppo grande: “sei un ometto, ormai, devi capire, devi andare, devi fare…” e vedevi quelli più piccoli di te che si divertivano un mondo a fare le cose che avresti voluto fare tu, prima e ora. Ma tu non ci sei. Come una bestia da soma, ti hanno già caricato di responsabilità che non hai voglia di sopportare, ma devi. Stai crescendo. Non era questo che volevi? Eccoti servito. E tu che pensavi di essere libero diventando grande, perché vedevi gli adulti fare le cose che volevano con quella libertà e disinvoltura che agognavi, ti accorgi che crescere non libera, ma crea vincoli ancora più stretti di responsabilità, obblighi, convenzioni, affetti, che nemmeno sospettavi. La nostalgia di quando eri bambino, nonostante tutto, ti invade. Col senno di poi preferivi quel “sei troppo piccolo” che ti costringeva il corpo, ma non la fantasia, al “comportati da persona adulta”, che pare una dannazione eterna, perché si sa quando comincia, ma non quando avrà termine. E allora butti un occhio al nonno, che ne ha viste tante nella sua lunga vita e ora, nonostante gli acciacchi, sembra sereno, tranquillo, vive a un ritmo più umano del tuo, può permettersi l’ozio degli anziani sulla panchina del parco col giornale, le due chiacchiere con i coetanei nel cortile di casa, la benevolenza dei più giovani e la comprensione per il carattere un po’ burbero e spigoloso, ma in fondo buono. E ti chiedi: quando diventerò così anch’io? Quanto ci vorrà? Ma poi il dubbio: ci arriverò? E gli altri saranno così comprensivi con me? Io, che ho già un brutto carattere oggi (così dicono), fra trent’anni come sarò? Un vecchio brontolone che ce l’ha con tutti, bambini e adulti compresi? E se invece di avere pazienza mi spediscono in un ospizio dove mi coprirò di vomito e ragnatele? E ti vien voglia di maltrattare tutti già adesso, caso mai non riuscissi a farlo poi. Ma nemmeno questa è una soluzione praticabile. Siamo prigionieri, anzi, siamo in libertà vigilata con un sorvegliante al quale presentarci periodicamente e farci giudicare per verificare quanti anni ancora di condanna ci restano, prima che qualcuno pronunci il verdetto definitivo “Eh, con gli anziani ci vuole pazienza.”

AGFA DIGITAL CAMERAHo messo le tende fucsia alle finestre, ma il grigio del 16 gennaio penetra da ogni fessura e colma soggiorno e cucina sbiadendo i contorni e facendo diventare ogni cosa più piccola e meno importante. È ora di preparare la colazione per due, anzi, per tre, visto che Rossini non vuol perdersi nulla, nemmeno l’occasione di allungare una zampa e predare un biscotto o un brandello di pandoro. Tovagliette, piatti, tazze, posate, tovaglioli, bustine del tè, zucchero, miele, frutta. Tutto è pronto. Devo solo aspettare qualche minuto e poi son sicuro che il profumo e il calore del cibo si spanderà e colorerà un po’ la giornata.
Accendo il Mac: posta, notizie, fb, ovvero la solita pubblicità, le solite notizie, le solite idiozie. Spengo. Afferro il reader. Ultimamente mi sto dedicando al noir d’evasione, nel senso che sto leggendo tonnellate di Deaver, Cornwell, Carrisi, Lansdale, ma anche qualche Carrère, Simenon, Ellroy, persino il buon vecchio Scerbanenco, che ha sempre in serbo pagine gustose e melanconiche. Insomma, mi sto rimpinzando di crimini, autopsie, indizi, prove, interrogatori, confessioni, condite con qualche puntata di CSI che mi capita saltuariamente di vedere in streaming. Il mio immaginario più recente è arredato come un obitorio. Proprio mentre sto scoperchiando un cranio con una sega Stryker ecco che mi sento artigliare una coscia. Che sia il cadavere improvvisamente risvegliatosi per il rumore? Macché, un cadavere emette gorgoglii, sciacquettii, schiocchi, occasionalmente versi gutturali se rianimato tramite riti voodoo, ma non fa fusa, o, almeno, non se ne ha notizia. Credo che nemmeno Stephen King in Pet Sematary ci abbia pensato. È semplicemente il vivissimo peloso casalingo che esige di sapere quando potrà rubare la sua parte di colazione. Nel frattempo vuole essere considerato, guardato, accarezzato, coccolato, viziato.
Mi si accuccia in grembo dopo un paio di giravolte, mi guarda da sotto in su con la solita espressione falsamente candida e innocente, mi appoggia le zampe sul braccio come fosse una ringhiera affacciata sul cortile e si sistema come piace a lui. A lui, appunto, perché ora il reader deve passare nell’altra mano visto che il braccio destro è bloccato dal nuovo ospite.
Ma è a quel punto che mi viene in mente una cosa: non so spiegare bene la sensazione, ma sento che è qualcosa di importante, non di vitale importanza, non ne va della mia esistenza e persino i destini della nazione sono salvi, ma so che è qualcosa di determinante per la riuscita della mattinata, almeno. Ecco, c’entra con la colazione. Eppure credo di avere preparato tutto. Sono in soggiorno, ma faccio mente locale e rivedo i gesti, gli oggetti, gli ingredienti. È tutto pronto in cucina sul tavolo, devo solo aspettare che bolla l’acqua per poi versarla…che bolla l’acqua per il tè…che bolla l’acqua…l’acqua…
Mi alzo. Rossini brontola e mi dice cose che non voglio capire. Entro in cucina, guardo i fornelli e mi coglie un senso di desolazione. Non c’è nulla. Il bollitore è al suo posto sullo sgocciolatoio e né io né altri ha pensato di riempirlo d’acqua e metterlo a scaldare sul fuoco affinché si potesse preparare l’infuso di erbe, frutti e spezie, meglio conosciuto col nome appetibile di tè aromatizzato, agli agrumi nel caso specifico. Giurerei di aver visto Rossini scuotere la testa sconsolato, mentre si dirigeva verso il divano.
Ho messo le tende fucsia alle finestre, ma il grigio del 16 gennaio penetra da ogni fessura e colma soggiorno e cucina sbiadendo i contorni e facendo diventare ogni cosa più piccola e meno importante.

MahIl problema non è che le feste portino sfiga, ma sicuramente la sfiga si appiccica alle feste. Se vi capita un qualsiasi accidente il 16 febbraio o il 22 settembre, a meno che non sia il vostro compleanno, rimarrà relegato nel novero delle centinaia di guai che nella vita media di ognuno accadono normalmente. Ma se solo vi rompete una costola il 25 dicembre o un virus viene a sfidare il vostro sistema immunitario a Pasqua, vi rimarrà scolpito nella vita per sempre. Lo racconterete a più riprese ad amici, parenti e discendenti (“sapete, mi ricordo che era il Natale del ’92 quando scivolai sul tappetino davanti al lavello in cucina e ci mancò poco che restassi paralizzato…) con narrazioni lunghissime e dettagliate – prologhi, antefatti, epiloghi, esegesi – e, a un certo punto, con l’età che avanza, piene di lacune ricolme di ricordi immaginati, con gli astanti che si scambieranno occhiate di comprensione e compatimento, perché sarà la decima volta che sentono quella storia sempre più romanzata. Insomma, le feste sono insidiose, scivolose, appiccicose e contagiose, perché contaminano anche i giorni attigui. Mio padre, ad esempio, è morto il giorno successivo al mio compleanno, che, tra l’altro, è già festa di suo, perciò potete immaginare ogni volta quale sia il retropensiero che mi insegue, oltre a quello di un altro anno trascorso sul quale riflettere e trarne un rischiosissimo bilancio. Anche il giorno del mio onomastico è legato al lutto della mia gattina di tre anni che feci sopprimere per non vederla morire di fame e sete, dato che aveva smesso di nutrirsi spontaneamente. Rovinata anche quella festa (festa per modo di dire, perché non se la ricorda quasi nessuno, ma io sì). Per non parlare delle liti che inevitabilmente scoppiano a tavola e dintorni tra parenti e affini i quali, complici due bicchieri di troppo, rivalità mai sopite e coniugi dotati di memoria elefantiaca, trovano modo di rinfacciarsi dissapori risalenti alle guerre puniche e di infimo conto, ma ingigantiti dal tempo e dalla lente deformante dell’evento festivo ad alta gradazione spirituale (nel senso di alcolica). Per prevenire conflitti le forze diplomatiche familiari inventano tattiche logistiche degne di Yalta, ma altrettanto deleterie, tanto da ripromettersi che quella è l’ultima volta, che l’anno prossimo ognuno se ne starà a casa sua e chi vorrà sfogarsi potrà prendersela con i congiunti più prossimi o lanciando bottiglie di birra contro le finestre dei dirimpettai. Ma ogni anno la storia si ripete. Per quanto mi riguarda spero solo di uscirne vivo, ma sento una strana vibrazione, segno che qualcosa si sta preparando.

P.S. L’immagine che accompagna il post non c’entra nulla, ma l’ho trovata molto tempo fa da qualche parte, non sapevo mai dove metterla e qui mi sembrava il posto adatto. È sufficientemente sgradevole e idiota per descrivere la sensazione che mi accompagna.

Sabato mattina: si è deciso la sera prima di andare a fare la spesa. Mi alzo alle 8, perché devo finire di scrivere un pezzo un po’ lungo, risultato di una intervista in inglese ad un batterista americano simpatico, che mi racconta aneddoti divertenti, ma resta sempre un batterista, con tutto il rispetto, una categoria che non mi sviluppa un interesse maiuscolo come può fare un pianista o un bassista. Però la spesa è la spesa e bisogna farla.
Dopo un’ora di scrittura, quando è il momento di andare noto in Lei una certa resistenza all’assunzione di una postura verticale atta alla deambulazione fuori dalla porta con borse in mano. Così decido di uscire da solo per provvedere alla sussistenza.
Tornato a casa e, in procinto di preparare il pranzo, mi accorgo di non avere comprato la rucola. Lei la vorrebbe, ma dice che fa niente, pazienza, ne farà a meno, ma lo so, prima o poi verrà fuori che faccio la lista della spesa e poi non la leggo, indi esco, vado al super sotto casa, che di solito evito per via di un diverbio avuto con un cassiere tempo fa e poi perché ci sono sempre file bibliche, che quelle per la valle di Giosafatte impallidiscono al paragone. Miracolosamente trovo due persone con carrello più zeppo della giardinetta di mio padre quando da bambino partivamo per il mare, le quali, vedendomi col misero sacchetto della rucola in mano, hanno pietà e mi invitano a passare avanti. Un prodigio da non credere. Manca solo di scoprire alla cassa di essere il milionesimo cliente dell’anno e vincere la spesa gratis, la rucola appunto, e , invece, dato che ho fretta, incontro un’amica specializzata in bottoni che non vedo da qualche mese, e non per caso, che inizia un pippone sulla giunta Pisapia e sulla mancata cittadinanza al Dalai Lama. Non posso che darle ragione, ma la rucola mi brucia in mano e il sugo, ancorché a fuoco bassissimo, rischia di bruciare sui fornelli in cucina. Giunto sotto il mio portone saluto velocemente borbottando un mantra acconcio sul sindaco Pisapia e sparisco su per le scale: l’insalata per Lei è salva, così come la mia reputazione di provveditore alla spesa.
Pomeriggio: devo finire l’articolo. Lei esce, non ha voglia di stare in casa nonostante la temperatura tropicale esterna e la piacevole aria condizionata interna. Dopo dieci minuti il cellulare: “vieni, ci sono sconti, offerte, omaggi, ricchi premi e cotton fiocc, ti aspetto al secondo piano del negozio, poi scendiamo al primo dove c’è il reparto uomo”. “No guarda, vengo per farti compagnia, ma non compro niente, ho tutto, dalla giacca alla mutanda al calzino, non mi manca nulla. E poi il pezzo sul batterista lo scrivi tu.” Vado. Scelgo due vestiti con Lei, per Lei, paga Lei. Torniamo a casa entrambi soddisfatti. L’articolo lo finirò domenica mattina.
Sera: avrei voluto andare a vedere un Andrea Chenier in forma di concerto all’auditorium, bella musica in luogo fresco e accogliente. No, Lei vuole fare una sorpresa ad una sua allieva e andarla a vedere col suo gruppo ad Assago, all’aperto, al caldo-umido zanzaroso e appiccicoso. Va be’, Umberto Giordano può aspettare, non se la prenderà, ha l’eternità di fronte, meglio occuparsi dei vivi e volonterosi musicisti ancora in attività.
È notte: due chiacchiere a letto prima di dormire. Non sono di quelli che rinfacciano, detesto chi dice “ma io l’ho fatto per te” e odierei me stesso se lo dicessi, a meno di non farlo con malizia per scopi poco commendevoli. Per scherzare, però, mi viene da dire: “in fondo mi fai fare quello che vuoi.” E Lei: “ma tu fai solo quello che hai voglia di fare. Si sa.” “Ah, ecco…”