Category: Società


“Non riuscirei a intenerirmi così per un gatto”. Mi è stato detto ieri quando raccontavo della mia preoccupazione per gli interventi di sterilizzazione che Erik e Mimì dovevano subire. Non ho saputo cosa rispondere di civile a un’affermazione del genere. Eppure credo che sia una mentalità diffusa, almeno quanto quella secondo cui gli animali sono meglio degli uomini (e delle donne). Il modo in cui ci esprimiamo, quello che pensiamo e diciamo (non sempre le due cose coincidono e comunque spesso conviene che non lo siano) è dettato per lo più dall’esperienza personale, meno spesso da considerazioni di più ampio respiro. Mettersi nei panni degli altri, pensare che esistano sensibilità diverse dalle nostre è uno sforzo che costa troppa fatica per i tempi sbrigativi e individualistici che stiamo vivendo. Sembrare tenaci, nascondere le fragilità, respingere l’altro da noi, aggregarsi al branco dei “duri” ci fa sentire più solidi, aggrappati a un senso di appartenenza che ci impedisce di andare alla deriva, ma anche di riconoscerci negli occhi di chi non ci aspetteremmo essere simile a noi.
Con questo non voglio dire che chi non ama i gatti sia un mostro insensibile, gretto, arido, triste e tristo, destinato a una miserevole esistenza, ma chi li ama e li cura, chi dedica loro tempo e risorse, al limite dell’autolesionismo e del ricovero in psichiatria (o in ortopedia nei casi più estremi), chi si sente gatto tra i gatti e si fa riconoscere come tale, con le inevitabili eccezioni, certamente non lo è.

Gli anni Settanta e Ottanta sono stati segnati da due fenomeni differenti, ma curiosamente concomitanti: il terrorismo e la diffusione di massa degli stupefacenti. Io non so se vi siano relazioni tra queste due sciagure – c’è chi lo pensa e forse non a torto – ma è un fatto che siano dilagate nello stesso periodo.
Una volta erano Parco Lambro, Piazza Vetra, Giambellino e tanti altri giardinetti, strade, spiazzi, vicoli di Milano; oggi è il boschetto di Rogoredo, il Parco delle Groane, corso Como e chissà quanti altri posti che la cronaca dei quotidiani e dei notiziari radiotelevisivi non registrano.
Il terrorismo oggi non c’è in Italia, nemmeno quello islamico nel caso vi fosse sfuggito, nonostante qualche governante continui a evocarlo, ma gli stupefacenti sono tornati in gran quantità, ammesso che fossero mai spariti. Tuttavia, a parte qualche periodico servizio giornalistico, più di colore che di sostanza (mostrare ragazzi male in arnese che fumano, si iniettano, sniffano eroina è solo nauseante voyerismo) la questione non pare essere nelle agende politiche. Eppure una volta l’allarme sociale era altissimo. Si facevano campagne pubblicitarie con grandi manifesti che ingannavano i giovani dicendo loro “la droga ti spegne”, ma dimenticando di avvertirli che prima li avrebbe accesi e che l’euforia iniziale si sarebbe presto esaurita (naturalmente parlo di droghe ingestibili): quindi un’informazione reticente e ingannevole. Inoltre sembravano campagne dettate più dal flaccido moralismo democristiano, che da una lucida e laica consapevolezza della perdita di un paio di generazioni. Del resto, la conferma arrivò con la l’epidemia di AIDS, durante la quale il ministro della Sanità Carlo Donat Cattin non escogitò niente di meglio che consigliare i giovani di non drogarsi e di non fare sesso per arginare il contagio. Comunque se ne parlava – di droga, molto meno di AIDS – si illustravano i drammi e le tragedie familiari nei programmi radiotelevisivi (vi ricordate le polemiche su Muccioli, San Patrignano e le comunità che sorgevano come funghi in ogni parte d’Italia?), si pubblicavano articoli e libri più o meno credibili, si girava anche qualche film. Poi la droga sparì, almeno dalla scena pubblica. A parte qualche servizio sull’ecstasy, fenomeno limitato alle discoteche, i giovani sembravano essere diventati tutti probi e virtuosi.
Perché oggi la droga non fa notizia? Come mai i politici non usano il fenomeno per i propri fini più o meno elettoralistici? Ci sono un paio di differenze rispetto a trenta-quarant’anni fa: allora l’eroina costava tantissimo (ancora di più la cocaina rispetto agli effetti di sballo ottenuti, tanto che era considerata droga d’elite) e, anche se procurarsela era relativamente semplice, considerata la diffusione capillare in ogni zona della città, il denaro necessario era tanto. Per dei ragazzi che magari andavano ancora a scuola o, comunque, se lavoravano, non avevano stipendi principeschi, questo significava sostanzialmente rubare. Ed ecco la seconda differenza: l’allarme sociale provocato da furti, scippi, rapine e crimini vari per raccogliere il denaro utile al quantitativo quotidiano di eroina, era intollerabile. Non passava giorno senza che i giornali ci segnalassero anziani trascinati da motorini in fuga dopo lo scippo della pensione o ragazze a cui un “tossico” aveva strappato dal collo la catenina d’oro. Oggi tutto questo sembra svanito, evaporato, invisibile. Si racconta di giovani che raccolgono il denaro per la dose quotidiana semplicemente elemosinando monete in centro, dato che i costi sarebbero crollati. Uso il condizionale, perché non mi fido moltissimo dell’informazione mainstream e non ho fatto ricerche personali sul campo, ma è un dato di fatto che la componente criminale dei consumatori sia quasi assente. Se una volta lo sterminio generazionale si consumava, in un modo o nell’altro, strumentalmente o meno, davanti alle telecamere, oggi è subdolo, sotterraneo, silenzioso, ma altrettanto micidiale. I giovani muoiono nell’indifferenza (non importa se smettono di respirare, ma muoiono comunque) e l’ordine pubblico non è minimamente scalfito. L’importante è andarsene senza disturbare.

— Firmi qui.
— Dove?
— Qui.
— Ma non c’è niente qui.
— Lì
— Qui o lì?
— Lì.
— Ha una penna?
— Usi questo.
— Cos’è?
— Firmi.
— Dia qui.
— No, lo tengo io.
— Ma non riesco.
— Ok, lo tenga lei, ma non lo faccia cadere.
— Sono mica stupido.
— Attento che cade!
— Ma è legato a sinistra, sarò stupido, ma non sono mancino.
— È fatto così.
—Be’, è fatto male. Chi l’ha inventato pensava che il mondo fosse mancino? È la mela di Odessa?
— Cosa ne so.
— Se è legato a sinistra e lo uso per firmare con la destra, il cordino mi intralcia.
— E io cosa ci posso fare.
— L’ha provato?
— Boh…
— Non si ricorda se ha firmato con questo affare? Cos’è? Ha vent’anni e ha già l’Alzheimer?
— Ecco a lei. Grazie e buona giornata.
— Lo sarà sicuramente.
Abbiamo impiegato secoli per imparare a scrivere evitando di spennare oche, rovesciare calamai, stantuffare inchiostro e spremere cartucce nelle stilografiche, per arrivare a Laszlo Biro con la sua ingegnosa invenzione. Mill’anni di progresso e torniamo allo stilo e alla tavoletta di cera?
Hanno cominciato i fattorini, poi i postini, adesso i supermercati. Ci fanno firmare su uno schermo liscio e scivoloso con un punteruolo che non fa presa, sospesi nel vuoto, in assenza di gravità e attrito, in uno spazio ridotto giallo-verde, che solo a vederlo viene il vomito; e la nostra firma è ridotta a uno scarabocchio illeggibile che pare scritto da ubriachi con la mano sbagliata. Ma perché? A che pro? Non riconoscerò mai quella firma, non potrà mai essere la mia, sarà di chiunque abbia fatto un acquisto con la mia carta di credito e il mio nome. Che validità potrà avere?
Poi vai in banca e ti dicono che la firma sull’assegno che hai emesso non corrisponde a quella depositata. Dovrebbe vedere quella che ho emesso alla coop. Sembrava che mi fossi cacciato in bocca una penna e avessi tentato di disegnare un cavallo.
Che progresso è quello che imbruttisce la vita? Così risparmiamo carta? Ottimo, ma rendiamo le persone irriconoscibili, l’identità scompare, ridotti a numeri, codici, algoritmi, scarabocchi. Il futuro è uno sgorbio. Firmato.

– Tornare bambini? Non se ne parla.
– Ma la spensieratezza dell’infanzia, i giochi, la scoperta del mondo?
– Ma quale spensieratezza! L’infanzia è un casino, un incubo, sempre a fare quello che ti dicono gli altri e se non lo fai sono strilli e botte.
– Ma la tenerezza di mamma e papà?
– Sì, che quando gli fa comodo ti dicono “ormai sei un ometto” e quando li scocci con troppe domande ti rispondono che “sei troppo piccolo per capire”.
– Va be’, ma ci sono anche momenti sereni: le vacanze!
– Come no? Fai questo, non fare quello, vieni qui, vai là, non bagnarti, asciugati, prendi freddo, fa troppo caldo: i genitori sono isterici, non sanno neppure loro quello che vogliono. E i compiti delle vacanze? Fatti all’ultimo giorno? Una spada di Damocle che incombe per tre mesi e ti rovina tutto il piacere.
– Però i genitori ti proteggono dai pericoli del mondo.
– Giusto ieri ho visto un papà che se la prendeva con la figlioletta di quattro anni, perché aveva perso una scarpina, finita sotto le gradinate del palasport. Dovevi vederlo. Un isterico che dava fuori di matto. Ci mancava che alzasse le mani. Mi sarei alzato io. Certa gente non dovrebbe nemmeno pensare di avere figli. Farebbe già danno solo così.
– Però ci nutrono e non ci fanno mancare niente.
– Belle schifezze quelle che ci fanno mangiare. Per non parlare dei vestiti ridicoli che ci fanno indossare.
– Insomma, ma che infanzia hai avuto?
– Ottima, credo, non peggiore di quella di tanti altri.
– E allora cosa c’è che non va nel ritornare bambini?
– Ma scherzi? Ricominciare tutto da capo? Hai idea di quanto abbiamo impiegato a diventare grandi? Lo attendevamo da quando siamo coscienti e tu vorresti tornare indietro? Quando sei piccolo il tempo non passa mai, sei sempre piccolo, misuri la crescita centimetro dopo centimetro contro il muro, lo segni con la biro ogni giorno.
– D’accordo, ma quando sei grande il tempo passa più veloce.
– E allora? Però, se non sei un demente, sei cosciente del trascorrere dei minuti, delle ore, degli anni, ma da bambino hai un’idea del tempo che si avvicina molto all’eternità. Quando ero piccolo calcolavo gli anni che avrei avuto nel 2000 e mi sembrava un tempo irraggiungibile, se non quando le macchine avrebbero volato e i marziani sarebbero atterrati sul nostro pianeta e avremmo comunicato con loro con dei bip e delle vibrazioni. Invece siamo nel 2017, i marziani non ci sono e i bip e le vibrazioni sono quelle dei cellulari. Da bambino sei illuso, ingenuo, piccolo e anche un po’ malvagio. Da grande, con le stesse qualità passi per sognatore e visionario. Vuoi mettere? Rischi di diventare un leader, un capo carismatico, puoi anche fondare una nuova religione e fare un sacco di soldi. Basta annunciare un evento, fornire una data sufficientemente lontana da concederti il tempo di raccogliere fondi, goderteli, lasciarli in eredità a qualcuno che si è preso cura di te negli ultimi anni e sei sistemato. Altro che tornare bambini. L’infanzia è la pena preventiva che si sconta per diventare grandi. Poi, sta a te giocarti la libertà.
– Bella roba. Sarà, ma a me di diventare grande non è piaciuto molto.
– Ti piaccia o non ti piaccia lo si diventa e non ci si può fare niente. Ciao, ora devo andare, se faccio tardi poi mi mettono in castigo.
– Ci vediamo domani ai giardinetti?
– Sì, ricordati di portare le biglie, però, perché non ho voglia di prestarti sempre le mie.
– Ma se mi freghi sempre le figu quando giochiamo a muretto.
– Ma sei tu che sei un pollo.
– Sì sì, ciao.
– Ciao.

All’ufficio postale, dopo mezz’ora di fila poiché chi era giunto allo sportello prima di me sembrava dovesse spedire l’Archivio di Stato in Tasmania, finalmente mi paro davanti all’agognato impiegato col mio pacchetto da spedire in contrassegno. Gli spiego cosa voglio e lui mi guarda smarrito. Faccio mente locale: sono qui, all’ufficio postale, non mi sarò sbagliato? Non sarò entrato per errore alla ASL? No, l’arredamento è quello, mi guardo intorno e vedo pacchetti, lettere, bollettini di conto corrente, cd di Ramazzotti, pubblicità di condizionatori d’aria, gite in mongolfiera, viaggi in Kazakistan (in Posta si vende di tutto, oggi) e le tabelle dei giorni in cui si ritira la pensione, così i ladri possono rapinare i vecchietti in ordine alfabetico. Sono in posta, indubbiamente. Allora perché l’impiegato mi guarda come se gli avessi chiesto di prenotare un esame proctologico? Mi allunga un modulino e scompare. Guardo il modulo. Non trovo lo spazio per il numero dell’assicurato e neppure quello per indicare quale tipo di esame prenotare, ma le familiari righe tratteggiate per destinatario, mittente e le caselline da barrare dei servizi accessori. Ma sì, è un modulo per raccomandate! Siamo sulla strada giusta. Ma l’impiegato non torna. Passano i minuti, la gente dietro di me prende a rumoreggiare: c’è chi evoca il malgoverno, la privatizzazione delle poste, i sindacati, gli impiegati fannulloni, il “si stava meglio quando si stava peggio”, “è tutto un magna magna”, “io ho fatto la guerra, “e io la resistenza”, “sì, dentro la lampadina”, “e come si permette”, “e i ragazzi di Salò”, “e quelli di Reggio Emilia”, “e mio nonno è stato ferito sul Carso” “e il mio sul sedere” e via delirando. Per forza, mi hanno visto con un pacchettino in mano, hanno sentito che lo spedisco contrassegno, hanno pensato:se non è un trucco e, oltre al pacchettino, non ha nascosto in tasca anche un mazzo di raccomandate spesso come le pagine gialle, in due minuti questo se la cava. E invece no. I minuti trascorrono, si moltiplicano, aumentano in modo esponenziale. Quando stiamo per arrivare al tempo di cottura dell’uovo sodo, mentre alle mie spalle le rievocazioni storiche sono già arrivate all’Alleanza del Nord di Annibale contro Roma Ladrona, ecco tornare l’impiegato: è pallido, ancora più smarrito, una piega gli torce la bocca verso il basso, gli occhi non hanno il coraggio di fissarmi, non sa come dirmelo. Io cerco di fargli coraggio, che tutto si risolve, in fondo non sarà questa tragedia, la vita va presa con filosofia, se sua moglie è scappata con il vicino turco, che l’ha portata nella sua villa scavata nella roccia nella valle pietrificata di Gòreme, significa che non lo meritava e si pentirà amaramente di avere abbandonato la magione di viale Fulvio Testi. Ma niente, leggo la disperazione nei suoi occhi. Alla fine noto che muove la bocca come per articolare delle parole che faticano ad uscire. Il tentativo non produce suono, l’aria non vibra, nessuno riesce a sentire ciò che corrisponde alla terribile verità che sta per essere rivelata. Vedo che l’impiegato riprova, ce la mette tutta, le vene gli pulsano sulle tempie, appoggia le mani sul bancone, si infilza una graffetta contorta nel palmo, ma non sente dolore, non esce neppure sangue, è persino in grado di controllarne volontariamente la coagulazione tanto è consapevole di se stesso e del proprio corpo. Finalmente il settimo sigillo è spezzato ed è la rivelazione: “abbiamo esaurito i foglietti per la spedizione contrassegno”. Come esauriti? “Sì, non ne abbiamo più, sono finiti, non ce ne siamo accorti e non ce ne sono più. Deve andare in un altro ufficio postale a spedire il pacchetto. Prenda pure il modulo delle raccomandate, quello lo può tenere.” La situazione è talmente paradossale, grottesca, che non riesco ad arrabbiarmi. Mi viene da ridere. Un po’ istericamente, ma rido. Esco, tra gli sguardi indifferenti della gente col mio modulino in mano, mentre un paio di tizi inveiscono reciprocamente citando nomi come Neanderthal e Cro-Magnon. Inforco la bicicletta e mi reco un paio di chilometri più in là, all’altro ufficio postale, dove la fornitura di “foglietti” è adeguata alla richiesta e il mio pacchetto contrassegno finalmente parte. Rifletto sugli eventi e penso che devo comprare un etto di crudo. Non è che il salumiere mi dirà che gli si è rotta l’affettatrice e mi proporrà di vendermi il pezzo di prosciutto intero, invitandomi a farmelo affettare da un altro salumiere?

In una vecchio volume di Vita Meravigliosa (non avete idea di cosa sia? fa niente) ho trovato un mio compito in classe di matematica di seconda media. Voto: 5 1/2. Ora, ditemi voi cosa me ne importava di scoprire quanti gradi misuravano gli angoli di un triangolo totalmente immaginato dall’insegnante, in un mondo in cui la geometria euclidea non ha alcun riscontro reale. E poi si lamentano se i giovani vanno in cerca di altre dimensioni irreali. Se sono loro a scuola a farci credere che esistono triangoli di due dimensioni, cosa ci impedisce di immaginarci realtà a 4, 5 o più dimensioni, dove tempo e spazio si accartocciano e si incrociano con forza e pensiero, dando vita a mondi che neanche riesco a descrivere, ma immagino come dei pacchi regalo che quando li apri ti ingoiano e ti spediscono in altri pacchi aperti da altri malcapitati in un incrocio di dimensioni, incontri, saluti veloci alla famiglia e auguri di buone vacanze. Quelle di cui avrei bisogno urgentemente.