Come tutti i contribuenti, tranne la fetta “evasiva”, eccomi alle prese con la dichiarazione dei redditi. Dato che con i numeri, le percentuali, le deduzioni e le detrazioni, gli scaglioni, le quote eccedenti, quelle con le ali (aliquote, ah ah ah!) e quelle ammortizzabili vado poco d’accordo, mi faccio aiutare da un bel CAF, acronimo che una volta stava per comitato anti-fascista e oggi per Centro Assistenza Fiscale (come cambiano i tempi nell’era Padoa-Vischioppa-Tremonti!). Sento la pubblicità di quello associato al sindacato più diffuso d’Italia (no, non è ancora quello padano, ma tra non molto…) e decido di affidarmi alla sua sapienza e competenza. Anzi, per meglio approcciare il busillis, mi ci iscrivo (al sindacato, non al CAF), poiché, come socio, ritengo di poter usufruire di un miglior servizio. La fine del mese è vicina, raccolgo tutti i documenti utili e chiamo il magico numero verdognolo (non è esattamente verde, non è gratuito, è un 848 a tariffa fissa) e dopo soli due tentativi mi risponde la gentile voce di Simone, che mi chiede in cosa mi può aiutare, il tipico modo anglosassone, mutuato dall’ “how can I help you?”, che ha sostituito il più asettico: desideraaaa?, che fa tanto Bice Valori al centralino della RAI di Canzonissima. Gli spiego l’esigenza di fissare un appuntamento per compiere il mio dovere di onesto cittadino, felice di contribuire con le sue poche risorse al benessere del Paese e garantire l’erogazione dei servizi utili alla collettività. Non lo espongo proprio in questi termini, ma lui è intuitivo e capisce, verifica l’agenda e mi fissa un appuntamento per il 3 luglio. Ora, io non sono informatissimo sulle scadenze, ma ho un vago ricordo relativo alla fine di maggio o i primi di giugno e mi pare che la data propostami sia un tantino in là nel tempo. Espresse le mie perplessità, il cortese Simone mi spiega che, se presentata attraverso il CAF o intermediario autorizzato, la dichiarazione può essere consegnata entro il 31 luglio. Rassicurato sulla scadenza, accolgo con esultanza la data del 3 luglio, nel pomeriggio alle 16:30 (ne prendo nota immediatamente in agenda, è un giovedì, giorno fausto per il pagamento delle tasse, a ridosso del weekend, durante il quale ci si potrà distrarre dal salasso appena conseguito) e ringrazio per prontezza, precisione ed efficienza il buon Simone. Tuttavia, non so perché, sento che c’è qualcosa di strano, un tarlo che comincia a rodere, perché è stato tutto troppo facile. Vado sul sito del CAF e controllo le scadenze: è vero, per la presentazione della dichiarazione c’è tempo sino al 31 luglio, ma per i pagamenti il termine è il 16 giugno, una data sensibilmente anteriore. Ma come faccio a sapere se devo pagare un conguaglio rispetto ai contributi già versati se l’esperto non me lo dice? E come faccio a versarli entro il 16 giugno se l’esperto me lo comunica dopo il 3 luglio? Rischio di diventare “evasivo” anch’io. La faccenda non mi piace e richiamo il numero verdognolo: le possibilità di parlare ancora col gentile Simone sono pari al numero di volte in cui un politico colto con le mani nella marmellata abbia ammesso le proprie responsabilità senza accampare scuse e giustificazioni e, infatti, mi risponde la cortese Alessandra, alla quale confido tutti i miei dubbi. Lei comprende e con rassegnazione mi informa che la convenzione con il sindacato prevede di assumere incarichi solo dopo il 18 giugno. “Ma così significa pagare inevitabilmente in ritardo e incorrere nella mora!” – le ribatto. “Sì – mi risponde, aggiungendo che la mora è del quattro per mille sul dovuto. Mi consiglia di chiamare direttamente il sindacato per chiarimenti, fornendomi il numero diretto. Lo faccio e risulta sempre occupato. Allora chiamo il centralino, che mi conferma l’esattezza del numero, ma aggiunge anche che se risulta occupato a me, la chiamata dall’interno darà lo stesso esito. E, infatti, il telefono è libero. Mi risponde una signora dal fare serio e compunto. Anche a lei confido il mio travaglio. Ricevo la risposta che prevedevo e che non mi piace: è così e non ci si può fare niente.
“Ma quando mi sono iscritto al sindacato mi avete detto che avrei avuto a disposizione una serie di servizi di consulenza, non che avrei pagato le tasse in ritardo, questo non c’è scritto sul libretto che mi avete consegnato e non lo dite neppure negli spot pubblicitari che mandate in onda nelle radio nazionali!”
“Ha ragione – mi risponde – se vuole le do il numero del nostro ufficio legale.”
“E cosa me ne faccio? Non voglio mica farvi causa, sto semplicemente lamentando un disservizio che lei mi conferma insito nel servizio stesso: in altre parole una fregatura.”
“No, il fatto è che parlando con l’ufficio legale potrebbe farsi rifondere la mora, non sarebbe la prima volta.”
“Non è questo il punto. La rifondono a me che telefono e non ad un altro che per motivi suoi non chiama. Ma che sistema è? E poi, per colpa vostra passo per uno che paga le tasse in ritardo e questo è un danno che non mi potete rifondere.”
“Mi spiace…”
“Anche a me, buongiorno.”
Mentre metto giù la cornetta sento chiaramente la mia interlocutrice parlare con un collega e dire qualcosa del tipo: “ora chiamo il capo, perché non è possibile che ci dobbiamo beccare i cazziatoni degli iscritti a causa della loro disorganizzazione…”
Se il rapporto cittadino-fisco non è mai stato dei più felici, questo è il modo migliore per affossarlo defintivamente.