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Assemblea al Cati Ipsos di via Temperanza a Milano. Alle 16,30 è già iniziata. Il sindacalista sta parlando e illustrando la situazione. Non è chiara, nemmeno a lui, per sua stessa ammissione.
Da quando il gruppo francese Ipsos ha acquisito l’inglese Synovate è diventato il terzo soggetto nel mondo per le ricerche di mercato. Ma si sa, le acquisizioni non sono indolori e di morti sul campo ne lasciano parecchi, a tutti i livelli, a cominciare dai dirigenziali: di solito sono le prime teste a saltare e poi a scalare fino ai livelli più bassi, quelli con meno tutele.
L’ipotesi che il Cati di Milano chiuda lasciando a casa un paio di centinaia di persone gira da un po’ e il fatto che a febbraio di quest’anno non abbiano rinnovato il contratto ad una trentina di lavoratori freschi di contratto a progetto e agli altri fortunati, sia stato prorogato per un semestre di cinque mesi (!!!) fino al 30 giugno, qualcosa doveva suggerire. Non solo: da mesi il lavoro è sempre più scarso, i sondaggi politici, nonostante le amministrative imminenti, si sono fatti sempre più radi — chissà se per mancanza effettiva di commesse o perché venivano dirottati al Cati di Bari, appena acquisito con l’affare Synovate e più economico per l’azienda — svuotando di fatto di importanza il centro milanese.
Eppure nessuno avvertiva il pericolo. Si è arrivati ad un mese e mezzo dalla scadenza del contratto per decidere di attivarsi e affrontare la situazione. Ma quale situazione? Visto l’atteggiamento sibillino dell’azienda, che dice e non dice, paventa la serrata, ma parla di input e non di diktat da parte di Parigi, le interpretazioni sono tutte legittimate: da chi parla di delocalizzazione totale a chi ipotizza solo una riduzione del personale, ma a quel punto si apre l’immenso, doloroso e conflittuale problema del criterio di selezione, con tutto ciò che comporta in termini di compattezza della lotta per il posto di lavoro.
Alla fine, dopo breve dibattito (il tempo per relazione, discussione e votazione è di un’ora soltanto) si proclama lo sciopero. Inizialmente di un’ora per turno, poi, dopo vivace contestazione, di quattro ore per turno con acclamazione finale.
Non finisce qui: la modalità dello sciopero è oggetto di ulteriore discussione informale post assemblea. Alla fine si decide per il presidio all’ingresso di via Temperanza 6 per tutto il giorno.
Ora, è chiaro che non si tratta di un fatto privato, tanto più in quanto Ipsos ha un’esposizione mediatica notevole. Il timore di qualcuno è che la notizia venga data in pasto alla stampa di destra e possa essere usata per screditare Nando Pagnoncelli (per oscuri motivi l’Ipsos è considerata di sinistra, il che la dice lunga sull’affidabilità dei sondaggi se ci sono agenzie di destra e di sinistra), ma se si vuole tenere riservata la cosa non si opta per un presidio stradale. Inoltre, chi non vuole la divulgazione della notizia ha qualche problema con la libertà di stampa e con la democrazia: chi decide quali notizie possono pubblicare i giornali di destra e quali i giornali di sinistra?
Di contro, strani corvi interni volano in tondo sopra questa situazione lanciando accuse nascondendosi dietro l’anonimato o nomi fittizi. Sono vigliaccate che avvelenano il clima e non fanno bene ai lavoratori.
A parte questi dettagli, lunedì 14 per tutto il giorno sarà astensione dal lavoro all’Ipsos e l’invito è quello di presentarsi al lavoro al proprio turno e, compatibilmente con le proprie forze, restare fuori tutto il tempo del turno. Per qualcuno l’essenziale è bloccare la produzione, ma esiste anche una forma nello sciopero e questa è esercitata dai lavoratori con la loro attiva partecipazione. Bisogna esserci, non starsene a casa perché c’è sciopero. Non siamo a scuola, non si scherza col lavoro. Non si scherza con la vita della gente.

È la seconda volta che il CAF CGIL mi frega: la prima, l’anno scorso, si era meritata un circostanziato e ironico post, ma stavolta sono veramente incazzato. Non solo il sistema per fissare un appuntamento è complicato e scomodo per l’utente (bisogna passare da un centralino con numero verde che prende gli appuntamenti dove vuole lui, ma poi graziosamente ti spedisce via posta elettronica l’elenco dei documenti occorrenti e ti ricorda con sms l’imminenza dell’appuntamento), ma dopo avere perso mezzo pomeriggio per recarmi a Sesto San Giovanni (da Milano e sotto la pioggia), mi dicono che la consulenza era solo per i modelli 730 precompilati (cado dalle nuvole!), mentre quelli “in assistenza” (ricado dalle nuvole) li fanno domani mattina, come se io fossi un nullafacente che ha a disposizione ogni ora del giorno e della notte per compilare la dichiarazione dei redditi. Sarà che quella era la sede dello SPI, il sindacato dei pensionati della CGIL e sono abituati ad avere a che fare con anziani che, per loro fortuna, probabilmente hanno smesso di lavorare e hanno più tempo a disposizione, ma li ho mandati cordialmente sulla forca. Sono andato dalla concorrenza, dove già mi era recato l’anno scorso: il CAF della UIL sotto casa, che, senza appuntamento, domani mi compila il 730. Se il sindacato di Epifani spendesse meno soldi per fare pubblicità su radio, televisioni, giornali, affissioni e migliorasse il servizio incrementando il personale, sarebbe meglio per tutti.

Avete mai fatto caso con quanto orgoglio taluni individui si vantano di non avere tessere di partito o sindacali in tasca, per avvalorare la loro indipendenza di giudizio e trasparenza? Come se appartenere ad una organizzazione partitica o sindacale fosse un’onta, una vergogna, una macchia da nascondere. Vorrei rammentare a costoro che nei paesi dove non ci sono partiti e sindacati o, magari, ce n’è solo uno, l’indipendenza di giudizio e la trasparenza sono messi a dura prova, soprattutto ai danni di chi non ha in tasca la tessera giusta. La democrazia vive della libertà di associazione politica e sindacale, altrimenti è una dittatura. Preferisco parlare e discutere con una persona che dichiara pubblicamente la propria appartenenza politica o sindacale, in modo da sapere da che presupposti parte o per conto di chi parla, quale modello sociale ha in mente e quali sono grosso modo le sue idee. Guardo con più sospetto a chi si dichiara indipendente e parla in modo fumoso, facendo capire e non capire, usando metafore complicate e linguaggi tecnici quando si rivolge consapevolmente ad una platea di non addetti ai lavori. Ancor più sono diffidente nei confronti di chi possiede tessere di organizzazioni segrete e, quindi, cerca di non pubblicizzarne l’appartenenza, anche se vanta indipendenza e libertà d’opinione. E d’affari. Sciocco è chi guarda il dito e non la luna, ma  saggio è chi guarda luna, dito e proprietario del dito.

Come tutti i contribuenti, tranne la fetta “evasiva”, eccomi alle prese con la dichiarazione dei redditi. Dato che con i numeri, le percentuali, le deduzioni e le detrazioni, gli scaglioni, le quote eccedenti, quelle con le ali (aliquote, ah ah ah!) e quelle ammortizzabili vado poco d’accordo, mi faccio aiutare da un bel CAF, acronimo che una volta stava per comitato anti-fascista e oggi per Centro Assistenza Fiscale (come cambiano i tempi nell’era Padoa-Vischioppa-Tremonti!). Sento la pubblicità di quello associato al sindacato più diffuso d’Italia (no, non è ancora quello padano, ma tra non molto…) e decido di affidarmi alla sua sapienza e competenza. Anzi, per meglio approcciare il busillis, mi ci iscrivo (al sindacato, non al CAF), poiché, come socio, ritengo di poter usufruire di un miglior servizio. La fine del mese è vicina, raccolgo tutti i documenti utili e chiamo il magico numero verdognolo (non è esattamente verde, non è gratuito, è un 848 a tariffa fissa) e dopo soli due tentativi mi risponde la gentile voce di Simone, che mi chiede in cosa mi può aiutare, il tipico modo anglosassone, mutuato dall’ “how can I help you?”, che ha sostituito il più asettico: desideraaaa?, che fa tanto Bice Valori al centralino della RAI di Canzonissima. Gli spiego l’esigenza di fissare un appuntamento per compiere il mio dovere di onesto cittadino, felice di contribuire con le sue poche risorse al benessere del Paese e garantire l’erogazione dei servizi utili alla collettività. Non lo espongo proprio in questi termini, ma lui è intuitivo e capisce, verifica l’agenda e mi fissa un appuntamento per il 3 luglio. Ora, io non sono informatissimo sulle scadenze, ma ho un vago ricordo relativo alla fine di maggio o i primi di giugno e mi pare che la data propostami sia un tantino in là nel tempo. Espresse le mie perplessità, il cortese Simone mi spiega che, se presentata attraverso il CAF o intermediario autorizzato, la dichiarazione può essere consegnata entro il 31 luglio. Rassicurato sulla scadenza, accolgo con esultanza la data del 3 luglio, nel pomeriggio alle 16:30 (ne prendo nota immediatamente in agenda, è un giovedì, giorno fausto per il pagamento delle tasse, a ridosso del weekend, durante il quale ci si potrà distrarre dal salasso appena conseguito) e ringrazio per prontezza, precisione ed efficienza il buon Simone. Tuttavia, non so perché, sento che c’è qualcosa di strano, un tarlo che comincia a rodere, perché è stato tutto troppo facile. Vado sul sito del CAF e controllo le scadenze: è vero, per la presentazione della dichiarazione c’è tempo sino al 31 luglio, ma per i pagamenti il termine è il 16 giugno, una data sensibilmente anteriore. Ma come faccio a sapere se devo pagare un conguaglio rispetto ai contributi già versati se l’esperto non me lo dice? E come faccio a versarli entro il 16 giugno se l’esperto me lo comunica dopo il 3 luglio? Rischio di diventare “evasivo” anch’io. La faccenda non mi piace e richiamo il numero verdognolo: le possibilità di parlare ancora col gentile Simone sono pari al numero di volte in cui un politico colto con le mani nella marmellata abbia ammesso le proprie responsabilità senza accampare scuse e giustificazioni e, infatti, mi risponde la cortese Alessandra, alla quale confido tutti i miei dubbi. Lei comprende e con rassegnazione mi informa che la convenzione con il sindacato prevede di assumere incarichi solo dopo il 18 giugno. “Ma così significa pagare inevitabilmente in ritardo e incorrere nella mora!” – le ribatto. “Sì – mi risponde, aggiungendo che la mora è del quattro per mille sul dovuto. Mi consiglia di chiamare direttamente il sindacato per chiarimenti, fornendomi il numero diretto. Lo faccio e risulta sempre occupato. Allora chiamo il centralino, che mi conferma l’esattezza del numero, ma aggiunge anche che se risulta occupato a me, la chiamata dall’interno darà lo stesso esito. E, infatti, il telefono è libero. Mi risponde una signora dal fare serio e compunto. Anche a lei confido il mio travaglio. Ricevo la risposta che prevedevo e che non mi piace: è così e non ci si può fare niente.
“Ma quando mi sono iscritto al sindacato mi avete detto che avrei avuto a disposizione una serie di servizi di consulenza, non che avrei pagato le tasse in ritardo, questo non c’è scritto sul libretto che mi avete consegnato e non lo dite neppure negli spot pubblicitari che mandate in onda nelle radio nazionali!”
“Ha ragione – mi risponde – se vuole le do il numero del nostro ufficio legale.”
“E cosa me ne faccio? Non voglio mica farvi causa, sto semplicemente lamentando un disservizio che lei mi conferma insito nel servizio stesso: in altre parole una fregatura.”
“No, il fatto è che parlando con l’ufficio legale potrebbe farsi rifondere la mora, non sarebbe la prima volta.”
“Non è questo il punto. La rifondono a me che telefono e non ad un altro che per motivi suoi non chiama. Ma che sistema è? E poi, per colpa vostra passo per uno che paga le tasse in ritardo e questo è un danno che non mi potete rifondere.”
“Mi spiace…”
“Anche a me, buongiorno.”
Mentre metto giù la cornetta sento chiaramente la mia interlocutrice parlare con un collega e dire qualcosa del tipo: “ora chiamo il capo, perché non è possibile che ci dobbiamo beccare i cazziatoni degli iscritti a causa della loro disorganizzazione…”
Se il rapporto cittadino-fisco non è mai stato dei più felici, questo è il modo migliore per affossarlo defintivamente.