Category: Sport


Annunci

bandiera_italiana1sSolo 66 anni di 25 aprile e qualcuno ne è già stanco, qualcun altro non ricorda, c’è chi non sa, chi non vuole sapere, chi non gliene frega niente, ma gliene fregherebbe qualcosa se il 25 aprile non ci fosse, chi lo vorrebbe cancellare, sopprimere, cambiare, sostituire, rimpiazzare, magari con un 28 ottobre, un 20 aprile, un 11 settembre (quello del 1973) o qualche altra data nefasta. Invece no, il 25 aprile è talmente bello che consente a tutti di festeggiare, ma anche di non festeggiare, persino di chiudersi in casa a rimuginare come sarebbe meglio se non ci fosse stato il 25 aprile o il 25 luglio o l’8 settembre, ma persino il 4 novembre, il 5 maggio e le idi di marzo. Il 25 aprile è la giornata della Liberazione, ma anche della Libertà in senso assoluto, perché permette a chi non vuole sentirsi libero, di tenersi prigioniero, senza che alcuno lo obblighi a liberarsi. Libero anche di farsi visitare da uno psichiatra, che, in certi casi estremi, ha una sua utilità. Ma anche no. E tutto questo grazie al 25 aprile, che consente persino di godere delle proprie psicosi senza la necessità di campi di rieducazione, olio di ricino o psichiatria sperimentale. Per questo si festeggia il 25 aprile. E chi non ha voglia di scendere in piazza per ricordarlo, è libero di farlo, perché il 25 aprile lo rende libero. Il 25 aprile esiste ed esisterà a prescindere da chi lo festeggia. Per questo è una data talmente bella, preziosa, importante e magica, che non mi viene altro da scrivere, se non: lunga vita al 25 aprile!

locandina5È stata una serata gradevole, ma anche no, ma in fondo sì. In realtà la previsione iniziale è stata: non c’è nessuno, suoneremo per le sedie. Poi, improvvisamente si è palesata una tavolata di ventidue persone, tra le quali alcuni vip come Billy Costacurta e gentilissima signora (io sogno ancora Martina Colombari ricoperta di cioccolata, tipo Loacker, da Daniele Luttazzi in Satyricon) assieme ad alcuni amici e un’intera squadra di calcio. Si dà il caso che i pallonari avessero un’età media di otto anni, cosicché è bastato allontanarci pochi minuti dal palco per cambiarci e svolgere qualche funzione fisiologica – non necessariamente in quest’ordine – per trovare, al nostro ritorno, undici mini-vandali malintenzionati aggirarsi tra i nostri strumenti. Confesso che ho fatto molta fatica a trattenere l’erode che vive in me, mentre Giada tentava faticosamente di avviare un negoziato con Genserico junior e compagni. Il risultato temporaneo è stato di allontanare, almeno giù dal palco, i piccoli barbari, visto che i loro genitori sembravano piuttosto restii a legarli, com’era giusto, alle gambe del tavolo. E così è iniziata la serata, tra le urla belluine dei brevilinei dalle ginocchia sbucciate, mentre attorno ai tavoli imbanditi erano seminate tovagliette e tovaglioli di carta. Ad un certo punto qualcuno dei micro-lanzichenecchi ha pensato bene di sedersi e dondolarsi sui tavoli sotto il palco, regalandomi la tetra speranza che prima o poi  avrebbe lasciato gli incisivi sulle assi di legno. Speranza che si è avverata solo in parte, perché un tavolo si è effettivamente ribaltato, ma i giovanissimi selvaggi sono stati pronti a balzare giù senza danni, conservando denti e gengive. È stato quello il dramma, perché, rendendosi conto che, per esibirsi, un palcoscenico è ben più solido e stabile di un tavolo,  ecco che ce li siamo trovati tutti intorno: c’erano bambini che correvano, altri urlavano, altri ancora ballavano, urtando pericolosamente la mia tastiera; c’era chi spostava l’asta del microfono, costringendo Giada a mollare la chitarra per risistemarlo; uno si era fissato con me e, mentre suonavo, era convinto di poterlo fare anche lui, non sapendo di rischiare l’amputazione delle falangi a morsi. Alla fine, abbiamo deciso di chiudere il set, ormai un misto tra l’asilo d’infanzia e una bolgia infernale, mentre i pestiferi venivano recuperati da chi li aveva malauguratamente generati, qualcuno con espressione di scuse e comprensione nei nostri confronti, altri dotati di macchine fotografiche per immortalare orgogliosi le gesta dei loro eredi in istantanee che, spero, finiranno in qualche trattato di criminologia. Quando ormai sembrava chiusa la serata di un giovedì santo demoniaco in cui Milano pareva svuotata anzitempo, ecco apparire una compagnia di nostri amici venuti apposta a sentirci. Per loro siamo risaliti sul palco e in un clima finalmente civile abbiamo portato a termine lo spettacolo, dopo il quale, c’è stata anche una mini-session afterhour, dato che uno dei nostri amici è un pianista ed è bastato che uscissi un momento per caricare le mie cose in macchina, per  trovare Giada intonare Let It Be e Hey Jude con lui, fatto ancora più grave per lei, rollingstoniana convinta. Ma si sa, la donna è mobile ed in giro è pieno di mobilieri.
Due dati positivi: il locale è piuttosto bello, i gestori simpatici, la cucina buona e ci torneremo; inoltre, ho ritrovato un amico che non vedevo da più di trent’anni, Andy Gee ed è stato bello scoprire che non siamo cambiati molto.

È un po’ di giorni che ci penso. Mi hanno sempre detto che non bisogna discriminare chi non ha avuto la fortuna di una natura benigna, gli handicappati per intenderci, anzi, i diversamente abili, come vorrebbe il linguaggio corrente politicamente corretto, anche se non si capisce diversamente da chi o cosa. Ma sto divagando. Il problema è nato qualche giorno fa, quando il signor Antonio Monti, presidente dell’ Anisap (l’associazione che raggruppa gli ambulatori privati della Regione Emilia Romagna), ha proposto ai candidati sindaco di Bologna di sottoporsi ad un check up generale e, in nome della trasparenza, di rendere noti i risultati, perché gli elettori hanno dritto di sapere se stanno votando un candidato al ricovero, all’obitorio, un menomato fisico, psichico o un primo cittadino che corre i cento metri piani in meno di nove secondi o solleva dalla panca centotrenta chili, abbatte un toro con un pugno in testa o salta con l’asta più in alto di Bubka, attività in cui tutti i sindaci devono necessariamente eccellere. A parte il fatto che forse, ma sono maliziosissimo, il Monti spera che i check up vengano effettuati negli ambulatori privati che lui rappresenta (tanto poi li rimborsa la Regione), ma non è tanto questo il problema, piuttosto il fatto che la privacy tanto reclamata da più parti va a farsi benedire. Tra i dati sensibilissimi della persona ci sono proprio quelli relativi alla salute. Certo, uno può anche rifiutarsi di sottoporsi al test, mica è obbligatorio, ma con questo indurrebbe gli elettori a pensare che abbia qualcosa da nascondere. Non è un bel modo di condurre la campagna elettorale. Alcuni candidati, come il celebre professor Pasquino, a capo di una lista civica, con orgoglio e sprezzo del pericolo si è detto disposto a sottoporsi a qualsiasi visita (anche la più invasiva?) per dimostrare la propria salute di ferro. Anche il candidato del PD Del Bono non teme l’abbassalingua, lo stetoscopio, lo sfigmomanometro e qualsiasi sonda che voglia introdursi a scandagliare i più reconditi anfratti del suo organismo. Nemmeno il candidato Alfredo Cazzola indietreggia di fronte al camice bianco dell’analista e arriva ad azzardare l’ipotesi che l’ex sindaco Guazzaloca troverà il modo di aggirare il check up. Perché? Perché Guazzaloca fu colpito da un tumore anni fa, che lo costrinse ad abbandonare l´aula del Consiglio comunale per essere ricoverato in ospedale. L’ex primo cittadino, che si ripresenta candidato, ha liquidato l’idea del check up come spazzatura umana e politica, tuttavia non si sottrarrà alla visita, pur sottolineando il degrado morale di cui sarebbe il frutto questa iniziativa. Guazzaloca ha ragione. È un’idea che puzza di nazismo e di eugenetica.
Ma in che paese viviamo? Un sindaco diabetico è peggio o meglio di uno cieco? Un sindaco con l’epatite lavorerà più o meno di uno paraplegico? Un sindaco con tutti e quattro gli arti funzionanti, gli organo vitali in ordine, senza una punta di angina e che non conosca nemmeno l’acidità di stomaco sarà più votabile di un candidato col pace-maker? E i candidati che con entusiasmo si sono detti pronti a farsi visitare cos’hanno tra le orecchie al posto del cervello? Pigne, segatura, soppressata o truciolato? O una bella svastica?

kaka22_b1.jpg

V. RossiAnche il dott. Rossi Valentino è finito nel mirino del fisco. Forse mal consigliato, il campione di motociclismo, dopo avere trasferito la residenza, ma non il domicilio in Inghilterra, ha goduto, o pensato di poter godere, di un regime privilegiato che gli consentiva di dichiarare redditi irrisori sia in Italia, sia nel Regno Unito. Ma, evidentemente non è così e ora il fisco italiano gli contesta 60 milioni di euro di imposte non pagate. Sembra anche che i suoi commercialisti abbiano tentato di sviare i pedinamenti finanziari delle autorità attraverso società fittizie all’estero alle quali ricondurre i guadagni delle ricche sponsorizzazioni, che rappresentano una delle fonti di guadagno maggiori per il centauro. Ahiahiahi dott. Rossi, ha un cognome così comune in Italia che è cascato nel vizio più comune di molti italiani. C’era bisogno?