Category: Musica


Il blues è la radice. Il blues ha mostrato cos’è l’inferno, ha reso il nostro dolore universale, visibile, concreto e ci ha permesso di raccontarlo. È la nostra storia, l’identità del nostro popolo, che si è trasferita in ognuno, trasfigurata, ma riconoscibile. Ora sei tu quella radice, sei tu il testimone, non perdere il passato, altrimenti il presente non ha senso e il futuro sarà un mostro. (Blind Tomas Bonnet)

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notesMa passiamo al simpatico Fa: è la nota più attiva, lo dice la parola stessa, fa di tutto, qualsiasi genere musicale la ama, dal barocco al jazz, da Bach a Ellington, ma si adatta particolarmente al blues dove sta comodissima al pianoforte, sulla chitarra (magari con qualche accorgimento tecnico), i fiati la tollerano facilmente, l’armonica a bocca  si strofina su di lei che è un piacere. Sarà per questa sua disinvoltura  dovuta alla posizione centrale nell’ottava, che le altre note sparlano di lei, che va con tutti, coi Si bemolle, con i Re diminuiti quando non si sbronza di diesis, domina il luminoso Sol, ma si sottomette a quel perdigiorno del Mi bemolle, ama il Do, condivide il tritono col Si e, quando è stremata dalla frenetica attività, fa la s(i)esta con il La.
La luce che illumina la musica vien dal Sol, che si può suonare anche al buio. È una nota positiva che si adatta ad ogni situazione e ha una sonorità ricca e piena, anche quando si abbina al Si bemolle e si strugge in minore. Ne viene sempre fuori con destrezza, magari aggrappandosi a un Mi bemolle, volteggiando su un Do minore e un Fa diesis diminuito e tornando allegra e rubiconda. L’unica ombra è quando in tonalità bemolle si trascina dietro una valanga di alterazioni in chiave che le appesantiscono l’armatura. È una nota che già in tempi remoti e non sospetti guardava con fiducia al futuro (il Sol dell’avvenir) nonostante venga prima del La, che, sin dal nome, infonde un certo timore: quando si dice la nota La già si ripete due volte, come se fosse più importante delle altre. E lo è in effetti, visto che su quella si accordano gli strumenti e si fissa la frequenza fondamentale su cui si baseranno tutti i suoni. È la nota del diapason, infatti, storicamente volubile, ma tendente col tempo a rendersi sempre più tesa e acuta, mai un momento di relax. La notazione anglosassone, poi, che assegna alle note lettere dell’alfabeto, l’ha posta al primo gradino della scala con la lettera A, gonfiando ancor di più il suo orgoglio già abnorme: se esiste una nota Alfa, quella è il La. Anche per questo si rende antipatica. In tonalità minore, invece, diviene più accessibile, in relazione con Do e Fa soprattutto, con i quali conversa amabilmente, perdendo tutta la sua spocchia.
Infine il Si. È la nota più accomodante, mai si nega, ma, per certi versi, anche più misteriosa. Pare nascondere sempre qualche insidia dietro quell’apparente acquiescenza. Non sempre facile da accordare, specialmente sulla chitarra, dove sembra vibrare di vita propria quando entra in sintonia con i due Mi e innesca un continuo rimando di armoniche, che facilmente, quando amplificato, scaturisce in un terribile effetto larsen, con assordante fischio annesso. A volte si concede un diesis e si traveste da Do, dandosi arie da viveur, tuttavia al naturale, associato all’accordo di Do maggiore, rinfresca l’aria come se si aprisse una finestra, mentre nella sua accezione bemolle diventa dominante, assumendo una dinamica blu(es) e, ondeggiando mollemente sulla scala, attira gli sguardi ammirati di tutti gli strumenti che la sfiorano con grazia.

Sonata pelosaLa musica è fatta di note. E questo è noto. Le note hanno suoni specifici che le caratterizzano, da sole e in gruppo. E anche questo è di dominio pubblico. Ma non ci si sofferma mai abbastanza sulla loro personalità.  Delle note, intendo. Per esempio: le note sono di genere femminile, ma quando le chiami per nome sono maschili. Com’è possibile? È come se io girassi per casa in gonna e tailleur, ma quando suonano alla porta o mi chiamano al telefono mi mettessi pantaloni e giacca (giuro che non lo faccio, era solo un paradosso).
Per indicare la prima nota non potrai mai dire “la Do” (la connoterebbe persino di un’intenzione volgare, anche se maschilmente auspicabile), o la quarta nota “la Fa” (e poi cosa fa? L’aspetta?), o la sesta “la La” (come se volesse introdurre un allegro motivetto, la la la la, ma creando una certa confusione) e così via.
Quali ricadute psicologiche può avere una simile condizione di ambiguità su un’entità ancorché singolare ed evanescente come una nota? E come ci poniamo di fronte a ciascuna, con tutte le possibili varianti alterate. Come guardiamo a questa dozzina di travestiti che popolano gli spartiti da secoli, senza che alcuno abbia avuto da ridire sulla cultura gender di cui sono incolpevoli latori?
Prendiamo il Do: la nota più generosa. Da sola (o da solo, la confusione di genere persiste, ma non ci posso fare nulla) ingenera subito fiducia e un senso di solidarietà. In combutta col Mi, poi, assume quasi un’attitudine sacrificale (mi-do), che aumenta aggiungendovi il Sol e formando così l’accordo maggiore (sol-mi-do) e immolandosi totalmente per la causa; con qualche riserva, tuttavia, quando il Mi, nota infida per ragioni che vedremo più avanti, cedendo alla deboscia si fa bemolle e degrada l’accordo a minore, quasi un mezzo passo indietro, un’ombra di esitazione e pentimento prima di procedere in direzione Di Quella Pira (la cui cabaletta verdiana, guarda caso, è proprio in do maggiore con modulazione in do minore per tornare infine alla tonalità più eroica).
Che dire poi del Re, la nota più conservatrice, incline all’assolutismo monarchico, da cui traspare la innata fragilità del potere temporale, schiacciata com’è tra la possanza del Do e l’ambiguità del Mi. Come negli scacchi, il Re è autorevole, ma da solo può fare poco se non si associa, ad esempio, al dinamismo di un Fa, che, tuttavia, per non far cadere l’accordo nella malinconia della tonalità minore, necessita di alterarsi con un diesis correndo il rischio di creare pericolose dipendenze; inoltre, il sovrano ha la pretesa di essere chiamato Si-Re, ma anche qui, la tonalità minore lo intristisce e vorrebbe alterarsi a sua volta imbottendosi di diesis, ma il Sol lo sconsiglia e gli va in soccorso per costituire una Sol-ida coalizione di sol maggiore (sol-si-re). Ma il Re così perde i simboli del potere, il nome, il trono e abdica, ponendo la corona su una pausa e ritirandosi definitivamente.
E veniamo al Mi: nota autoreferenziale per eccellenza, riflessiva, sempre a guardarsi l’ombelico, ma, famelica e influenzabile, sensibile alle istanze sociali provenienti dal basso, profondo e autoritario. È la nota preferita dal rock ’n’ roll, adorata dai chitarristi, ai quali non sembra vero di avere un suono così roccioso e roboante, opportunamente amplificato, da cui far deflagrare i loro furori iconoclasti. Ma questi grattuggiatori a sei corde, ingordi come sono, talvolta lo alterano abbassandolo di un semitono, per venire incontro alle esigenze di quei palloni gonfiati degli ottoni, che al naturale lo detestano; o addirittura di un tono, ottenendo dallo strumento sonorità più ricche, modificando l’accordatura standard e intrecciando rapporti immorali con le altre corde. È a quel punto che il Mi perde la tensione creativa e, narciso com’è, ferito nell’orgoglio e nella dignità, non tornerà più al posto preciso che il sistema temperato gli ha assegnato, ma, per dispetto, sarà sempre un po’ calante, si siederà di traverso, con i piedi sul tavolo, giusto per farsi notare di più.
(continua)

da Rapsodia In Nero

Rapsodia in nero r…Il concerto era alla fine, il pianista percorreva il palcoscenico sugli applausi sempre più forti che lo chiamavano al bis. Quando, finalmente, si sedette di nuovo al piano, avvertii ancora quel flusso gelido attraversarmi la schiena e dirigersi verso il palco. Stavolta era stato più intenso, persino doloroso nel suo percorso attraverso la mia illusione di ossa, come un coltello di ghiaccio. Sentii pervadermi un’inquietudine come se mi aspettassi qualcosa di terribile. Mi voltai, per vedere chi o cosa ci fosse alle mie spalle, ma scorsi solo sguardi incantati verso le luci del palco.

Dal grancoda intanto arrivavano le note martellanti del Mephisto Valse n°1 di Liszt col suo incedere demoniaco e seduttivo. L’interprete rendeva il tema ancora più scuro e inebriante e il pubblico ne era irretito.

Ad un tratto accadde qualcosa. Sul momento nessuno parve accorgersene, ma la sequenza di note zoppicava, come se Mefistofele inciampasse nella sua danza di seduzione attorno alla vittima designata. Fu solo un attimo. Il virtuosismo riprendeva preciso per qualche battuta, ma di nuovo perdeva un colpo, due, il trillo si spezzava, il pianista incespicava, scuoteva la testa, le mani artigliavano i tasti, si irrigidivano, il volto stravolto in una smorfia, prima di fastidio, poi di dolore, congestionato, sudava, pareva soffocare stretto dal colletto della camicia, poi un grido senza suono, la bocca e gli occhi spalancati in un espressione di terrore e il corpo che rovinava sulla tastiera a braccia aperte provocando un tuono dalla sonorità infernale. Yundi Lang, il giovane pianista cinese, fissava il pubblico col capo appoggiato sull’ottava centrale del pianoforte, ma non respirava più…

Il CantiereL’audio racconto andato in onda l’anno scorso su RadioTre ispirato al personaggio di Silenziosa(mente)

https://soundcloud.com/gcanc/cappa-blues

silenzio-stanlio-e-ollioDetesto il senso di impotenza provocato dal vuoto mentale. Pensare che c’è chi lo cerca affannosamente e, confesso, anch’io tante volte vorrei liberarmi dei pensieri, soprattutto di notte, ma mi sento un naufrago che tenta di svuotare la scialuppa di salvataggio con un cucchiaino da caffè, mentre l’acqua entra da una falla nella chiglia, grande come la breccia di Porta Pia.
Eppure c’è chi impara a farlo con disciplina e sacrifici, il distacco completo dalla realtà per galleggiare in una sorta di limbo fluido, morbido e tiepido, dentro il quale riflettere sulla propria condizione di…galleggiante.
Io, invece, affondo in questo plasma senza colore, odore, sapore, un nulla insulso, inutile, che mi irrita come l’assenza di congiuntivi nei discorsi dei politici, per il tempo che mi fa perdere. L’ozio mi piace, ma quando lo decido io, nella posizione e nella condizione più adeguata, non davanti allo schermo del computer con le ultime righe scritte del nuovo romanzo e il bianco ghiaccio che segue, infinito come il pack del Polo Sud, senza nemmeno un pinguino a passeggiarvi. Come riempire quella distesa gelida?
Che poi i colori predominanti del libro sarebbero nero, rosso e blu (un libro gaio, come si capisce), mentre il bianco neanche è preso in considerazione. Dovrei forse mettere la pagina in modalità negativa, così da scrivere bianco su nero e vedere l’effetto che fa.
Alcuni scrittori dicono che si piazzano davanti alla pagina disciplinatamente ogni giorno alla stessa ora sicuri che qualcosa verrà. Altri necessitano di essere vestiti in modi specifici o ascoltando musica, sempre quella, per creare il clima giusto. Tutto vero, non c’è dubbio, l’ho provato anch’io: Silenziosa(mente) è stato scritto passando attraverso molte musiche, indicate nelle note conclusive del romanzo. Rapsodia In Nero, invece, nelle sue varie stesure, ha avuto come filo conduttore privato solo un paio di dischi di Bach e Jarrett. Questo nuovo libro è silente, sotto questo profilo, forse perché la musica ha qui una connotazione storica e tragica che rende conflittuale il rapporto con la scrittura. Lo stesso conflitto che io stesso ho con la musica ultimamente: lei mi cerca e io spesso la respingo malamente, come se mi avesse offeso in qualche modo e forse l’ha fatto o, più precisamente, mi ha sbeffeggiato. Mi ha fatto credere per anni di poter parlare di lei senza ritegno, trattarla con sufficienza, prenderla e lasciarla come una donna irragionevolmente innamorata e al mio servizio e invece alla fine mi ha presentato il conto, salato e senza dilazione. Perciò ora è il silenzio che mi affianca, compagno temporaneo, una specie di vacanza con un vecchio amico che non vedevo da tempo e che perderò di vista nuovamente, perché, alla fine, la musica mi cercherà ancora e io non saprò resistere alle sue lusinghe. Mi lascerò conquistare dalle sue forme, dal suo profumo, dal suo sguardo e non avrò più il coraggio di respingerla, perché il silenzio è simpatico, interessante, profondo, intenso, ma a lungo andare avvizzisce, degenera, marcisce, nausea e io, nonostante le apparenze, non ho tutto questo gusto per l’orrido.