Category: Musica


Rapsodia in nero rBaba prese tra le mani una sorta di arpa dalla forma irregolare, con un lungo manico e la cassa armonica tondeggiante. Era la kora, il tipico strumento dei griot, gli aedi dell’Africa Occidentale. Nel silenzio più assoluto e nel buio crepuscolare, le dita cominciarono a pizzicare le corde, emettendo un suono armonioso. La voce intonò un canto dal testo misterioso, probabilmente in una delle tante lingue dell’ex impero Mandingo, ma così intenso e toccante da colpire al cuore il pubblico. Quando Baba spalancava la bocca, sembrava di poterci vedere dentro tutto il Golfo di Guinea. Vlad, con mani enormi e callose, percuoteva i tamburi talmente forte da provocare piccoli movimenti tellurici tra i tavoli del club.

Dalla sinistra del palco entrarono due ombre. La più piccola teneva la mano appoggiata al braccio dell’altra, che la condusse fino al pianoforte, poi quest’ultima si allontanò. L’ombra più piccola si sedette e appoggiò la mano sinistra sulla parte bassa della tastiera, dove iniziò a scavare note in profondità nella terra rossa del Senegal e con la destra ricamava sulla scala pentatonica, intrecciandosi alle venticinque corde della kora di Moussa.

Lentamente una luce scarlatta cominciò a colorare l’area del pianoforte, mentre la postazione della batteria era illuminata di azzurro e Baba pareva inondato dal sole africano.

Quando finalmente la musica esplose in un ritmo infernale col canto e il pianoforte che trovarono un’intesa celeste, il pubblico, fino a quel momento incantato da tanta magia, si lasciò andare ad un applauso liberatorio che lanciò il trio verso il cuore dello spettacolo. (da Rapsodia In Nero)

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Una volta al cinema si vedevano i “prossimamente” dei film che sarebbero stati messi in programmazione. Qualcuno li chiamava “i provini” e si entrava in sala in anticipo proprio per vederli. Erano compresi nel costo del biglietto e ci si sentiva in diritto di goderne, assieme al cinegiornale e a lunghissimi spot pubblicitarî, così diversi dai caroselli televisivi.  Oggi si chiamano “trailer” e ti fanno entrare in sala in anticipo per obbligarti a vederli, te li sparano a volumi da audiolesi per fare in modo che ti rimangano bene impressi nel timpano, nella retina e nei lobi cerebrali. Ho scoperto che anche i libri possono avere un trailer, così mi sono divertito a farne uno per Silenziosa(mente), con la collaborazione di Giada de Gioia che ci ha messo musica e chitarre. È venuto fuori così. Naturalmente il volume lo potete scegliere voi, funziona anche senza audio, ma se lo alzate un pelo è meglio. E se poi vi convinco ad acquistare il libro, ancora di più. Buona visione. 

Non avevo niente da fare e l’ozio si è trasformato in un trailer

Torna Cappa, il protagonista di Silenziosa(mente), per far danni anche a RadioTre

Il Cantiere

[immagini.4ever.eu] la morte, gesto 162352C’è qualcosa di inquietante e di triste nel desiderio di documentare la morte con immagini e suoni. Non sto parlando di film o cronaca telegiornalistica, ma dell’abitudine, ormai diffusa, di riprendere incidenti e catastrofi con telecamere o, più spesso e peggio, con telefonini e quant’altro sia a portata di mano al momento. Si tratta quasi sempre di persone comuni o, comunque, non di addetti ai lavori. È accaduto anche recentemente che disgraziati vittime di incidenti stradali, mentre i soccorritori si davano da fare per rianimarli e strapparli alla morte o a un destino da gravi invalidi, divenissero soggetto di altrettanto sciagurati operatori dilettanti, impegnati più a cercare l’inquadratura giusta, a individuare il dettaglio da mostrare orgogliosamente agli amici durante una serata spensierata, che a dare una mano o a solidarizzare con familiari o conoscenti delle vittime. Mi chiedo: perché?. Qual è il gusto del conservare in tasca il dolore e la sofferenza? Perversione e piacere del macabro? E poi: davvero qualcuno organizza serate con proiezione dei migliori incidenti ripresi sulla Milano-Genova o sulla Salerno-Reggio Calabria? Sarà che viviamo nell’era dell’immagine dove tutto ciò che appare diventa spettacolo e quindi degno di essere ripreso e documentato? È per questo che si applaude ai funerali, come a teatro, come se la morte fosse uno show con il protagonista che nemmeno può ringraziare inchinandosi?  Può darsi, ma non ne sono così convinto. Ci dev’essere qualcosa d’altro e di più profondo per essere così diffuso e radicato. Non voglio fare psicologia d’accatto, ma quello che mi pare di percepire è un sano e naturale terrore della morte e del dolore che viene gestito in un modo nuovo, diverso, moderno, quasi come se poterlo documentare e tenerlo dentro la telecamera  lo riducesse e lo rendesse meno spaventoso, non dico rassicurante, ma più maneggevole. Non dimentichiamo che si tratta del dolore altrui. A chi verrebbe in mente, infatti, di riprendere l’incidente del proprio figlio, le ferite di una moglie, la morte di un genitore? È anche questo che ci rende meno inquietante l’approccio con una realtà che, prima o poi, a tutti sarà dato di incontrare? L’annuncio di quello che sarà, un’anticipazione del programma, una sorta di trailer dell’assenza in modo da arrivare a quel momento preparati e consapevoli? Ci sarebbe poco da scherzare, ma non posso fare a meno di notare gli aspetti grotteschi di questa abitudine, che si associa a quella delle migliaia di fotografie che continuiamo a scattare e pubblicare in rete, sui social network.  Cos’ha a che fare con la morte questo singolare fenomeno? Consapevoli o no, stiamo documentando la nostra vita quotidiana rendendola pubblica a livello globale – come siamo, cosa mangiamo, come vestiamo quando siamo vestiti, con chi viviamo, dove lavoriamo, dove trascorriamo le vacanze, con chi, cosa ci piace e cosa detestiamo – e pretendiamo, contemporaneamente, di tutelare la nostra privacy. Sembriamo dei pazzi. Ricordo di avere visto da ragazzino delle riviste composte da fotografie che i lettori si scattavano e inviavano in redazione, ma erano foto pornografiche realizzate da maniaci sessuali esibizionisti che mostravano se stessi in pose oscene allo scopo di attirare l’attenzione di altri come loro. E noi? Perché continuiamo ad autofotografarci e a mostrarci a tutti? Cosa vorremmo dimostrare o esibire? Chi siamo o, più probabilmente, chi vorremmo essere? E non è triste tutto questo? Forse più ancora della morte, che, in fondo, una volta passata e averci porta in vacanza con sé, non torna più a farci paura.
Ancora: forse riprendere e riprenderci ci illude di non dimenticare e non essere dimenticati. La memoria è preziosa, è la nostra essenza, noi siamo la nostra memoria, i nostri ricordi, viviamo di quelli e per quelli, che abbiamo acquisito e acquisiremo. Cosa saremmo senza? Nulla, la spersonalizzazione totale, i familiari dei malati di Alzheimer lo sanno bene. La memoria è dentro di noi, ma anche sulla nostra pelle, i segni del tempo sono lì a ricordarcelo e forse è per ciò che li tramandiamo fotograficamente, un tempo con parsimonia, fino all’ultima foto sotto la data di nascita e morte, oggi con molta più generosità, fino allo sperpero. A pensarci bene, la nostra vita è come un lungo concerto: un’ouverture e un finale con un ampio movimento centrale in cui si alternano cadenze e momenti orchestrali. Ma se la testimonianza fotografica è talvolta giustificata, l’applauso finale spesso non è meritato. E di bis non se ne parla.

Amici, mi rivolgo a Voi, che fate un lavoro gratificante, almeno dal punto di vista dell’orario, a Voi cui la professione concede tanto tempo libero e, non sapendo come occuparlo, vi segnalate a riviste e giornali come recensori, articolisti, elzeviristi, corsivisti, opinionisti, scrittori, a Voi che, per soddisfare la passione musicale, culturale, esibizionistica, per essere sicuri di poter divulgare universalmente il vostro fondante ed essenziale giudizio e ingolosire l’editore, in fondo alla proposta di collaborazione, annotate “naturalmente non pretendo alcun compenso”; a Voi, che non sapete cosa fare la sera, annoiati da televisione, letture insulse e menage familiare consunto e che, invece di percorrere i viali cittadini e di provincia in cerca di soddisfazioni carnali e sensazioni inedite, vi proponete a locali e club come musicisti accontendandovi di una birra e due patatine come compenso, mentre il titolare rastrella migliaia di euro di cocktail spaccafegato, piadine dell’anno scorso, formaggi che camminano e salami con la gotta e, alla fine, vi sentite dire che la prossima volta se non gli portate il doppio del pubblico la birra ve la pagate da soli, rivelatemi dove lavorate, così domani mi presento dai vostri capi e mi propongo come impiegato/operaio/collaboratore/addetto “naturalmente senza pretendere alcun compenso, nemmeno la birra e la patatina”, e vediamo quanti secondi dura il vostro posto di lavoro.
LAVORARE GRATIS FA MALE A TUTTI, ANCHE A VOI. SMETTETELA!