Category: Editoria


Il blues è la radice. Il blues ha mostrato cos’è l’inferno, ha reso il nostro dolore universale, visibile, concreto e ci ha permesso di raccontarlo. È la nostra storia, l’identità del nostro popolo, che si è trasferita in ognuno, trasfigurata, ma riconoscibile. Ora sei tu quella radice, sei tu il testimone, non perdere il passato, altrimenti il presente non ha senso e il futuro sarà un mostro. (Blind Tomas Bonnet)

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Scrivere è raccontarsi per interposta persona. Si scrive di ciò che si conosce. E non parlo di quello che si è studiato a scuola o imparato lavorando, ma di ciò che si è capito di se stessi e della propria percezione della realtà. Non ci si indaga mai troppo a fondo, ma scrivere aiuta a guardarsi dentro. La pagina scritta per l’autore è lo specchio in cui riconoscersi, anche se si parla d’altro e ciò che si vede riflesso non è sempre gradevole. Eppure è una rappresentazione fedele del nostro essere, dell’essenza della nostra personalità che traspare dalle parole, dai concetti, dalla forma, dal clima e dal sentimento. Questo vale per ogni espressione “artistica” in cui l’autore riversa la sua interiorità – ecco perché spesso dico che i musicisti (gli artisti che conosco meglio) si presentano nudi in pubblico, vulnerabili e indifesi – ma forse la filigrana della scrittura lascia intravedere più esplicitamente i tratti che solitamente teniamo gelosamente custoditi negli angoli più reconditi. Questo naturalmente non significa che si possa o si debba identificare l’autore con i personaggi che inventa e muove sulla scena, anche quando si esprime in prima persona come spesso mi capita – sarebbe troppo facile e anche un po’ patologico da entrambe le parti – ma, indubbiamente, nei personaggi c’è sempre l’esperienza di chi scrive, ciò che ha vissuto, visto, sentito, provato, osservato.
Tutto questo, per dire che quando si usa la locuzione “partorire un nuovo lavoro”, al di là della noia che arreca l’uso delle frase fatta, in fondo non si è così lontani dal vero, ancorché in senso figurato: una musica, un quadro, una scultura, una coreografia, un libro, sono il risultato di un’elaborazione interiore, una fatica, un travaglio, che, una volta dati alla luce, continuano a essere parte di noi, ci rappresentano in qualche maniera, come può rappresentarci un figlio che porta con sé i nostri tratti genetici, a volte anche somatici, e continuerà a farlo per tutta la sua vita, allungando, di fatto, la nostra.
Ed è perciò che, dopo averlo accudito, coccolato, corretto, raddrizzato, educato, arginato, vestito, a un certo punto bisogna lasciarlo andare per la sua strada a farsi guardare, scegliere, leggere. E non è facile vederlo correre via: incontrerà persone che gli vorranno bene, altre indifferenti, altre ancora lo getteranno dopo dieci pagine; ci sarà chi lo presenterà agli amici e chi se lo terrà sullo scaffale della libreria senza leggerlo, per paura di rovinarlo o perché la tinta della copertina si intona con l’arredamento. Ci sarà chi lo rileggerà, perché la seconda volta fa sempre un effetto diverso e chi giurerà a se stesso che non ci ricascherà una seconda volta. Lo leggerà qualche amico, i parenti, magari non tutti (tranquilli, non vi interrogo), gli amanti del rischio e gli sfaccendati.
È quasi tutto pronto: sulla correttezza sarei pronto a scommettere, ma sull’educazione ho più di un dubbio. Manca solo il vestito, che è in fase di cucitura. Ancora un paio di settimane, poi lo butto fuori di casa e dovrà arrangiarsi da solo.

Rapsodia in nero r— La maggior parte delle favole che si raccontano ai bambini sono equivoche e malsane sotto certi punti di vista, a cominciare da quelle dei fratelli Grimm.
— Infatti, non sono storie per bambini, o meglio, sono storie per bambini dei primi dell’ottocento, che vivevano in una società tedesca rurale ed estremamente violenta, dove una delle prime cose che si imparava a fare in fattoria era sgozzare il maiale. Di lì a sgozzare un bambino il passo era brevissimo. E poi tutti quei morti impiccati, bruciati, squartati, divorati. I genitori che abbandonano frotte di bimbi nei boschi, come fossero ferri vecchi trovati nel capanno degli attrezzi. Per non parlare della quantità di simboli archetipici.
— Be’, sorvolerei sui dettagli psicanalitici.
— E perché? Sono i più interessanti e imbarazzanti. Proprio quelli che bloccano lo scrittore inibito. Ogni processo creativo necessita di sporcarsi le mani, como los niños che giocano per terra e tornano a casa todos nigros. La mamma li costringe a lavarsi, ma lavare lo sporco significa lavare via la creatività. I bambini crescono con l’idea che si debba vivere puliti. Invece se vuoi inventare devi essere sporco.
— Cosa vuol dire sporco? Io non credo a quelle pose da artista eccentrico, anticonformista e scandaloso di maniera. C’è il limite della decenza e della civile convivenza. E del senso del ridicolo.
— Già, è un limite, dici bene. Ma l’autore che inventa personaggi, l’attore che li interpreta al cinema o a teatro, lo stesso lettore che li immagina sulle pagine dei libri e si identifica anche solo in parte con loro, persino solidarizza in alcuni casi con loro, non possono prenderne le distanze, come spesso succede. I personaggi sono dentro di loro e aspettano solo il processo creativo per venire fuori. Creare è sporcarsi. Sporcarsi è creare. Non se ne può fare a meno. Anche Dios si è sporcato le mani per fare l’uomo. Anche lui ha tentato di prenderne le distanze senza riuscirci. Alla fine ha dovuto ammettere che era roba sua, carne della sua carne e sangre de su sangre. E ne ha sparso parecchio per dimostrarlo. (gcanc)

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Recensione 2

Il CantiereL’audio racconto andato in onda l’anno scorso su RadioTre ispirato al personaggio di Silenziosa(mente)

https://soundcloud.com/gcanc/cappa-blues