Rapsodia in nero rBaba prese tra le mani una sorta di arpa dalla forma irregolare, con un lungo manico e la cassa armonica tondeggiante. Era la kora, il tipico strumento dei griot, gli aedi dell’Africa Occidentale. Nel silenzio più assoluto e nel buio crepuscolare, le dita cominciarono a pizzicare le corde, emettendo un suono armonioso. La voce intonò un canto dal testo misterioso, probabilmente in una delle tante lingue dell’ex impero Mandingo, ma così intenso e toccante da colpire al cuore il pubblico. Quando Baba spalancava la bocca, sembrava di poterci vedere dentro tutto il Golfo di Guinea. Vlad, con mani enormi e callose, percuoteva i tamburi talmente forte da provocare piccoli movimenti tellurici tra i tavoli del club.

Dalla sinistra del palco entrarono due ombre. La più piccola teneva la mano appoggiata al braccio dell’altra, che la condusse fino al pianoforte, poi quest’ultima si allontanò. L’ombra più piccola si sedette e appoggiò la mano sinistra sulla parte bassa della tastiera, dove iniziò a scavare note in profondità nella terra rossa del Senegal e con la destra ricamava sulla scala pentatonica, intrecciandosi alle venticinque corde della kora di Moussa.

Lentamente una luce scarlatta cominciò a colorare l’area del pianoforte, mentre la postazione della batteria era illuminata di azzurro e Baba pareva inondato dal sole africano.

Quando finalmente la musica esplose in un ritmo infernale col canto e il pianoforte che trovarono un’intesa celeste, il pubblico, fino a quel momento incantato da tanta magia, si lasciò andare ad un applauso liberatorio che lanciò il trio verso il cuore dello spettacolo. (da Rapsodia In Nero)

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