Rapsodia in nero rLa musica scende dalla testa al cuore, dalle mani alla tastiera in un flusso naturale costante. Avorio, legno e metallo vibrano in sintonia a frequenze sublimi. In sala la tensione si può quasi toccare, se qualcuno agitasse un braccio nell’aria scoccherebbe scintille. Non un rumore inopportuno, un fruscio, uno scricchiolio di poltrona, uno strascicare di piedi o un colpo di tosse, pare che tutti trattengano il fiato, un’apnea collettiva, fino alla catarsi liberatoria e rigenerante dell’applauso, del tripudio, del consenso. Poi di nuovo silenzio. Le mani roventi per gli applausi frenetici si quietano e i volti estatici di nuovo distesi. Quando l’ultimo rumore si spegne, ancora legno e metallo a narrare storie e fantasie, a penetrare cuori e menti, a corrompere e santificare anime, a incendiare inferni e illuminare paradisi, a imprigionare e liberare, a stregare e incantare.

Il buio amplifica le sensazioni e annulla lo spazio, ognuno si sente immerso dentro la musica, se ne sente parte, come fosse strumento egli stesso, un elemento del pianoforte, tasto, corda o martelletto. Mi accorgo che posso vedere tutto questo, la mia vista penetra l’oscurità. Vedo chiaramente Chandra, che suona a memoria, guardandosi le mani agili e veloci, ogni tanto alza la testa, guarda in alto come a cercare forza e ispirazione, poi di nuovo china sulla tastiera per portare a termine il suo compito di medium temporale tra compositore e pubblico attraverso gli anni, i secoli: la pagina scritta che riprende vita e forma e suono grazie a lei; vedo il gigante seduto al suo fianco, che la osserva rabbioso per la sua virtuosa sicurezza e le lancia sguardi perfidi; vedo il pubblico letteralmente rapito dall’estasi, perso in un oceano di sensazioni; vedo Carmen che distoglie lo sguardo imbarazzata da tanta bravura, che la fa sentire inadeguata. (da Rapsodia In Nero)

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