Category: Uncategorized


Black_sportscar_of_the_Association_Lorraine_des_Amateurs_dAutomobilesL’ultima volta che mi hanno investito pensavo fosse finita, ho creduto davvero che non ce l’avrei fatta.  E invece mi hanno rimesso in piedi. Era uno di quei macchinoni sportivi, ma di lusso, cabriolet, dove il guidatore, rolex d’oro al polso sinistro, braccialone da un chilo a quello destro, ha sempre al fianco una di quelle bionde gonfiabili che sembrano esistere solo sui sedili delle auto da più di cinquantamila euro, non vivono altrove, non le incontri mai al supermercato o in libreria, anzi, te le vendono come optional già sulla macchina, omologata cinque posti meno uno. Be’, quella volta la bionda non c’era, sarà stata in officina per il tagliando, il ganzo era da solo, stava telefonando, consultando il navigatore, sintonizzando la radio, scegliendo un cd, mandando un sms contemporaneamente e si è dimenticato di guidare. Mi ha investito in pieno e, di rimbalzo, è finito contro una bisarca carica di auto dello stesso modello della sua. Non ha fatto in tempo a scegliere il colore che gli piaceva, ora sta discutendo con San Pietro se si può installare il climatizzatore e l’home-theatre multicanale 7.1 sulla nuvola che gli hanno assegnato. Io, come dicevo, me la sono cavata bene, mi hanno rimesso insieme e sono tornato come prima. Non posso davvero lamentarmi della forma: alto lo sono sempre stato, magro anche, e se sto in piedi tutto il giorno non mi stanco. Sono un po’ annoiato, questo sì: non che mi manchi la compagnia, ho sempre un sacco di gente intorno che mi da retta, comunico molto, ho una vita sociale veramente intensa, di giorno e di notte, non ho quasi il tempo di riposarmi. Il fatto è che non si va mai da nessuna parte, mentre io, invece, vorrei vedere posti nuovi, angoli di città che non ho mai frequentato, circolare un po’ in questa metropoli che mi dicono “tentacolare”, ma che a me sembra sempre la stessa. Sì, ogni tanto rifanno la strada qui sotto, una puzza di catrame che non vi dico, ma poi è il solito tran-tran. E insomma, questo cartello con la scritta STOP che mi hanno appeso sulla fronte mi sta largo: io l’avevo detto all’operaio che doveva stringere meglio le viti. Eh, quanto è dura la vita del palo!

Annunci

Rapsodia in nero rLa musica scende dalla testa al cuore, dalle mani alla tastiera in un flusso naturale costante. Avorio, legno e metallo vibrano in sintonia a frequenze sublimi. In sala la tensione si può quasi toccare, se qualcuno agitasse un braccio nell’aria scoccherebbe scintille. Non un rumore inopportuno, un fruscio, uno scricchiolio di poltrona, uno strascicare di piedi o un colpo di tosse, pare che tutti trattengano il fiato, un’apnea collettiva, fino alla catarsi liberatoria e rigenerante dell’applauso, del tripudio, del consenso. Poi di nuovo silenzio. Le mani roventi per gli applausi frenetici si quietano e i volti estatici di nuovo distesi. Quando l’ultimo rumore si spegne, ancora legno e metallo a narrare storie e fantasie, a penetrare cuori e menti, a corrompere e santificare anime, a incendiare inferni e illuminare paradisi, a imprigionare e liberare, a stregare e incantare.

Il buio amplifica le sensazioni e annulla lo spazio, ognuno si sente immerso dentro la musica, se ne sente parte, come fosse strumento egli stesso, un elemento del pianoforte, tasto, corda o martelletto. Mi accorgo che posso vedere tutto questo, la mia vista penetra l’oscurità. Vedo chiaramente Chandra, che suona a memoria, guardandosi le mani agili e veloci, ogni tanto alza la testa, guarda in alto come a cercare forza e ispirazione, poi di nuovo china sulla tastiera per portare a termine il suo compito di medium temporale tra compositore e pubblico attraverso gli anni, i secoli: la pagina scritta che riprende vita e forma e suono grazie a lei; vedo il gigante seduto al suo fianco, che la osserva rabbioso per la sua virtuosa sicurezza e le lancia sguardi perfidi; vedo il pubblico letteralmente rapito dall’estasi, perso in un oceano di sensazioni; vedo Carmen che distoglie lo sguardo imbarazzata da tanta bravura, che la fa sentire inadeguata. (da Rapsodia In Nero)

Rapsodia in nero rBaba prese tra le mani una sorta di arpa dalla forma irregolare, con un lungo manico e la cassa armonica tondeggiante. Era la kora, il tipico strumento dei griot, gli aedi dell’Africa Occidentale. Nel silenzio più assoluto e nel buio crepuscolare, le dita cominciarono a pizzicare le corde, emettendo un suono armonioso. La voce intonò un canto dal testo misterioso, probabilmente in una delle tante lingue dell’ex impero Mandingo, ma così intenso e toccante da colpire al cuore il pubblico. Quando Baba spalancava la bocca, sembrava di poterci vedere dentro tutto il Golfo di Guinea. Vlad, con mani enormi e callose, percuoteva i tamburi talmente forte da provocare piccoli movimenti tellurici tra i tavoli del club.

Dalla sinistra del palco entrarono due ombre. La più piccola teneva la mano appoggiata al braccio dell’altra, che la condusse fino al pianoforte, poi quest’ultima si allontanò. L’ombra più piccola si sedette e appoggiò la mano sinistra sulla parte bassa della tastiera, dove iniziò a scavare note in profondità nella terra rossa del Senegal e con la destra ricamava sulla scala pentatonica, intrecciandosi alle venticinque corde della kora di Moussa.

Lentamente una luce scarlatta cominciò a colorare l’area del pianoforte, mentre la postazione della batteria era illuminata di azzurro e Baba pareva inondato dal sole africano.

Quando finalmente la musica esplose in un ritmo infernale col canto e il pianoforte che trovarono un’intesa celeste, il pubblico, fino a quel momento incantato da tanta magia, si lasciò andare ad un applauso liberatorio che lanciò il trio verso il cuore dello spettacolo. (da Rapsodia In Nero)

Nel credenzino tra i ripiani è buio, lo spazio è pochissimo, quanto basta per contenere una bimba di sette anni. Lì si nasconde quando non vuole farsi trovare. E nessuno la trova mai. Non si immaginano che possa infilarsi in quel minuscolo spazio, ma la paura la rende piccina piccina, persino le sue ossa paiono accorciarsi per permetterle di entrare nel pertugio.
Ma oggi ha più paura del solito. Le altre volte da una fessura del legno vedeva accendersi una luce, scorrere velocemente una figura a passi svelti, fermarsi un momento e poi di nuovo il buio. La bimba non ha paura del buio, ha imparato ad affrontarlo e sfidarlo nei lunghi corridoi di casa, percorsi la sera camminando lentamente e beffandosi delle presenze oscure che si immagina nascoste dietro ogni porta. Solo di una cosa ha terrore, ma non vuole nemmeno pensarci per timore che possa materializzarsi. Da dietro lo sportello chiuso sente dei passi e un movimento di tessuti trascinati per terra, come se l’entità di cui avverte la presenza a pochi centimetri indossasse un abito lungo e pesante.
I passi si fermano. La piccola sente una serie di fruscii ripetuti, come se l’entità torcesse il busto più volte su se stesso muovendo la stoffa dell’abito. All’improvviso lo sportello si apre e due mani lunghe e nodose la traggono dal nascondiglio. L’ha scoperta. Come ha fatto? Ne ha sentito l’odore? Il tremito? Il respiro? La paura? (da Rapsodia In Nero)

Torna Cappa, il protagonista di Silenziosa(mente), per far danni anche a RadioTre

Il Cantiere

Ricevuta oggi

Benvenuto! Grazie per il Vostro Interesse! Come stai? Io sto Benissimo! Vuoi chattare? Cosa fai stasera? Hai delle Nazioni Unite Profilo Interessante. Voglio saperne di piu! Che io PARLAMENTO EUR vogliono? Sono Olga! Ti ricordi di me? Ci siamo incontrati su un sito di incontri. Hai le mie foto? I Alla Ricerca di Nuovi Amici e FORSE l’amore! Ti ho scritto Lettere, ma non ha alcuna risposta Ricevuto!
Contatto con me qui: xxxxxxxxx209@yahoo.com 😉
Questa e la mia email personale, scrivere. dimmi when ti Trovo in linea di Solito. UN abbraccio se ti va di corsa amicizi