Category: Cucina


“Racconta Le Tue Vacanze: Le mie vacanze le o pasate in sardegna. Il mio papà voleva andare come sempre a Riccione, ma la mia mamma voleva andare ha trovare i suoi parenti in sardegna perche lei è sardegnola e poi dice che il mio papà vuole andare sulladriatico perché lì ci sono le donne stragnere meze nude. Il mio papà non vuole andare in sardegnia perche dice che lì sono tutti piccoli ee neri. Anno litigato e alla fine abiamo prenotato il treghetto per la sardegna. La sardegna è un isola circondata dal mare che confina a est col mare tirreno a sud col mare mediteraneo, a ovest col mare mediterraneo e a nord con la corsica, che non è Italiana, ma francese e in mezzo cià le bocche di bonifacio, che però non manciano nessuno (ahahaha). Siamo stati tre sttimane, ho fatto tanti bagni, faceva caldo, al campeggio era pieno di zzanzare e alla fine siamo tornati a casa. Il mio papà a detto che l’hanno prossimo andiamo di sicuro a Riccione, ma la mia mamma a detto che deciderà il destino se saremo ancora vivi, ma io so gia che decidera lei, anche perche o sentito che diceva alla zia gavina che ci fediamo tra unano. Così ho raccontato le mie vacanze.”

Scusate la regressione infantile dovuta a scorpacciata di strudel notturna.

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Pretese pelose

IMG_1205— Mi fai un caffè?
— No.
— Mi fai un caffè?
— No.
— Mi fai un caffè?
— No. Ti fa male.
— Come fai a dirlo?
— Non si è mai visto un gatto che beve un caffè.
— Appunto. Non puoi sapere se mi fa male o no.
— Non si è mai visto un gatto che beve il caffè perché gli fa male, appunto.
— Chi lo dice?
— Io lo dico.
— Da quando sei esperto di nutrizione felina?
— Da quando ti do da mangiare tutti i giorni.
— Il caffè fa male agli umani, non ai felini.
— Il caffè in dosi elevate fa male agli umani e ai felini.
— Ma io ne voglio solo una tazza.
— Sei troppo piccolo per una tazza.
— Mezza tazza.
— Sei troppo piccolo per mezza tazza.
— Un quarto.
— Senti, faccio un caffè per me, ci metto un dito dentro e te lo faccio leccare. Va bene?
— Va bene.
— Ecco, il caffè è pronto. Assaggia.
— Bleah, che schifo! Ma come fate voi umani a bere questa porcheria?
— E come fate voi felini a mangiare quei croccantini?
— Ma almeno quelli non fanno male.
— Ok. Sei contento ora? Caffè archiviato.
— Mmmmm…..
— Be’, che c’è ora?
— Mi fai un tè?
— No, ti faccio uno stufato di gatto.
— Cafone!

Un ragazzo è stato denunciato per il possesso e la coltivazione di piante di canapa indiana in casa a Rozzano, in provincia di Milano. Trovo buffo e inverosimile che esistano leggi del genere in una società civile. Come se un giorno vietassero la coltivazione dei gerani dopo avere scoperto che se li annusi puoi vedere attraverso i muri come Superman e ciò violerebbe la legge sulla privacy. Ma in che mondo viviamo? A parte il fatto che ogni pianta ha delle caratteristiche peculiari se ingerita, fumata o annusata: dal vomito al ribrezzo, dal piacere all’estasi fino al decesso, ma non esiste, credo, un prontuario che regoli la possibilità di avere sul balconi una pianta carnivora che ci liberi dagli insetti molesti piuttosto che un oleandro, le cui foglie non sono particolarmente salutari se masticate. Con l’eccezione della canapa, però. Perché?
Su qualsiasi testo storico, scientifico, socio-economico, si può leggere la storia di questa pianta e dell’uso molteplice che si è fatto delle sue fibre, da quello industriale al terapeutico, passando per mistico e ludico, senza che ad alcuno venisse in mente che potesse costituire un pericolo sociale.
Solo negli anni Trenta, negli Stati Uniti – c’è chi sospetta una ragione puramente economico-industriale relativa alla produzione di carta indotta dalla famiglia Hearst – si è cominciato a far credere che la canapa, ribattezzata alla messicana marijuana, fosse strumento del demonio, corrompesse i giovani e minasse la società nei suoi principi basilari, che comprendevano, tra l’altro, razzismo, segregazionismo, fondamentalismo religioso, nazismo. Così, proditoriamente, a differenza dell’alcool, che davvero falcidiava migliaia di persone ogni anno, la canapa indiana divenne pianta proibita, non solo negli Stati Uniti, ma in gran parte del mondo industrializzato.
Ammesso e non concesso che sia una pianta pericolosa – anche se il concetto di pericolosità lo associo in genere all’aggressività e non mi pare che le piante di canapa abbiano mai aggredito qualcuno – è un processo alle intenzioni: se io utilizzo la pianta a scopo decorativo che male faccio? Quale legge violo? Fumarla e ingerirla è proibito? Bene, non lo farò. Non lo posso dimostrare, ma nemmeno lo Stato può dimostrare il contrario e io sono libero e innocente cittadino fino a che lo Stato non dimostri che ho commesso un reato. E perché non sono proibite le ortiche, allora, quelle sì davvero aggressive, che irritano la pelle se sfiorate, ma sono buone nella minestra? O i fagioli, che in quantità eccessiva provocano flatulenza, con effetti deleteri sul clima e i rapporti di vicinato? Cos’ha la canapa di così demoniaco?
Tornando alla notizia: la mamma del ragazzo denunciato, nella cui stanza da letto si trovavano alcune delle piante di canapa, spiega che da quando dorme con quelle rigogliose compagne vegetali non è più costretta ad assumere farmaci per prendere sonno e la aiutano persino a suonare il piano.
Ora, sullo stimolo della creatività per mezzo di stupefacenti si è scritto di tutto e ammetto di non avere opinioni precise a riguardo, anche perché non abbiamo controprove, ma qui non siamo in presenza di stupefacenti, ma di piante da cui, in alcuni casi e in determinate circostante molto particolari, si possono produrre stupefacenti. Per intenderci: l’uva non è sinonimo di sbronza e un vignaiolo non è uno spacciatore d’alcool.
Non sono un cultore dell’uso degli stupefacenti, che reputo infantile al di fuori del contesto rituale e ludico in adolescenza o poco più, ma di qui a considerare criminali gli utilizzatori ce ne passa.
La mia impressione è che viviamo in una società fortemente organizzata, ma altrettanto irrazionale, che facilmente crea mostri da temere e difficilmente riesce a liberarsene. In realtà i mostri li abbiamo dentro di noi e chi ha abbastanza potere persuasivo da proiettarli sugli altri è in grado di danneggiare l’intera società con gli effetti esponenziali che leggiamo ogni giorno sui giornali: ministri che firmano leggi invasive e devastanti, mentre i loro colleghi organizzano festini a base di qualsiasi cosa, giustificati e protetti dalla riservatezza della vita privata e dalla malintesa immunità. È l’impero dell’ipocrisia e dell’abuso, per fortuna in crisi e vicino al crollo. Una risata lo seppellirà.

Sabato mattina: si è deciso la sera prima di andare a fare la spesa. Mi alzo alle 8, perché devo finire di scrivere un pezzo un po’ lungo, risultato di una intervista in inglese ad un batterista americano simpatico, che mi racconta aneddoti divertenti, ma resta sempre un batterista, con tutto il rispetto, una categoria che non mi sviluppa un interesse maiuscolo come può fare un pianista o un bassista. Però la spesa è la spesa e bisogna farla.
Dopo un’ora di scrittura, quando è il momento di andare noto in Lei una certa resistenza all’assunzione di una postura verticale atta alla deambulazione fuori dalla porta con borse in mano. Così decido di uscire da solo per provvedere alla sussistenza.
Tornato a casa e, in procinto di preparare il pranzo, mi accorgo di non avere comprato la rucola. Lei la vorrebbe, ma dice che fa niente, pazienza, ne farà a meno, ma lo so, prima o poi verrà fuori che faccio la lista della spesa e poi non la leggo, indi esco, vado al super sotto casa, che di solito evito per via di un diverbio avuto con un cassiere tempo fa e poi perché ci sono sempre file bibliche, che quelle per la valle di Giosafatte impallidiscono al paragone. Miracolosamente trovo due persone con carrello più zeppo della giardinetta di mio padre quando da bambino partivamo per il mare, le quali, vedendomi col misero sacchetto della rucola in mano, hanno pietà e mi invitano a passare avanti. Un prodigio da non credere. Manca solo di scoprire alla cassa di essere il milionesimo cliente dell’anno e vincere la spesa gratis, la rucola appunto, e , invece, dato che ho fretta, incontro un’amica specializzata in bottoni che non vedo da qualche mese, e non per caso, che inizia un pippone sulla giunta Pisapia e sulla mancata cittadinanza al Dalai Lama. Non posso che darle ragione, ma la rucola mi brucia in mano e il sugo, ancorché a fuoco bassissimo, rischia di bruciare sui fornelli in cucina. Giunto sotto il mio portone saluto velocemente borbottando un mantra acconcio sul sindaco Pisapia e sparisco su per le scale: l’insalata per Lei è salva, così come la mia reputazione di provveditore alla spesa.
Pomeriggio: devo finire l’articolo. Lei esce, non ha voglia di stare in casa nonostante la temperatura tropicale esterna e la piacevole aria condizionata interna. Dopo dieci minuti il cellulare: “vieni, ci sono sconti, offerte, omaggi, ricchi premi e cotton fiocc, ti aspetto al secondo piano del negozio, poi scendiamo al primo dove c’è il reparto uomo”. “No guarda, vengo per farti compagnia, ma non compro niente, ho tutto, dalla giacca alla mutanda al calzino, non mi manca nulla. E poi il pezzo sul batterista lo scrivi tu.” Vado. Scelgo due vestiti con Lei, per Lei, paga Lei. Torniamo a casa entrambi soddisfatti. L’articolo lo finirò domenica mattina.
Sera: avrei voluto andare a vedere un Andrea Chenier in forma di concerto all’auditorium, bella musica in luogo fresco e accogliente. No, Lei vuole fare una sorpresa ad una sua allieva e andarla a vedere col suo gruppo ad Assago, all’aperto, al caldo-umido zanzaroso e appiccicoso. Va be’, Umberto Giordano può aspettare, non se la prenderà, ha l’eternità di fronte, meglio occuparsi dei vivi e volonterosi musicisti ancora in attività.
È notte: due chiacchiere a letto prima di dormire. Non sono di quelli che rinfacciano, detesto chi dice “ma io l’ho fatto per te” e odierei me stesso se lo dicessi, a meno di non farlo con malizia per scopi poco commendevoli. Per scherzare, però, mi viene da dire: “in fondo mi fai fare quello che vuoi.” E Lei: “ma tu fai solo quello che hai voglia di fare. Si sa.” “Ah, ecco…”

24 dicembre, manca l’olio d’oliva e la passata di pomodoro, che nella mia cucina sono fondamentali. Decido di affrontare l’orda della vigilia e muovere verso il super. Avrei voluto alzarmi prima, ma ormai sono le 9,30 ed è fatta. Guardo la macchina, non la lavo da tre mesi, non piove mai, se passo vicino ad una centralina anti-inquinamento e rilascio un po’ delle polveri accumulate il sindaco fa chiudere la città al traffico per un anno. Decido di andare all’autolavaggio, con due euro me la cavo, le do una sciacquata e mi lavo anche un po’ di coscienza, visto che è un diesel euro3, razza maledetta di questi tempi. Giunto sul posto noto un po’ di fila: per forza, è sabato, la vigilia di natale, tutti si sono accorti di quanto è sporca l’auto e decidono di lavarla per fare bella figura coi parenti. Non è tutto: a parte i pervertiti, quelli che lavano l’auto con meticolosità psico-patologica, la insaponano, la risciacquano, la asciugano e la massaggiano come delle geishe thailandesi, ci sono gli impediti che infilano i gettoni nel verso sbagliato, li incastrano nella macchinetta, la bloccano e non sanno come fare, si guardano in giro imbarazzati  – in tutte le auto in attesa c’è qualcuno che scuote la testa come a dire “ma guarda che pirla” – per scovare un addetto, ma quello si deve essere imboscato e la fila si allunga. Basta, ho l’auto sporca e ma la tengo, alla faccia del sindaco, dei parenti e di tutti quelli che quando passerò si volteranno a dire “ma guarda quello con che auto va in giro”. Mi dirigo verso il super e fermo al semaforo vengo adocchiato dal solito lavavetri armato di spazzolone. Avanzo di un paio di metri e gli faccio segno con la mano che non ho bisogno. Non ho bisogno???? Stavo per dare due euro ad una stupida macchinetta automatica, senza nemmeno conoscerne il proprietario, per lavare la macchina con le mie mani e rifiuto 50 centesimi ad un ragazzo, un essere umano che sta in mezzo alla strada, respirando le peggio cose, imbacuccato in sciarpe e maglioni visto il freddo che fa, che mi avrebbe almeno lavato il parabrezza per vederci un po’ meglio e mi avrebbe pure detto grazie e buon natale? Ma sono scemo? No, sono un coglione, ci sono voluti solo dieci secondi per rendermene conto, troppi, comunque, perché il semaforo verde è scattato, il ragazzo si è già allontanato e le macchine dietro pretendono giustamente di attraversare l’incrocio. Naturalmente al super si è riunito tutto l’universo e per comprare due cose mi tocca fare una coda biblica, che quella nella valle di Giosafatte al confronto sembrerà la fila davanti al cinema dove proiettano l’ultimo film di Kiarostami. Facciamo cose insensate, senza pensarci, solo per abitudine, pessima abitudine. Abbiamo delegato il pensiero all’istinto, viviamo di impulsi, agiamo compulsivamente. Forse anche perdere mezz’ora a scrivere queste righe è un’azione compulsiva, non sarà molto utile, ma almeno mi ha dato modo di rifletterci su. Ve le lascio, se avete cinque minuti da perdere.

Mattinata fresca, l’ideale per girare in bicicletta senza sudare e presentarsi davanti alla gente con la camicia che pare ci abbia dormito dentro il mio gatto e con un odore da capra tibetana bagnata. Senonché, d’estate, pare che anche varie specie di insetti trovino gradevole svolazzare per l’aere alla ricerca di un becco d’uccello in cui finire per essere digeriti o l’occhio di un ciclista in cui cacciarsi ed annegare: ad esempio, il mio. Non so di che razza fosse, comunque grosso e nero, dotato di ali, zampette, antenne e chissà quali altre appendici, non voglio nemmeno saperlo, fatto sta che uno di quegli animaletti inutili, se non per nutrire i pennuti, i quali potrebbero cambiare dieta una volta per tutte, ha pensato bene di farsi un tuffo nel mio bulbo oculare, orbandomi, mentre pedalavo sulla pista ciclabile di via Padova, notoriamente percorsa più da pedoni che da ciclisti, col rischio di fare una strage di cinesi e sudamericani e causare un incidente diplomatico di proporzioni inimmaginabili, fonte potenziale di conflitti locali, internazionali, mondiali. A riprova che sono i piccoli fatti che fanno la Storia. Prudenzialmente mi fermo e cerco, con ben poco successo, di estrarre l’esapodo spremendo bulbo e palpebre, versando lacrime, probabilmente spiaccicandolo per bene e rendendolo parte del mio apparato visivo, che, così mutato, tra qualche tempo potrà vedere nuove e differenti dimensioni, colori, angolazioni e prospettive. Fin qui la cronaca cittadina.
Una volta a casa, luogo protetto per antonomasia solo apparentemente, in realtà ambiente ricchissimo di insidie, si decide cosa mangiare. Qualcosa di buono, talmente buono da farmi dimenticare la brutta avventura con l’antennuto: una bella pasta aglio, olio e peperoncino. Con l’occhio ancora umido e un po’ dolorante — e pure ora che scrivo sento che brucia (ma di cosa sono fatti gli insetti in circolazione a Milano?) — metto l’acqua sul fuoco e preparo il condimento, consapevole del rischio che corro, già sperimentato in passato, qualora mi dovessi sfregare l’occhio con le mani che hanno appena sbriciolato la spezia. Infatti, appena preparato l’olio, l’aglio e il peperoncino, corro a lavarmi accuratamente le mani, per evitare il rischio di cui sopra. L’avverbio “accuratamente”, secondo il dizionario, deriva da “accurato”, definito come “condotto con precisione e competenza”, “che opera con attenzione e impegno”. Ora, accurato non è un valore assoluto, si può essere molto più accurati di quanto non lo sia stato io, evidentemente, perché, non appena mi sono toccato di nuovo l’occhio infastidito dal corpo estraneo che vi era penetrato, ho cominciato ad avvertire un bruciore sempre più intenso, dovuto al contatto con il rubicondo ortaggio, il quale, ancorché disseccato, mantiene tutte quante le sue  saporite e dolorose facoltà e caratteristiche. Naturalmente, mentre tentavo di sciacquare, questa volta davvero accuratamente, l’occhio in fiamme, suonava il telefono. Vi risparmio i dettagli volgari. Bene, se siete riusciti ad arrivare fin qui nella lettura, starete scuotendo la testa con compatimento nei confronti dello scrivente e ne avrete tutte le ragioni. D’altra parte, lo scopo di chi scrive è farsi leggere, indipendentemente dal giudizio finale che, essendo “finale”, appunto, giunge alla fine della lettura che è esattamente qui, dove c’è il punto.