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Pretese pelose

IMG_1205— Mi fai un caffè?
— No.
— Mi fai un caffè?
— No.
— Mi fai un caffè?
— No. Ti fa male.
— Come fai a dirlo?
— Non si è mai visto un gatto che beve un caffè.
— Appunto. Non puoi sapere se mi fa male o no.
— Non si è mai visto un gatto che beve il caffè perché gli fa male, appunto.
— Chi lo dice?
— Io lo dico.
— Da quando sei esperto di nutrizione felina?
— Da quando ti do da mangiare tutti i giorni.
— Il caffè fa male agli umani, non ai felini.
— Il caffè in dosi elevate fa male agli umani e ai felini.
— Ma io ne voglio solo una tazza.
— Sei troppo piccolo per una tazza.
— Mezza tazza.
— Sei troppo piccolo per mezza tazza.
— Un quarto.
— Senti, faccio un caffè per me, ci metto un dito dentro e te lo faccio leccare. Va bene?
— Va bene.
— Ecco, il caffè è pronto. Assaggia.
— Bleah, che schifo! Ma come fate voi umani a bere questa porcheria?
— E come fate voi felini a mangiare quei croccantini?
— Ma almeno quelli non fanno male.
— Ok. Sei contento ora? Caffè archiviato.
— Mmmmm…..
— Be’, che c’è ora?
— Mi fai un tè?
— No, ti faccio uno stufato di gatto.
— Cafone!

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Mattinata fresca, l’ideale per girare in bicicletta senza sudare e presentarsi davanti alla gente con la camicia che pare ci abbia dormito dentro il mio gatto e con un odore da capra tibetana bagnata. Senonché, d’estate, pare che anche varie specie di insetti trovino gradevole svolazzare per l’aere alla ricerca di un becco d’uccello in cui finire per essere digeriti o l’occhio di un ciclista in cui cacciarsi ed annegare: ad esempio, il mio. Non so di che razza fosse, comunque grosso e nero, dotato di ali, zampette, antenne e chissà quali altre appendici, non voglio nemmeno saperlo, fatto sta che uno di quegli animaletti inutili, se non per nutrire i pennuti, i quali potrebbero cambiare dieta una volta per tutte, ha pensato bene di farsi un tuffo nel mio bulbo oculare, orbandomi, mentre pedalavo sulla pista ciclabile di via Padova, notoriamente percorsa più da pedoni che da ciclisti, col rischio di fare una strage di cinesi e sudamericani e causare un incidente diplomatico di proporzioni inimmaginabili, fonte potenziale di conflitti locali, internazionali, mondiali. A riprova che sono i piccoli fatti che fanno la Storia. Prudenzialmente mi fermo e cerco, con ben poco successo, di estrarre l’esapodo spremendo bulbo e palpebre, versando lacrime, probabilmente spiaccicandolo per bene e rendendolo parte del mio apparato visivo, che, così mutato, tra qualche tempo potrà vedere nuove e differenti dimensioni, colori, angolazioni e prospettive. Fin qui la cronaca cittadina.
Una volta a casa, luogo protetto per antonomasia solo apparentemente, in realtà ambiente ricchissimo di insidie, si decide cosa mangiare. Qualcosa di buono, talmente buono da farmi dimenticare la brutta avventura con l’antennuto: una bella pasta aglio, olio e peperoncino. Con l’occhio ancora umido e un po’ dolorante — e pure ora che scrivo sento che brucia (ma di cosa sono fatti gli insetti in circolazione a Milano?) — metto l’acqua sul fuoco e preparo il condimento, consapevole del rischio che corro, già sperimentato in passato, qualora mi dovessi sfregare l’occhio con le mani che hanno appena sbriciolato la spezia. Infatti, appena preparato l’olio, l’aglio e il peperoncino, corro a lavarmi accuratamente le mani, per evitare il rischio di cui sopra. L’avverbio “accuratamente”, secondo il dizionario, deriva da “accurato”, definito come “condotto con precisione e competenza”, “che opera con attenzione e impegno”. Ora, accurato non è un valore assoluto, si può essere molto più accurati di quanto non lo sia stato io, evidentemente, perché, non appena mi sono toccato di nuovo l’occhio infastidito dal corpo estraneo che vi era penetrato, ho cominciato ad avvertire un bruciore sempre più intenso, dovuto al contatto con il rubicondo ortaggio, il quale, ancorché disseccato, mantiene tutte quante le sue  saporite e dolorose facoltà e caratteristiche. Naturalmente, mentre tentavo di sciacquare, questa volta davvero accuratamente, l’occhio in fiamme, suonava il telefono. Vi risparmio i dettagli volgari. Bene, se siete riusciti ad arrivare fin qui nella lettura, starete scuotendo la testa con compatimento nei confronti dello scrivente e ne avrete tutte le ragioni. D’altra parte, lo scopo di chi scrive è farsi leggere, indipendentemente dal giudizio finale che, essendo “finale”, appunto, giunge alla fine della lettura che è esattamente qui, dove c’è il punto.

donpastasbi2Il suo nome è Daniele De Michele, ma si fa chiamare Don Pasta. Il nome gliel’hanno dato in un ristorante senegalese di Parigi dove lavorava. Era l’unico bianco, era l’unico italiano, era l’unico in grado di fare una pasta decente, visto che lì cucinavano solo riso ed erano convinti che fosse un’invenzione africana. Si definisce gastrofilosofo, viene dal Salento e racconta la sua storia mentre cucina, accompagnato da due musicisti, Raffaele Casarano al sax, Marco Bardoscia al contrabbasso. Nel suo Food Sound System una vera cucina occupa il palcoscenico, assieme ad un tavolino, dove ogni tanto si siede per piluccare qualche cibo, bere un sorso di vino o tenere un comizio di rivendicazioni nutrizionali, mentre la narrazione si snoda tra una ricetta, il racconto di una storia d’amore finita, una metafora storico-socio-gastronomica (ma la parmigiana perché si chiama così se a Parma non ci sono le melanzane e perché il risotto giallo, tanto caro a Milano e a certi secessionisti, è fatto con lo zafferano, che non cresce certamente nella pianura padana?), mentre i musicisti intessono trame sonore intense o delicate a seconda della convenienza. La cucina, la gastronomia segnano i nostri tempi, siamo quello che mangiamo e come mangiamo, lento o frenetico, industriale o artigianale, supermercato o contadino, locale o internazionale (ma come fanno ad arrivare i pomodori dall’Olanda, dove non c’è il sole e fa un freddo cane? E perché ci ingozziamo di sushi quando il carpaccio di pesce crudo è una nostra specialità?), semplice  o complicato. La cucina semplice ha un’anima complessa, come Kind of Blue di Miles Davis, dice ad un certo punto Don Pasta, citando anche Tom Waits, Coltrane e i Clash. Ed è uno dei momenti più intensi e “saporiti” dello spettacolo. Se hai un problema, aggiungi olio, gli diceva sua nonna ed è diventato il suo motto, perché l’olio frigge meglio del burro e la pastafrolla ha bisogno di strutto, solo strutto, esclusivamente strutto. Don Pasta gira l’Italia e l’altro ieri ha fatto tappa anche al carcere di Bollate per uno spettacolo dedicato ai detenuti. Ieri era al circolo Arci La Scighera di Milano e il 27 novembre sarà a Roma al Jazz Festival all’Auditorium Parco della Musica per un evento speciale: WINE SOUND SYSTEM : BLOWIN’ IN THE WINE. Performance eno-musicale. Un vino, una canzone. Andate a vedere Don Pasta “già mangiati”, perché a stomaco vuoto rischiate gesti inconsulti o svenimenti da denutrizione.