Category: Scienza


In una vecchio volume di Vita Meravigliosa (non avete idea di cosa sia? fa niente) ho trovato un mio compito in classe di matematica di seconda media. Voto: 5 1/2. Ora, ditemi voi cosa me ne importava di scoprire quanti gradi misuravano gli angoli di un triangolo totalmente immaginato dall’insegnante, in un mondo in cui la geometria euclidea non ha alcun riscontro reale. E poi si lamentano se i giovani vanno in cerca di altre dimensioni irreali. Se sono loro a scuola a farci credere che esistono triangoli di due dimensioni, cosa ci impedisce di immaginarci realtà a 4, 5 o più dimensioni, dove tempo e spazio si accartocciano e si incrociano con forza e pensiero, dando vita a mondi che neanche riesco a descrivere, ma immagino come dei pacchi regalo che quando li apri ti ingoiano e ti spediscono in altri pacchi aperti da altri malcapitati in un incrocio di dimensioni, incontri, saluti veloci alla famiglia e auguri di buone vacanze. Quelle di cui avrei bisogno urgentemente.

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In  realtà comincio a pensare che una maledizione sia stata lanciata su questa casa e sugli esseri vegetali che la abitano. Chissà, forse è stata edificata su terreno sacro ai celti, quelli dei druidi che adoravano gli alberi. Nella foresta dei Carnuti non avrebbero mai costruito un palazzo di mattoni di quattro piani più mansarda ex solaio intonacato giallo. Al massimo la cattedrale di Chartre. Oppure è sorto su un antico cimitero longobardo – bevi Rosmunda dal teschio di tuo padre – e quelli non scherzavano in fatto di maledizioni, faide, croci, chiodi, corone. Sì, ma cosa c’entrano le piante con i longobardi? Perché ce l’avevano con le violette e i bonsai? Forse perché i Franchi producevano violette? Clodoveo aveva un animo poetico? Carlo Magno era un coltivatore diretto? Pipino Il Breve spargeva concime sui campi? Vai a sapere. Comunque questa è già una zona di Milano con pochissimo verde e potrebbe essere un indizio, al di là del piano regolatore e dei vandalismi perpetrati dai vari assessori all’urbanistica che si sono succeduti negli ultimi due secoli. Sui balconi mediamente non ci sono tutte queste piante, a parte il terrazzo di un appartamento praticamente disabitato, che viene aperto solo una volta alla settimana, di sera, quando un personaggio misterioso inonda le piante esposte con ettolitri d’acqua che si rovesciano regolarmente sul marciapiede sottostante, facendo pensare che qualcuno abbia lasciato aperto il rubinetto della vasca e sia in corso un allagamento. Più d’una volta sono venuti i pompieri. Ma quello mi sembra più un caso patologico che esoterico. Eppure l’esposizione a sud dovrebbe aiutare: il sole stimola la funzione clorofilliana e il ciclo riproduttivo, il cambio, il libro e tutte quelle cose che non ho mai capito fino in fondo quando studiavo scienze naturali a scuola, ma facevo finta, ripetevo a pappagallo e il mio 6 era assicurato, tanto sapevo che non avrei mai fatto il giardiniere. Ora sono partito e ho abbandonato le violette al loro destino. Mi chiedo cosa troverò al mio ritorno. Quale altra tragedia si sarà consumata. Il figlio di Godzilla si sarà mangiato quel che resta delle violette? Oppure si sarà rivoltato contro il padre e le avrà difese? Oppure sarà fuggito con la violacciocca? O col trifoglio selvatico? Tra qualche giorno scoprirò l’amara verità. Nel frattempo avverto oscuri presagi all’orizzonte. Stanotte ho sognato che nel giro di mezz’ora mi offrivano due lavori. Entrambi in Africa. Ho chiesto: scusate, ma c’è qualcosa che non va? Poi mi sono svegliato.

Non si sfugge alla regola: basta farsi notare che subito qualcuno è pronto ad abbatterti. Le violette stavano male. Nel vaso col trifoglio, il cespuglio guadagnava sempre più spazio, fioriva quando non lo guardavo, ma i gambi con le tre fogliette tanto care agli irlandesi crescevano rigogliosi. Pensavo, però, che i trifogli dei prati erano più grassi e di un verde più intenso, mentre questi mi facevano venire in mente un sottobosco ombroso, di un verde più spento, ai piedi di un grosso albero da cui farsi proteggere e, magari, rubare succhi e altro. Trifogli parassiti. Ma non era questo che mi preoccupava. In quel vaso, le violette tolleravano l’esibizione edonistica del trifoglio, lasciavano correre, consapevoli di un fascino cromatico e di una dignità poetico-romantica che la pianta tripartita non avrebbe mai potuto raggiungere, nemmeno se l’avesse cantata il Petrarca, che mai si sognò di dedicare liriche al trifoglio.
Nel vaso accanto, invece, qualcosa era accaduto. Due delle tre piantine di violette stavano appassendo, come la loro omonima sul letto di morte nel terzo atto causa tisi. E nemmeno un Alfredo a regger loro una foglia. Mentre il cactus, sempre più eretto, faceva sfoggio di spine e turgore e il figlio spuntava dalla terra con le stesse intenzioni. La terza violetta, forse sentendosi minacciata da un’oscura presenza, emetteva boccioli a ripetizione e si faceva visitare da api e altri esapodi. Era in cerca di alleati, evidentemente.
Sull’ altra finestra, invece, la vita scorreva liquida senza variazioni: la violacciocca cresceva con le sue foglie lanceolate, ma senza emettere boccioli e accennare a imminente fioritura, contrariamente a quanto indicato sulla busta dei semi, mentre il quarto vaso restava come quelle strisce di territorio che si vedono nei film tra una frontiera e l’altra, aride, sterili, dove nulla cresce, per paura di essere conteso dall’uno o dall’altro: terra di nessuno e che nessuno vuole. Io, però, lo annaffiavo ugualmente la sera: come era nato il trifoglio, probabilmente per un seme portato dal vento, chi poteva sapere quale pianta avrebbe potuto mettere radici? Magari un banano o un cocomero.Esageravo naturalmente.
Sul luogo del delitto, intanto, si aggiungeva dramma a tragedia: l’agrodolce presenza che seguiva con compassione il mio patetico tentativo botanico, infilando il suo prezioso indice nel vaso, trasgredendo le auree regole della scena del crimine, riusciva a sradicare il figlio di Godzilla, cioè, il piccolo cactus. Per un momento mi sembrò quasi di vederlo dibattersi e contorcersi attorno alla falange della gigantessa, ma era solo un’impressione. L’espressione da “l’ho solo sfiorato e mi è rimasto in mano” della boscaiola improvvisata e la mia preoccupazione per la sorte degli esserini vegetali vittime di chissà quale misteriosa forza del male, mi fece desistere dal mandarla sul vaso a indagare da vicino su chi minacciasse le mie violette. Ficcato un dito nella terra e ripiantato il minicactus a una certa distanza dalla crime-scene – un minore non dovrebbe vedere certe cose – ho lasciato che la natura facesse il suo corso sperando che sopravvivesse. E forse è così. Ma non le violette, ormai senza speranza. “La tisi non le accorda che poche ore”, cantava il basso di Verdi. Ebbene, anche quelle erano trascorse.

È quando le cose vanno bene che si erge il pessimista. È facile esserlo quando tutto va a rotoli. Se rotola, finirà nel burrone, a meno che qualcuno non lo blocchi…e sarà travolto lui stesso. Il pessimista vero indica la pioggia dopo il sole, la miseria dopo il benessere, il buio dopo la luce, la morte dopo la vita.
Io non sono pessimista, nel senso che al peggio, credo, non c’è mai fine e quindi è una linea nera continua. Tuttavia, per un momento, la speranza si era affacciata dalle tenebre, come una lucciola col singhiozzo in una notte senza luna nel bosco Atro. Quelle cinque piantine di viola, quel cespuglietto di violacciocca, il trifoglio ipertrofico e il piccolo cactus risvegliato dal letargo invernale sembravano volermi dire che laggiù, sotto terra, qualcuno mi amava. Ma non era così.
Dopo qualche giorno, nel quarto vaso continuava a regnare il nulla, tranne un ragno senza fissa dimora che cercava un appiglio dove agganciare una tela. Non trovando nemmeno un germoglio artritico, si lanciava dal quarto piano credendo di essere spiderman, cercando, con le zampette, di schizzare ragnatele, ma non avendo dita e palmi, falliva tragicamente spiaccicandosi sul parabrezza di un suv bmw, che lo spazzava via col tergicristalli laser.
Le cinque violette crescevano, cominciavano a sbocciare, uno, due, tre fiori. Anche il trifoglio sembrava voler fiorire: dei boccioli che lasciavano intravvedere dei piccoli petali gialli, che, però, non si sono mai aperti, almeno non in mia presenza. In compenso il cespuglietto si sviluppava in larghezza e occupava almeno un quarto dello spazio aereo del vaso. Anche il piccolo cactus si era fatto più lungo e gonfio e aveva assunto un bel colore verde pisello, con le sue belle spinette bianche fitte fitte. Anzi, ad un certo punto notai che un altro piccolo cactus spuntava dalla terra a pochi centimetri dal primo: il figlio di Godzilla. Al momento non c’era di che preoccuparsi, lo spazio era ampio, c’era posto per tutti, sopra e sotto terra.
Un bel giorno, però, un fiore, una viola, cominciò ad appassire. Niente di che, pensai, il ciclo della vita e della morte. È naturale. Le viole, poi, sono fiori delicati, si vede, e non durano settimane. Il suo posto verrà preso da altri fiori che stanno già sbocciando. Eccoli lì, ad annunciare la nuova vita che prende forza e da speranza.
Non era così. Altri eventi mi attendevano, tragici e inquietanti.

La terra trema, l’Italia barcolla assieme alle nostre certezze e speranze.
Senza tirare in ballo ipotesi catastrofiche precolombiane, a Milano è il terzo terremoto nel giro di cinque mesi che ci scuote in ogni senso. Se di giorno fa già un certo effetto destabilizzante, di notte lo smarrimento è totale e l’idea di uscire di casa al buio in pigiama non si rivela tra le priorità, almeno finché non diventa un’emergenza, ma, ripensandoci, a quel punto forse è già troppo tardi. Abitando al quarto piano, poi, ascensore e scale non sembrano i percorsi più sicuri e ci si chiede quale sia l’opzione meno rischiosa. Di restare a letto non se ne parla con l’armadio stagionale di fronte che potrebbe spalancarsi e riversarti addosso tutto il guardaroba estivo, invernale e di mezza stagione. Sotto il letto? Troppa polvere. E poi temo che le doghe non siano così robuste. Sotto il tavolo come Attila? È un’idea, anche se fa sentire un po’ ridicoli come in quei filmati amatoriali giapponesi, che mostrano stanze scosse all’inverosimile da sismi immani, con le suppellettili che crollano da mobili e scaffali e la gente che si rifugia sotto le scrivanie. Efficace, ma grottesco, anche perché non siamo in Giappone e i nostri edifici, per niente antisismici, crollano assieme alle suppellettili, non dopo.
Idea: mi metto al computer e verifico se alle quattro del mattino c’è qualcuno nelle mie stesse condizioni. Mi troveranno sepolto sotto le macerie in mezzo alle pagine di facebook. Infatti, di gente sveglia ce n’è, tutti arzilli e spiritosi, forse per esorcizzare lo spavento che si ripropone dopo pochi minuti, mentre si posta qualche battuta.
Ricomincia, dici, il pavimento ondeggia, ti alzi e ti appoggi al muro, lo senti solido e ti da conforto, ma i mobili rumoreggiano, scricchiolano, anche la tenuta del muro ha un limite, ma non sai qual è. Si apre da sola l’anta della vetrinetta e i bicchieri tintinnano, come in un brindisi. Cosa festeggiamo? Cosa ci auguriamo? Che finisca presto, subito, ora. Nessun segno ti assicura che sarà così. Non è come quando sei piccolo con il temporale. Terrificante, sì, ma sai che segue un percorso in crescendo, raggiunge un picco, un climax, poi lo senti allontanarsi e difficilmente tornerà. Il terremoto è imprevedibile, non ha orario, né codice di comportamento, è infido, vigliacco, ti assale alle spalle, mentre dormi, quando lavori, riposi, leggi, scrivi, mangi.
Non siamo abituati qui, ma, in fondo, dove ci si abitua?
È finita? Pare di sì, ma quando decidi che è andata anche stavolta senti un altro sussulto, dura un attimo, quanto basta per farti provare un ultimo brivido e mandarti di nuovo a letto con un incubo già confezionato, pronto per essere consumato.
Ora ogni vibrazione del letto è un brivido nella schiena. L’autosuggestione fa perfidi scherzi. Giù in strada si ferma un gruppo di persone che parlano e scherzano ad alta voce in una lingua sconosciuta. Accendono anche l’autoradio e sparano una musica assurda che nemmeno ricordo, ma mi fa ridere. Chissà se anche loro hanno sentito il terremoto? Ne staranno parlando? Sembrano allegri. Probabilmente ci ridono sopra, perché da loro sì che i terremoti sono forti, assieme a vulcani, uragani, alluvioni e maremoti. Qui la natura ha manifestazioni più discrete, civili, politicamente corrette e contenute. Ma la paura è la stessa. E mi addormento sulle portiere che sbattono e le auto che partono.