Non credo alle favole, anche se mi piace sentirle raccontare. Le apprezzo un po’ meno quando me le spacciano per verità. Con tutta la simpatia che ho per la complicatissima mitologia indiana, non credo a chi dice che siamo il risultato di decine di reincarnazioni, che abbiamo avuto vite precedenti in cui siamo stati guerrieri, stregoni, sguatteri, re, assassini, ladri o santi. Credo che abbiamo avuto degli antenati, è certo, basta andare all’ufficio anagrafe e in qualche archivio parrocchiale in cui siano registrate nascite e morti. Ora, se nel nostro dna è racchiuso il patrimonio genetico (vero prof Watson?) e in tutti quei pezzettini di non so cosa è scritto se saremo alti o bassi, biondi o bruni, sani o malati, belli o brutti, forse anche scemi o intelligenti, quello è il risultato di una complessa combinazione, una specie di strano puzzle in cui ogni tanto si perde qualche pezzo che viene sostituito da un altro. Da dove vengono i pezzi del puzzle? Chi ce li ha rifilati, quelli e non altri? Perché ce li dobbiamo accollare? Non potremmo sceglierli prima di metterli assieme e vedere cosa viene fuori? Pare di no, soprattutto perché ce li hanno regalati i parenti: nonni, bisnonni, trisavoli, padri e madri, e, si sa, i parenti sono suscettibili, si offendono facilmente, quando ti fanno un regalo a natale non puoi fare una faccia schifata, ma ringraziare e sperare di poter riciclare quell’orrore. Così il patrimonio genetico, ce l’hai, te lo tieni e non si cambia. Cosa ci sia nel patrimonio genetico è cosa nota, ora non ve lo sto a dire perché lo sapete tutti, ma mi piace immaginare che la personalità degli antenati sia racchiusa in quella doppia elica lunga lunga, che ricorda la doppia scala a chiocciola progettata da Leonardo nel castello di Chambord. Perciò, quando qualche scalmanato si fa ipnotizzare con l’illusione di regredire alle vite precedenti, si ricorda di essere stato un contadino ittita, di avere partecipato alla prima crociata del 1099 come assistente di Goffredo di Buglione, di avere attentato alla vita di Carlo V, di essere morto in Russia alle porte di Mosca maledicendo Napoleone o a Caporetto prendendo a male parole quell’ incapace del generale Cadorna. Bello no? Da scriverci un romanzo o farci un film. Peccato che quelle immagini e parole siano probabilmente la somma, meglio, il prodotto di ricordi personali, immagini mentali, fantasia e, forse sì, anche memoria genetica, ma le vite precedenti sono quelle degli altri. Ho scoperto che a metà del diciannovesimo secolo c’era un senatore in Georgia che si chiamava Thomas E. Watson, scriveva articoli per la rivista The Jeffersonian ed era un attivista piuttosto convinto del Ku Klux Klan. E se fosse stato un antenato di James Watson? E se le strampalate teorie del Klan fossero emerse all’improvviso nella coscienza del prof senza che lui se ne avvedesse, complice una cattiva digestione o un bicchiere di troppo? Confermerebbe le sue parole successive: “non so come ho fatto ad affermare sciocchezze simili.” Troppo elementare per Watson?