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“Eh, con gli anziani ci vuole pazienza.” L’abbiamo sentito dire centinaia di volte, anzi, noi stessi abbiamo pronunciato la fatidica frase non sempre accompagnata da una sincera convinzione. Però, forse, con un lieve moto di invidia. Come quando da bambino ti dicevano “sei ancora piccolo, non puoi farlo, non puoi capire, non puoi andare, non puoi, non puoi non puoi…” e allora pensavi “un giorno o l’altro diventerò grande e allora potrò capire, potrò fare, potrò andare, potrò, potrò, potrò…”, solo che poi non coglievi mai il momento giusto, te lo facevi sfuggire, bastava un attimo di distrazione ed eri diventato già troppo grande: “sei un ometto, ormai, devi capire, devi andare, devi fare…” e vedevi quelli più piccoli di te che si divertivano un mondo a fare le cose che avresti voluto fare tu, prima e ora. Ma tu non ci sei. Come una bestia da soma, ti hanno già caricato di responsabilità che non hai voglia di sopportare, ma devi. Stai crescendo. Non era questo che volevi? Eccoti servito. E tu che pensavi di essere libero diventando grande, perché vedevi gli adulti fare le cose che volevano con quella libertà e disinvoltura che agognavi, ti accorgi che crescere non libera, ma crea vincoli ancora più stretti di responsabilità, obblighi, convenzioni, affetti, che nemmeno sospettavi. La nostalgia di quando eri bambino, nonostante tutto, ti invade. Col senno di poi preferivi quel “sei troppo piccolo” che ti costringeva il corpo, ma non la fantasia, al “comportati da persona adulta”, che pare una dannazione eterna, perché si sa quando comincia, ma non quando avrà termine. E allora butti un occhio al nonno, che ne ha viste tante nella sua lunga vita e ora, nonostante gli acciacchi, sembra sereno, tranquillo, vive a un ritmo più umano del tuo, può permettersi l’ozio degli anziani sulla panchina del parco col giornale, le due chiacchiere con i coetanei nel cortile di casa, la benevolenza dei più giovani e la comprensione per il carattere un po’ burbero e spigoloso, ma in fondo buono. E ti chiedi: quando diventerò così anch’io? Quanto ci vorrà? Ma poi il dubbio: ci arriverò? E gli altri saranno così comprensivi con me? Io, che ho già un brutto carattere oggi (così dicono), fra trent’anni come sarò? Un vecchio brontolone che ce l’ha con tutti, bambini e adulti compresi? E se invece di avere pazienza mi spediscono in un ospizio dove mi coprirò di vomito e ragnatele? E ti vien voglia di maltrattare tutti già adesso, caso mai non riuscissi a farlo poi. Ma nemmeno questa è una soluzione praticabile. Siamo prigionieri, anzi, siamo in libertà vigilata con un sorvegliante al quale presentarci periodicamente e farci giudicare per verificare quanti anni ancora di condanna ci restano, prima che qualcuno pronunci il verdetto definitivo “Eh, con gli anziani ci vuole pazienza.”

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Sto facendo un lavoro un po’ così. Non è che sia brutto, ma neanche bello. È un lavoro e come tanti lavori ha le sue noie, le sue leggerezze e, lo riconosco, anche una certa utilità. In pratica telefono a casa della “ggente” per sapere che cosa pensa di questo e quello. Esatto, faccio il sondaggista, come quelli della tv, solo che in televisione, giacca e cravatta e foglietto in mano, mostrano i risultati del sondaggio con cartelli colorati e vignette, mentre il lavoro “sporco” lo faccio io assieme a centinaia di colleghi. Ora, come dicevo, non è così brutto, in fondo non vendiamo prodotti, anzi, acquisiamo opinioni e non siamo così invasivi. Certo, telefonare alla “ggente” mentre sta mangiando non è sempre simpatico e qualche insulto ce lo becchiamo, i telefoni sbattuti in faccia sono un discreto numero, ma, con mia sorpresa, sono molte di più le persone che si dispiacciono di non poter rispondere, perché hanno da fare. L’importante è non prenderla sul piano personale: non ce l’hanno con te, neanche ti conoscono, semplicemente ce l’hanno con lo scocciatore che ti ha mandato, tu sei solo il sicario e come sicario il tuo atteggiamento deve essere assolutamente distaccato rispetto alla missione. Zen, direi. Io ho sempre un po’ maltrattato chi fa questo lavoro, soprattutto se tentava di intortarmi con storie improbabili (Lo sa che da oggi può non pagare più il canone del telefono? ma vaff…) e ora sto scontando il mio contrappasso. Pensavo, però, di meritare una pena peggiore. I fanculisti devono alloggiare in qualche girone superiore del Purgatorio e non nelle più profonde bolge infernali.
Ci sono aspetti buffi e drammatici, a volte anche nella stessa telefonata, persino grotteschi, come quando il “sondando” accetta di essere sondato, diciamo su temi politici, e poi non vuole confidarti per chi ha votato, perché il voto è segreto: “ma perché ti devo raccontare i fatti miei?” “Perché ha accettato di rispondere alle mie domande.” “Quando?” “Un minuto fa” “Be’ allora non ho più voglia.” “D’accordo, ma non si arrabbi che la vita è breve.” “E la mia età non gliela dico.” “Me l’ha detta prima.” “Vabbe’, però non le dico per chi ho votato.” “Ok, nessun problema. Passiamo ad un’altra domanda: le dirò dei nomi di politici e lei mi dirà da uno a dieci quanta fiducia vi ripone.” “Va bene.” “Berlusconi.” “10!!!” “Bersani.” “1!!!” Fini.” “Ahhhhh!!!” E via così.
È buffo quando infili cinque o sei telefonate di seguito e senti che non hanno tempo perché stanno per uscire, tutti, uno dopo l’altro. Ma dove vanno tutti quanti alle otto di sera? Sono strane coincidenze. Ci sono quelli che non rilasciano interviste al telefono non concordate precedentemente, possibilmente via telefono. C’è chi teme che alla fine voglia vendergli comunque qualcosa, dalle pentole all’appartamento, ma la cosa più malinconica sono i vecchi. Sì, i vecchi, non gli anziani, perché quelli, anche a 90 anni, ti rispondono con la prontezza di un quarantenne rampante. No, i vecchi sono quelli che ti rispondono: “siamo due anziani, non sappiamo niente, non ci interessa niente, non ci serve niente, non leggiamo niente, non sentiamo niente, ci lasci in pace – non lo dicono, ma sembra che tra “lasci” e “in” vogliano inserire “morire” – e ti viene rabbia e tristezza, perché pensi che anche tu potresti finire così un giorno, che non è giusto, che non è questione di nord e sud, perché sono risposte che vengono da Bovolone come da Anzio, da Fossano come da Salemi e Ploaghe. A volte basta poco per risvegliarli: una battuta, un motto, una parola detta nel modo giusto, li fai sorridere e, anche se non rispondono alle domande, li saluti con piacere e loro ti augurano buona serata. Ma spesso non va così: il sapore delle parole è amaro, sono cortesi, malinconicamente cortesi, ma rassegnati, la realtà passa sopra di loro e pare lasciarli indifferenti, ma li seppellisce ogni giorno di più e la morte non li coglierà vivi.
A parte questo è interessante sentire gli umori delle persone e quel che faccio non è tanto diverso dal mio lavoro precedente, quando correva animata la conversazione. Qui non è che possa permettermi di ribattere o argomentare. In compenso lo fanno loro: non ho tanto tempo, mi dicono, ma poi, quando chiedi una risposta secca, i “sondati” non si accontentano e vogliono spiegare, anche se tu non prendi nota, perché non ti compete, ma vogliono comunque approfondire il tema ed è difficile resistere alla tentazione di aprire il dibattito. Mi pare di percepire molta rabbia e senso di impotenza, diffidenza e, tutto sommato, anche ironia, perché in fondo siamo in Italia e non si può pretendere. A volte la stessa rassegnazione dei vecchi, anche in persone di mezza età, che vorrebbero svuotare il parlamento e farci un ostello della gioventù, “perché i giovani sono il nostro futuro e bisogna dare loro le opportunità”. E i vecchi? Bivaccano davanti alla tv, tra quiz, ballerine e risse che non capiscono.
Il più simpatico ieri sera verso le 21:30:”Senta, stavo facendo addormentare la bambina. Se adesso si sveglia vengo lì!” Stasera, per un sondaggio su un quotidiano: “non leggiamo giornali, qui siamo tutti ALFABBETI!”