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E gli occhi dei poveri riflettono, con la tristezza della sconfitta, un crescente furore. Nei cuori degli umili maturano i frutti del furore e s’avvicina l’epoca della vendemmia.

(John Steinbeck, Furore, 1939)

Siamo il popolo, la gente che sopravvive a tutto, nessuno può distruggerci, noi andiamo sempre avanti.

(Ma’ Joad, Furore, John Ford, 1940)

Il 21 febbraio avevo postato queste citazioni dopo avere rivisto il film di John Ford e avere scoperto che, nella edizione italiana, la frase citata da Ma’ Joad, pur essendo fortemente emblematica, chissà perché, era stata tagliata. Sono in vena di classici, ultimamente, forse perché il mio romanzo si è arenato in rilettura e sto cercando motivazioni. In questi ultimi due giorni ho sorbito (è il verbo esatto, a sorsi brevi e frequenti) Stabat Mater di Tiziano Scarpa e, al di là dell’argomento musicale che mi ha intrappolato, l’ho trovato alquanto deludente, nella sostanza e nella forma. Questione d’opinioni, naturalmente e di propaganda televisiva, dato che era stato parecchio “pompato” nei programmi di divulgazione letteraria (è Einaudi) e mi ero fatto convincere. M’aspettavo di più. Ora, I Karamazov dovranno aspettare, perché Tom Joad ha preso il sopravvento.

L’altro giorno avevo letto una notizia talmente sconvolgente da impedirmi di pensare ad altro per ore: Michelle Hunziker, la bionda e ridente località svizzera, aveva licenziato la sua guardia del corpo, dopo che un giornale tedesco aveva pubblicato dettagli dei tatuaggi che il forzuto giovanotto mostrava sulle spalle. Uno di questi tatuaggi rappresentava un pugno chiuso, che, a differenza di quanto si potrebbe facilmente intuire, essendo un pugno bianco, non illustrava simpatie comuniste, ma di tuttaltra natura: è, infatti, il simbolo del White Power, potere bianco, un’organizzazione internazionale dell’estrema destra razzista. In effetti, il figuro ha confessato un passato militante nelle file di questa allegra e simpatica congrega. La Hunziker, dopo lunga e attenta riflessione (si azzarda persino un tempo biblico di dieci secondi, secondo i bene informati) aveva deciso di licenziare il pugno-tatuato, non potendone condividere i principi, nonostante la consapevolezza che si trattasse di un bravo ragazzo, un po’ neonazista, ma bravo, che, in più occasioni si era rivelato efficientissimo nel difendere la bionda elvetica dall’assalto di numerosi stalker con l’ossessione per il cioccolato e il formaggio coi buchi. D’altra parte, nessuno lo obbliga a fare la guardia del corpo alla Campbell o a Beyoncé, basta che sia bianca e ariana e il suo impegno è garantito.
Ma oggi il ribaltone: la Bild, giornale sempre attento ai fenomeni sociali, rivela che il giovane nazista è stato riassunto dalla sghignazzante località svizzera, perché, in fondo, “tutti meritano una seconda possibilità”. Non è estraneo al generoso voltafaccia, il fatto che il pugno bianco sia sparito dalle terga del giovane, sostituito da una rosa. Anzi, il preciso e analitico foglio teutonico precisa che il pugno del White Power non è stato coperto dal nuovo disegno, bensì proprio eliminato con gli aghi. Si deduce, quindi, che l’ex neo-SS si sia sottoposto ad una dolorosa operazione, vogliamo immaginare senza l’uso di alcun anestetico, pratica troppo poco virile per lui, allo scopo di eliminare quel vergognoso passato. Ha anche promesso che non lo farà più.
Oggi il mondo è un posto migliore. Con l’eccezione, forse, della Svizzera.

Sarà banale, qualunquista, antisociale, apolitico, un po’ becero (ma visto il personaggio non stona), benaltrista e diseducativo, ma che l’europarlamentare leghista Speroni con la sua fuoriserie, acquistata grazie alle ricche prebende che il suo ruolo gli concede anche a nostre spese, abbia superato il suo personale record di velocità sulle autostrade tedesche raggiungendo la vertiginosa quota di 316 Kmh, non può fregarcene più del desiderio di maternità di Alba Parietti a 50 anni o del rifiuto di Hamsik di tagliarsi la cresta, anche se glielo chiedesse Berlusconi in persona (pensa un po’, un calvo che chiede ad un capelluto di tagliarsi la chioma per il suo gusto estetico). Ma non ci sono notizie più importanti da evidenziare sui giornali? Ora che arriva l’estate, poi, i giornali sembrano tutti minzolinarsi oltre misura: o parlano di scandali, o di cronaca nerissima, o degli accoappiamenti di panda, koala o mantidi religiose, con analisi delle posizioni kamasutriche e tantriche, tra le più adatte ad essere emulate dalla specie umana sulle spiagge della Versilia o del Gargano. Anche le redazioni meritano le vacanze, d’accordo, ma qualcuno di turno resta a presidio delle notizie vere?

Il paradosso di Protagora


Evatlo era un giovane che desiderava essere istruito nell’eloquenza e nell’arte di discutere le cause. Si recò da Protagora per essere istruito, impegnandosi a corrispondere, quale compenso, l’ingente somma che Protagora aveva richiesto il giorno in cui avesse discussa e vinta la prima causa davanti ai giudici. Tuttavia Evatlo, terminati gli studi, non fece l’avvocato, non vinse alcuna causa e non pagò mai Protagora, il quale lo denunciò.
Davanti ai giudici, Protagora così si espresse: “Sappi, giovane assai insensato, che in qualsiasi modo il tribunale si pronunci su ciò che chiedo, sia contro di me sia contro di te, tu dovrai pagarmi.
Infatti, se il giudice ti darà torto, tu mi dovrai la somma in base alla sentenza, perciò io sarò vittorioso; ma anche se ti verrà data ragione mi dovrai ugualmente pagare, perché avrai vinto una causa”.
Evatlo gli rispose: “Se, invece di discutere io stesso, mi avvalessi di un avvocato, mi sarebbe facile di trarmi dall’inganno pericoloso. Ma io proverò maggior piacere avendo ragione di te non soltanto nella causa, ma anche nell’argomento da te addotto. Apprendi a tua volta, dottissimo maestro, che in qualsiasi modo si pronuncino i giudici, sia contro di te sia in tuo favore, io non sarò affatto obbligato a versarti ciò che chiedi.
Infatti, se i giudici si pronunceranno in mio favore nulla ti sarà dovuto perché avrò vinto; se contro di me, nulla ti dovrò in base alla pattuizione, perché non avrò vinto.”
I giudici, allora, considerando che il giudizio in entrambi i casi era incerto e di difficile soluzione, giacché la loro decisione, in qualunque senso fosse stata presa, poteva annullarsi da se stessa, lasciarono indecisa la causa e la rinviarono a data assai lontana.

Il paradosso di Berlusconi


Un giorno gli italiani fanno un patto con Berlusconi: gli conferiscono un mandato politico affinché renda migliore l’Italia. Berlusconi assume il mandato politico, ma si dedica ad altro: si occupa dei suoi affari, organizza festini, nomina parlamentari e amministratori amici e amiche, amichetti e amichette, devasta il buon nome dell’Italia nel mondo, si diverte e diventa sempre più ricco. Allora gli italiani, stanchi di tanto malcostume, lo denunciano per avere disdetto il patto. Lui cosa fa? Prima di tutto dichiara di non essere un politico e quindi di non avere gli obblighi vecchi e stantii della politica, tuttavia, se proprio gli italiani desiderano considerarlo in quella veste, in base al potere politico che gli è stato conferito, cambia le leggi in modo da non essere condannabile. In ogni caso vincerebbe. Nomina parlamentari i suoi avvocati, in modo che lo aiutino a legiferare in suo favore e in tribunale organizza comizi autodifendendosi e definendosi cittadino “più uguale degli altri”, come i maiali della Fattoria degli Animali di Orwell. Persino i giudici rinunciano a condannarlo data l’impossibilità di fare veramente giustizia. Anche quando si avvale del suo ruolo politico – vedi caso Ruby – lo fa a suo vantaggio, adducendo ragioni di Stato e diplomatiche. Inoltre, nel momento in cui gli italiani potrebbero spogliarlo del mandato politico conferitogli, Berlusconi mette in moto la sua macchina propagandistica e convince gli elettori, molti, non tutti, che in fondo lui è l’unico che potrebbe sistemare il Paese e se non l’ha fatto finora è colpa delle cattive compagnie (Fini, Casini) e degli avversari (Comunisti!) che gliel’hanno impedito. Ecco perché un’ ampia parte di italiani ancora lo ammira per l’acume e la scaltrezza con cui sfugge alle leggi e alla giustizia. Vorrebbero essere come lui e lo votano, sperando che un po’ della sua furbizia li contagi. Peccato che la furbizia non sia come la scarlattina, altrimenti saremmo davvero un Paese migliore.

locandina5È stata una serata gradevole, ma anche no, ma in fondo sì. In realtà la previsione iniziale è stata: non c’è nessuno, suoneremo per le sedie. Poi, improvvisamente si è palesata una tavolata di ventidue persone, tra le quali alcuni vip come Billy Costacurta e gentilissima signora (io sogno ancora Martina Colombari ricoperta di cioccolata, tipo Loacker, da Daniele Luttazzi in Satyricon) assieme ad alcuni amici e un’intera squadra di calcio. Si dà il caso che i pallonari avessero un’età media di otto anni, cosicché è bastato allontanarci pochi minuti dal palco per cambiarci e svolgere qualche funzione fisiologica – non necessariamente in quest’ordine – per trovare, al nostro ritorno, undici mini-vandali malintenzionati aggirarsi tra i nostri strumenti. Confesso che ho fatto molta fatica a trattenere l’erode che vive in me, mentre Giada tentava faticosamente di avviare un negoziato con Genserico junior e compagni. Il risultato temporaneo è stato di allontanare, almeno giù dal palco, i piccoli barbari, visto che i loro genitori sembravano piuttosto restii a legarli, com’era giusto, alle gambe del tavolo. E così è iniziata la serata, tra le urla belluine dei brevilinei dalle ginocchia sbucciate, mentre attorno ai tavoli imbanditi erano seminate tovagliette e tovaglioli di carta. Ad un certo punto qualcuno dei micro-lanzichenecchi ha pensato bene di sedersi e dondolarsi sui tavoli sotto il palco, regalandomi la tetra speranza che prima o poi  avrebbe lasciato gli incisivi sulle assi di legno. Speranza che si è avverata solo in parte, perché un tavolo si è effettivamente ribaltato, ma i giovanissimi selvaggi sono stati pronti a balzare giù senza danni, conservando denti e gengive. È stato quello il dramma, perché, rendendosi conto che, per esibirsi, un palcoscenico è ben più solido e stabile di un tavolo,  ecco che ce li siamo trovati tutti intorno: c’erano bambini che correvano, altri urlavano, altri ancora ballavano, urtando pericolosamente la mia tastiera; c’era chi spostava l’asta del microfono, costringendo Giada a mollare la chitarra per risistemarlo; uno si era fissato con me e, mentre suonavo, era convinto di poterlo fare anche lui, non sapendo di rischiare l’amputazione delle falangi a morsi. Alla fine, abbiamo deciso di chiudere il set, ormai un misto tra l’asilo d’infanzia e una bolgia infernale, mentre i pestiferi venivano recuperati da chi li aveva malauguratamente generati, qualcuno con espressione di scuse e comprensione nei nostri confronti, altri dotati di macchine fotografiche per immortalare orgogliosi le gesta dei loro eredi in istantanee che, spero, finiranno in qualche trattato di criminologia. Quando ormai sembrava chiusa la serata di un giovedì santo demoniaco in cui Milano pareva svuotata anzitempo, ecco apparire una compagnia di nostri amici venuti apposta a sentirci. Per loro siamo risaliti sul palco e in un clima finalmente civile abbiamo portato a termine lo spettacolo, dopo il quale, c’è stata anche una mini-session afterhour, dato che uno dei nostri amici è un pianista ed è bastato che uscissi un momento per caricare le mie cose in macchina, per  trovare Giada intonare Let It Be e Hey Jude con lui, fatto ancora più grave per lei, rollingstoniana convinta. Ma si sa, la donna è mobile ed in giro è pieno di mobilieri.
Due dati positivi: il locale è piuttosto bello, i gestori simpatici, la cucina buona e ci torneremo; inoltre, ho ritrovato un amico che non vedevo da più di trent’anni, Andy Gee ed è stato bello scoprire che non siamo cambiati molto.

Information is not knowledge
knowledge is not wisdom
wisdom is not truth
truth is not beauty
beauty is not love
love is not music
music is the best

Per i 70 anni di Frank Zappa (1940-1993)

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