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La Signora Bovary

Non avevo mai letto Madame Bovary. Per una equivoca interpretazione, forse perché giudicavo in tal senso le ragazze e le donne che me ne avevano parlato negli anni, credevo fosse un romanzo “femminista”, in cui la protagonista spezzasse le regole e le convenzioni sociali e si lanciasse in una battaglia di emancipazione e liberazione dall’imposizione maschile e maschilista. Ma non è questo che mi aveva tenuto lontano dal libro. Semplicemente non me lo sono mai trovato tra le mani e neppure l’ho mai cercato. Stavolta, invece, me ne hanno dato una versione elettronica e ne ho trovata una copia cartacea in casa. Ed è stata una piacevole scoperta. La Signora Bovary è un romanzo ottocentesco, scritto magnificamente (un’opera prima!), che racconta anche di convenzioni e ipocrisia, di una società borghese che sogna un benessere effimero e materiale, di arrivismo e furfanteria (siamo nella prima metà del secolo, in piena Restaurazione), ma, soprattutto, di una passione smodata, di sentimenti estremi, di un sogno d’amore idealizzato che si frantuma contro una realtà gretta e miserevole sino all’inevitabile tragedia. Caso vuole che appena prima di attaccare il capolavoro di Flaubert, abbia letto I Giorni dell’Abbandono di Elena Ferrante, un’altra storia di sentimenti estremi, sino al limite della follia. Ora, che Elena Ferrante sia un uomo o una donna poco importa, nel momento in cui la scrittura appare tanto “femminile” quanto quella del romanziere francese. Emma Bovary non è una suffragetta, non sogna la rivoluzione, non gliene importa nulla dei diritti delle donne (anche se vive la consapevolezza dell’impotenza delle donne in quella società, ma non immagina una possibilità di emancipazione) e nel momento in cui estorce al marito una procura amministrativa non è per avere potere economico, ma solo per saldare vecchi debiti, dilapidare il denaro di famiglia, viaggiare e incontrare il più possibile il suo amante, che, come tutti gli uomini, la deluderà, la tradirà, la porterà alla disperazione. Nonostante la pochezza di questa donna, la sua ingenuità, il suo colpevole candore (per certi versi Flaubert ce la descrive come una povera sciocca, illusa, nemmeno troppo in sé, una madre snaturata, ma anche astuta nell’inganno del marito), l’autore sta dalla sua parte, ne ha pena e comprensione e il lettore se ne convince. Il marito, il mediocre dottor Charles Bovary, e tutti i personaggi maschili sono tratteggiati impietosamente, forse con l’eccezione dell’infelice tuttofare Hyppolite, il quale, però, subirà il martirio peggiore: gli sarà amputata una gamba per la vanagloria del medico, trascinato dal farmacista del paese, altro personaggio saccente, pavido, arrivista e insopportabile. Tutto questo solo per dirvi che i libri e le storie che raccontano sono la compagnia più straordinaria e sorprendente che si possa immaginare.

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Leggendo la storia dei fratelli Grimm, anni fa, scoprii che vi era una tradizione tra i popoli germanici e barbari in genere: quella di non scrivere le storie. I Celti, ad esempio, lo facevano per misteriosi motivi religiosi; altri per evitare che le storie, una volta scritte, fossero dimenticate. Sì, perché, potrà sembrare assurdo, ma la scrittura, pur tramandando la memoria, la relega alla pagina, consentendo alla nostra mente di liberarsene.
Questo mi ha fatto pensare ai nostri tempi internettiani. Quante volte ci è capitato di tentare di ricordare un nome, una data, un evento, anche solo una parola e abbiamo fatto ricorso ad un motore di ricerca? Le enciclopedie e i dizionari giacciono sempre più impolverati sugli scaffali delle nostre librerie, sostituiti dai loro parenti elettronici, così spesso imprecisi, pressapochisti, superficiali, per non dire, addirittura, scorretti. E la nostra memoria è sempre più libera dai ricordi, il nostro hard-disk personale è on-line, sul web, consultabile in rete.
Confesso che la cosa mi spaventa un po’. Forse sono troppo ansioso o ignorante e immagino cose impossibili, ma se un malaugurato giorno la rete andasse in tilt, tutto il nostro sapere, delegato al supporto informatico, dove andrebbe a finire? Se l’esercizio della memoria è così scarso, se decenni fa le enormi calcolatrici elettroniche da tasca, proibitissime quando andavo a scuola io, cominciarono ad inibire le nostre capacità di moltiplicare e dividere “a mente”, non ci staremmo trasformando tutti in poveri dementi senza ricordi?
D’accordo, sto esagerando e forse il demente sono io, che ricordo le facce, ma spesso non le associo ai nomi facendo figuracce, tuttavia ho appena letto uno studio pubblicato su Science, che si basa su esperimenti fatti attorno al pericolo di perdere la memoria per colpa della Rete. Guarda caso. Secondo questo studio della Columbia University di New York, la consapevolezza di avere a portata di click la conoscenza, la memoria, il sapere, sta diminuendo le capacità delle nuove generazioni di “ricordare”. La ricerca ha evidenziato come internet stia trasformando il modo di organizzare la nostra memoria. In altre parole, più che ricordare la nozione, le nuove generazioni tendono a memorizzare il sito su cui andarla a cercare, il metodo di ricerca, le parole chiave. A pensarci bene è quasi un concetto zen: è più importante il percorso della meta. Ma se metto Zen nel motore di ricerca quanti milioni di pagine escono. E poi: Zen cosa? Cosa? I Fratelli Grimm erano Celti? E Panoramix? Ma dove sono? E voi chi siete…