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hugh_grant4.jpgDi solito cerco di non creare paralleli tra un romanzo e il film che ne viene tratto, perché i due linguaggi spesso sono in contrasto e si rischia di esprimere un giudizio troppo condizionato, tuttavia ieri ho visto Un Ragazzo diretto dai fratelli Weitz e tratto dall’omonimo best-seller di Nick Hornby. Lo scrittore inglese mi aveva già impressionato favorevolmente per la cattiveria amara e non “costruita” di Come Diventare Buoni, mentre l’estate scorsa avevo apprezzato la sensibilità e inventiva musicale di Alta Fedeltà e la delicatezza di About A Boy. Soprattutto quest’ultimo, da cui è stato tratto il film con Hugh Grant, risultava un ritratto veritiero e circostanziato del dramma della solitudine, quella a cui si è costretti per motivi di emarginazione sociale (il ragazzino dodicenne allevato da una madre isterica, tardo-hippy, fuori tempo massimo) e quella cercata, coccolata, elevata a valore (bastare a sé stessi, i soli sono sempre in buona compagnia – cantava Giorgio Gaber), ma in realtà vuota, consunta sino a mostrare la sua inutilità e assenza di significato (il trentenne nullafacente che vive di rendita con i diritti d’autore di una canzone natalizia del padre). Le due condizioni, così diverse, opposte, incompatibili, ma, in un certo senso, complementari, si incastrano l’una nell’altra e  il lieto fine non è così scontato, anzi, nonostante ci si trovi in una Londra grigio-verde, tra quartieri medio-borghesi, parchi curatissimi e ristoranti post-moderni, che non predispongono alla serenità dell’animo, la scena finale festosa e familiare arriva un po’ a sorpresa e non dispiace. La pellicola resta piuttosto fedele alla pagina, nonostante qualche inevitabile  elisione e riassunto (forse lo stesso Hornby ha capito che lo stile “cinematografico”, fatto di sequenze chiuse, paga in termini di diritti e non è neppure l’unico) e il protagonista Hugh Grant, a parte qualche faccetta e posa da piacione (un’acquisizione americana) che si poteva risparmiare, è credibile come fannullone infingardo. Anche il ragazzino Chris Hoult, col suo faccino rotondo e triste, è pressappoco come ce lo si immagina leggendo il romanzo. Insomma, libro e film non deludono: svelti, senza fronzoli, ma che scavano e possono far male.

Ma chi diavolo è mnorgovudkka from Mongolia e cosa vuole da noi? Google lo segnala 4950 volte tra il 28 e il 29 dicembre? E poi ci saluta con un sibillino “buy”, che non si capisce se sia un invito al consumo (e a quel punto qualche sospetto sull’origine ce l’ho) o si tratti semplicemente di poca conoscenza dell’inglese, anche se bye è una delle parole più comuni. Comunque i saluti in realtà arrivano dalla Russia, zona di Mosca e se vi interessa ricambiare il saluto (magari si sente solo/a) il contatto è lenokin.74@mail.ru.

buybye.