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2009_1697_4717Fondamentalmente sono un libertario, ai confini con l’anarchismo, se non considerassi quest’ultimo un’ipotesi di mondo ideale basato esclusivamente sulla responsabilità, sulla coscienza, sulla legge morale di kantiana memoria e quindi pura utopia. Mi fa ribrezzo l’autoritarismo, provo nausea per l’arroganza, detesto il privilegio acquisito senza merito e sbattuto in faccia a chi non ne è ritenuto “degno”. Insomma, mi piace che ognuno faccia quello che gli pare nei limiti della decenza, del rispetto e della tranquillità altrui. Ma non sulla mia testa dove esigo ordine e disciplina. Ho cento milioni di miliardi di capelli e ognuno – e dico ognuno – fa quel diavolo che vuole. Non c’è regola, non c’è decoro.
Mi sveglio al mattino e guardandomi allo specchio mi rendo conto del degrado della società pilifera, del disfacimento che dilaga sul cuoio capelluto, dell’emarginazione cui sono relegati coloro che tentano un recupero di certi valori che sempre ho cercato di instillare tra i bulbi: diventano bianchi per lo sforzo ed esposti prima al pubblico ludibrio – spiccano, infatti, come candide betulle in un bosco di brune querce – e poi all’esilio, costretti ad abbandonare i luoghi in cui sono cresciuti lucidi e vigorosi, destinati a precipitare nello scarico del lavabo estirpati dal crudo dente del pettine. Gli altri se la godono, invece, stravaccati uno sull’altro senza alcun criterio estetico o ritti in piedi, stirati per tutta la lunghezza, come fossero attratti da una forza magnetica dal cielo oppure schiacciati sulla pelle, soprattutto al mattino, senza alcuna voglia di sollevarsi assieme al loro proprietario, che con immensi sforzi cerca di guadagnare la posizione verticale abbandonata solo qualche ora prima. Acqua e pettine non sortiscono che effetti risibili: talvolta i fedifraghi fingono di sistemarsi come padrone comanda, ma è solo un modo per illuderlo e burlarsi di lui senza ritegno dopo pochi minuti.
Ricorrere alla decimazione produce solo effetti temporanei e di brevissima durata. Le visite dal parrucchiere (chissà poi perché si chiama così, visto che quasi mai vende parrucche) sono frequenti, ma ben poco soddisfacenti, anche perché l’abile tonsor sa benissimo che meno taglia e prima vedrà tornare il cliente e perciò lo tradisce fingendo profonde sforbiciate, ma in realtà nasconde la lunghezza della chioma orientandola orizzontalmente di modo che al cliente appaia un taglio a spazzola, quando, invece, gli infingardi cornei sono pronti a drizzarsi al primo lavaggio casalingo. Canaglie.
Ieri, poi, in piscina hanno tolto i normali asciugacapelli a forma di pistola – che conferiscono all’utente una strana postura da aspirante suicida – e installato degli apparecchi asciugamani, di quelli che si trovano normalmente nei bagni dei locali, dei teatri, degli autogrill, che soffiano un getto d’aria calda da un bocchettone lungo pochi centimetri. Li hanno posti ad altezze variabili, affinché ognuno possa scegliere il suo a seconda della generosità che la Natura ha voluto mostrare nei loro confronti in termini di apparato scheletrico. Ci si colloca sotto il getto e si avvia il macchinario (a pagamento, 20 cent): vi lascio immaginare il risultato sotto una corrente tiepida da galleria del vento concentrata in un flusso di cinque centimetri di diametro. Sono uscito dalla piscina che sembravo l’omino della Presbitero, quello che molti anni fa pubblicizzava il noto marchio di strumenti per la scrittura manuale. Ho guardato con invidia i compagni di nuoto che non hanno tale necessità, bastando loro una salvietta per asciugarsi l’epidermide sgombra da qualsivoglia germogliazione pelosa e mi è parso che loro guardassero me, ma non so se con invidia per l’esuberanza tricotica o compatimento per l’acconciatura eolica.

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Quando si cambia casa, zona, città, Paese, si trasloca insomma, cosa si fa in prima istanza? Sì, certo, si impacchetta tutto in appositi scatoloni recuperati nel retro di qualche magazzino, scartando quelli umidi, marci o che hanno contenuto forme di vita aliene, poi ci si accorge di avere un’enormità di roba e gli scatoloni, da parallelepipedi che erano originariamente, si trasformano in solidi che neppure Euclide saprebbe definire, dato il numero e l’irregolarità delle facce. Allora si deve selezionare, si butta il superfluo, si piagnucola un po’ perché certe cose si vorrebbero tenere, ma non si può conservare tutto e il distacco è sempre doloroso, ma checcazzo! siamo uomini e dobbiamo dimostrarci tali, ma non troppo, altrimenti ci si fa del male per nulla. Alla fine si carica il tutto su un camion, i meno fortunati o più parsimoniosi si accontentano di numerosi viaggi in auto o selezionano più profondamente, tagliano le necessità intrinseche ed estrinseche, morali e materiali e partono solo con uno zainetto pieno di dischi e libri e via!, verso la nuova destinazione. Ivi giunti, ci si guarda in giro entusiasti per le nuove scoperte che ci attendono, le avventure che ci coinvolgeranno, le inedite sensazioni che avvolgeranno la nostra anima. Tutto questo deve però aspettare, perché c’è da aprire gli scatoloni e decidere la collocazione di ogni cosa, sperando di trovare un posto per ogni cosa e mettere ogni cosa al suo posto, come diceva quella macera-palle di Mary Poppins. Il ripiagnucolamento riprende inevitabilmente quando ci si accorge di non avere più quel soprammobile che ci piaceva tanto, comprato in quel negozietto della ValdiNon o il portafortuna bretone, il triskell irlandese o la felpa delle isole Andenes con la balena. Mapperdiana, chissenefrega dei soprammobili e del portafortuna! Piuttosto, dov’è finito il disco di Tuck & Patti??!! Sparito! L’ira funesta rischia di rovinare l’atmosfera nostalgica. Chissà, magari in fondo a qualche scatola verrà fuori. Comunque, svolte le incombenze logistiche, è il momento delle pubbliche relazioni. Quando si abita una nuova casa, ci si presenta ai vicini o sono loro a venirci a trovare? Chi deve fare il primo passo? Si suona il campanello e, come un rappresentante di aspirapolvere, “salve, mi presento, sono il vostro nuovo vicino di casa”, oppure si attende che venga organizzato un comitato d’accoglienza e una sera, mentre si torna a casa, si ha l’improbabile sorpresa di trovare uno striscione nell’androne con scritto “Benvenuto! e tutti che applaudono e sorridono come deficienti? Sono così pericolosamente vicino all’asocialità, che sarà bene guardarsi intorno, perché ho l’impressione che il comitato di benvenuto sia un’invenzione da film americano stile Brian Yuzna, dove si scopre che i cortesi concittadini in realtà sono una setta cannibale invasata e non voglio finire fagocitato durante un’orgia. Vado e busso. Vi saprò dire. Se sopravvivo.