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BlogLa mia quotidianità felina ha ormai superato il ventennio. Iniziata per caso, per far piacere a colei che ha invaso e cambiato i connotati alla mia vita da molti più anni, è diventata un tratto caratteristico della mia individualità, privata e pubblica: mi è capitato più d’una volta di sentirmi apostrofare “ah, tu sei quello dei gatti”, senza disprezzo, ma talvolta con sufficienza o compassione. Due libri di racconti sui gatti hanno lasciato un segno più profondo di trent’anni di articoli sui giornali o di parole in radio in taluni, per non dire dei tre romanzi. Non me ne dolgo, anzi, ne vado anche un po’ orgoglioso: in fondo la comunicazione passa anche da questo. Tuttavia resta la sensazione che noi appassionati di gatti si sia considerati una razza a parte, quasi una setta, the rest of us, come si usava definire chi adottava solo MAC come computer – e io tra questi – piuttosto che gli abominevoli Dos/Windows/IBM-compatibili. Ma ci torneremo un’altra volta.
L’inizio non fu semplice: Ruby Tuesday, la nostra prima dolcissima gattina, purtroppo superò appena la soglia dei tre anni prima di lasciarci. Il caso volle che la micia di mio cognato avesse appena sfornato sei cuccioli e di lì a farsi catturare da due di loro ci volle un attimo. Attila e Rossini riempirono letteralmente la nostra casa e la nostra vita. Fu anche a causa loro che iniziai a scrivere per diletto – e non solo per lavoro – nel mio primo blog What A Wonderful World. Era il 2005 quando pubblicai i primi post dedicati alle esperienze maldestre di Rossini con le piante grasse di casa e poi con i bonsai, da cui il titolo del primo volumetto di racconti e di questo blog. Quindi Attila e la sua baldanza muscolosa, mansueta e paciosa, durata, sfortunatamente, meno del previsto, anche se sono stati tredici anni meravigliosi. Ora che l’estate scorsa anche Rossini, alle soglie della maggiore età, si è fermato e ci ha salutato con la sua zampina alzata, ci è voluto un po’ per riprendersi. Ma alcuni mesi di elaborazione del lutto e un’occhiata in giro sulle pagine di qualche gattile, ci ha fatto tornare la voglia di farsi devastare la casa e l’esistenza dai veri sovranisti, padroni in casa propria e guai a chi entra non invitato o gradito. Erik e Mimì sono la nuova famiglia reale (sono ancora due principini) alla quale dovremo sottometterci, salvo ribellarci quando dispotismo, abuso e insolenza supereranno il segno. E ci siamo vicini. Continua a leggere

L’industria del disco è in crisi? Dicono di sì. In realtà sono in crisi soprattutto le grandi case multinazionali, a tutto vantaggio delle piccole etichette dalla struttura snella, dalla distribuzione approssimativa, spesso on line, ma che rappresentano il futuro della creatività. Tuttavia il tradizionale negozio pieno di quei dischetti argentati solcati da una lunga spirale atta alla lettura ottica mantengono il loro fascino. Un conto è cliccare sullo schermo alla ricerca di musica, magari in formato mp3 a 128kbps ammazzafrequenze, un altro è scartabellare tra gli scaffali ricolmi di cd, spesso in disordine, perché prima di te è passato un indeciso con tendenze vandaliche, che ha sparso la discografia di Gogol Bordello e John Zorn in mezzo a quella di Olivier Messiaen, per cui ti ritrovi le bestemmie ucraino-gypsy-punk mescolate al delirio jazz-ebraico-newyorchese, mentre un quartetto di disperati suona in attesa della fine del tempo. Ma, fantasie perverse a parte, oltre all’indubbia fascinazione dovuta al probabile rinvenimento di reperti di cui si erano perse tracce e ricordo da tempo immemore (qualche anno fa  rimasi quasi scioccato dal ritrovamento in cd dell’unico disco pubblicato dai Quatermass), si incorre in un danno economico notevole se si accede a questi luoghi di perdizione senza l’audacia e la determinazione adeguate. Intendo dire che se entrate in un negozio di dischi dovete sapere esattamente cosa cercare e acquistare, e ne dovete uscire senza premi di consolazione, i peggiori in assoluto, del tipo: non ho trovato esattamente quella versione della Petite Messe Solemnelle di Rossini per due pianoforti e harmonium, in compenso sono uscito con quella per orchestra, che non è per nulla la stessa cosa e la delusione brucerà alquanto.
Più dannosa ancora l’abitudine di molti di entrare nel negozio “giusto per dare un’occhiata”. È pericolosissimo: infatti, non avendo un obiettivo, tutto andrà bene, qualsiasi cosa ci passi per le mani parrà meritoria di almeno un ascolto e, visto che non sempre i dischi si possono sentire prima di comprarli e, comunque, solo per pochi secondi, cominceremo ad accumulare tra le mani pile di cd singoli, doppi, cofanetti, edizioni DeLuxe (la nuova frontiera delle major per spennare i clienti: versioni extra di vecchi dischi con l’aggiunta di bonus track di cui 99 volte su 100 non si sentiva il bisogno), promozioni, sconti, sconti-tessera, accumula-punti, dueXuno, treXquattro, tanto che, in alcuni negozi hanno messo persino dei cestini in cui ammassare i potenziali acquisti, salvo poi rinsavire, nei casi più fotunati e presentarsi alla cassa con un solo dischetto, pure singolo e in offertissima a 4 euro e 90. Non è stato il mio caso, oggi, ahimé. In effetti, ero uscito a farmi un giro in bici, confidando nel fatto che i negozi fossero tutti chiusi e invece…il famelico antro rosso era spalancato pronto ad ingoiare i viandanti malcapitati che si trovavano a transitare nei suoi pressi. Mi ha vomitato dopo una mezz’ora assieme a Concerts di Keith Jarrett, Murder Ballads di Nick Cave, Don Giovanni di Mozart (edizione DG 1986 Berliner-Von Karajan) e Mozart L’Egyptien, un curioso esperimento di orientalizzazione del genio salisburghese (lo sto sentendo in questo momento ed è gradevole), fatto da non so bene chi, perché i micidiali grafici hanno scelto di scrivere le note di copertina in geroglifico sottilissimo su sfondo policromo (spero che prima di partire per le vacanze vengano colti da colite per due settimane di seguito). Scriverne mi fa sentire già meglio, basta che non pensi al portafoglio svuotato: “Notte e giorno faticar, per chi nulla sa gradir, piova e vento sopportar, mangiar male e mal dormir….”

i7g5izcx.JPGChi si somiglia si piglia – recita un vecchio detto. Forse è da lì che ha origine la polvere. Altrimenti da dove? Perché in certi angoli, dove non guardiamo mai per lungo tempo, si annidano grumi di schifezze pelose e tossiche, che appena le tocchi esplodono come cluster bomb dando origine a mille altre porcherie difficili da arginare, afferrare, bloccare, arrestare, trattenere, prima che si sfaldino, a loro volta, in tante altre sacche di virulente molecole di sporcizia in una sorta di partenogenesi pulviscolare geometrica, considerata la velocità di riproduzione e copertura di vastissime superfici? Basta che ti giri un attimo e quando riguardi ecco già un velo grigio che opacizza la superficie, lieve come “l’ultima neve di primavera” (con il piccolo Renato Cestié ndr), vellutato come un tiramisù, precario come un governo italiano quando è sufficiente lo starnuto di un senatore a vita per buttarlo all’aria. Ed è facile starnutire in presenza di polvere. A me basta pensare a Polvere di Enrico Ruggeri per sentir prudere il naso (“Polvere, troppi ricordi, è meglio essere sordi e forse è già tardi per togliere la polvere dagli ingranaggi, dai volti dei saggi coi pochi vantaggi che la mia condizione mi dà” grande canzone del buon vecchio Rouge), figurarsi cos’ho provato nel naso, e non solo, quando, da una mensola sopra la scrivania su cui era poggiato da diversi anni, si è levato in volo un porta-cd di legno col suo carico di dischi e dischetti che, dopo una parabola di qualche metro, è atterrato in fase d’emergenza sul pavimento, sfiorando la stampante, un amplificatore e una sedia, su cui era assisa quella luminosa e armonica entità, che rappresenta l’appiglio a cui si aggrappa ogni tanto il mio spirito anarchico e caotico per ritemprarsi prima di rituffarsi nel mare di….va be’, lasciamo perdere, non è questo il momento. Ci si chiederà, a questo punto: ma i porta-cd non si alzano in volo, non sono dotati di propulsore e solo in situazione di mancanza di gravità si può pensare ad una situazione simile, quindi: se chi scrive non vive nella ISS (International Space Station) e non sta orbitando attorno alla Terra, ma abita in un normale appartamento milanese, com’è possibile un simile prodigio? Magia? Illusione? Spiritismo? Stregoneria? Piante psicotrope? Funghi allucinogeni? Peyote? Psilocibina? Datura? Vive lì Don Juan? La risposta è no: vive qui un gatto, che porta il nome di un musicista nato subito dopo la morte di Mozart e che, se avesse saputo del suo discendente di duecentocinquant’anni dopo, non avrebbe perso tempo con le Gazze, perché se c’è un animale che incarna l’indole delinquenziale specializzata in furto con destrezza, questi non ha le penne, ma il pelo, non il becco, ma i baffi, non le ali, ma le orecchie, non due zampe, ma quattro, non gracchia, ma miagola. E provoca catastrofi non naturali ovunque si aggiri, causando danni non sempre riparabili, rumore, spavento, nervosismo, ansia, istinti omicidi, pruriti ai piedi, velleità sportive, desiderio di fare goal calciando in rete una palla di pelo invece che di cuoio, strani e curiosi fenomeni che non ci si immaginerebbe cagionati da un animaletto così apparentemente inoffensivo.
Ah, dimenticavo: la polvere che c’entra? C’entra eccome, perché su quella mensola non passava uno straccio dai tempi in cui le comunicazioni viaggiavano sulla pelle dei tamburi e quindi la nebbia che si è alzata ha oscurato mezza città, tanto che il sindaco si è messo a piangere e stava stracciando la delibera sull’ecopass, ormai inutile e inadeguata al precipitare della situazione. In compenso la mensola ora è più ordinata e pulita, pronta ad affrontare il nuovo millennio. E una nuova incursione pelosa.