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2525663Non conoscevo John Fante. Mi sono letto d’un fiato Le Storie di Arturo Bandini, i quattro romanzi scritti prevalentemente negli anni ’30 (l’ultimo, Sogni di Bunker Hill dettato nel ’79-80 alla moglie Joyce dal letto dove sarebbe morto di lì a poco reso ormai cieco e immobile dal diabete) che hanno per protagonista l’aspirante scrittore italo-americano e le sue avventure tra Colorado e California, alle prese con accessi di creatività sfolgorante e blocchi improvvisi di disperata aridità. Bandini è in buona parte alter-ego dell’autore, soprattutto nel rapporto con una Los Angeles multirazziale, tra comunità nere, giapponesi, filippine e messicane, spesso associate nel destino di discriminazione, umiliazione, sotto-occupazione, a quella italiana (dago) cui appartenevano sia Bandini, sia Fante. Non solo: Fante e Bandini si ritrovano entrambi a lavorare per Hollywood ricavandone soddisfazioni economiche e disappunto artistico. Non conosciamo il destino letterario del personaggio di finzione, che lasciamo all’ultima pagina di Sogni mentre tenta di recuperare la scrittura perduta, ma Fante non ottenne in vita il successo acquisito negli anni successivi alla sua morte, comunque non nella stessa misura, anche se Chiedi Alla Polvere (del 1939, come Furore, Il Giorno della Locusta, Il Grande Sonno e film come Via Col Vento, Il Mago di Oz, Ombre Rosse) è oggi considerato un classico, ma rimasto nell’oblìo per quarant’anni. Confesso che ho fatto fatica ad innamorarmi di Arturo Bandini: il primo romanzo Aspetta Primavera Bandini, mi era piaciuto abbastanza, come un Dickens americano, ma La Strada Per Los Angeles (cronologicamente precedente ad Aspetta Primavera, ma pubblicato solo nel 1985 dopo essere stato rifiutato da numerosi editori) mi ha quasi irritato per l’irrazionale atteggiamento del protagonista. In Chiedi Alla Povere  la narrazione torna in prima persona come in La Strada e il protagonista mantiene quel carattere intrattabile, volubile, lunatico, impulsivo, sentimentale, sognatore, stupidamente crudele e teneramente commovente che imbriglia il lettore alla pagina e lo costringe ad arrivare in fondo. Sogni di Bunker Hill, nonostante sia stato scritto/dettato quarant’anni dopo, riprende Bandini dove l‘avevamo lasciato in Chiedi Alla Polvere, in una Los Angeles dura, difficile, accogliente come l’inferno, resa ancora più instabile da un terremoto incombente, che ha già fatto sentire la sua potenza minacciosa, ma anche con il sogno dorato di Hollywood a portata di mano, che si rivela di carta (filigranata) sporca.  E con le sue storie d’amore, sempre così complicate, problematiche, coraggiose nello sfidare pregiudizi, convenzioni, prassi. Bandini è un eroe, a suo modo, anche non vorrebbe esserlo; Bandini è un puro, anche se teme di essere il più grande peccatore vivente; Bandini è un grande scrittore, anche se teme di non saper scrivere una frase decente. Tutti vorrebbero essere Arturo Bandini, anche se non tutti ne avrebbero il coraggio.

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Come dice qualcuno saggiamente, in Italia ci sono più scrittori che lettori e se gli scrittori leggessero di più, probabilmente scriverebbero meno e meglio. Questo, naturalmente vale sempre per gli altri, mentre l’orgoglio scrittorio ci spinge a spandere continuamente inchiostro, nella convinzione che il nostro sarà il romanzo del secolo e che ci renderà ricchi e famosi. Gli scrittori, come i musicisti, dicono di comporre e scrivere per sé stessi, ma in realtà adorano farsi ascoltare e leggere, anche se il processo creativo comporta già un piacere interiore, che diventa cento volte più intenso quando si proietta all’esterno.
Il sottoscritto non è migliore degli altri e preso da smania grafomane e animato da un ego grosso come un maiale, è riuscito a mettere insieme qualche centinaio di pagine che ora cercano un editore sufficientemente insano da metterle su carta, con copertina, grafica, firma e prezzo in quarta. Non ho nulla contro gli editori, ognuno fa l suo mestiere e conosce le difficoltà di farlo, ma è buffo vedere quanto alcuni tentino di scoraggiare l’esordiente, l’inesperto, il velleitario, con formule addirittura minacciose:

non mandateci manoscritti, se non richiesti espressamente ( ma come fai a chiedermelo se neanche mi conosci dato che sono esordiente?);

non osate mandarci manoscritti, perché abbiamo il piano editoriale completo fino al 2012 (ma come mai conosco qualche collega che l’anno scorso ha pubblicato come esordiente solo perché fa un altro mestiere nella vita e occasionalmente scrive?);

se proprio volete/dovete mandarci un manoscritto, spediteci l’indice e il primo capitolo (l’indice? cioè capitolo 1, capitolo 2, capitolo 3 e così via? il primo capitolo serve giusto a capire che lo scrittore ha una certa dimestichezza con ortografia e sintassi);

i manoscritti vanno spediti per posta ordinaria, verranno rifiutati quelli spediti per raccomandata, posta celere, espresso, corriere (in altre parole, voi spediteli, se poi la posta li perde tanto meglio, meno ne arrivano, meglio è);

i manoscritti vanno spediti solo su carta, guai a voi se utilizzate cd, floppy, zip, chiavette, email (ma non siamo nell’era dell’informatica? E la foresta amazzonica che viene abbattuta per nutrire le velleità dei grafomani non vi tocca il cuore?);

i manoscritti vanno spediti solo per email, ma senza allegati, non mandateci carta che ne abbiamo gli scaffali pieni (come senza allegati? vi mando una email chilometrica con tutto il romanzo? contenti voi. Ma poi lo leggete a schermo? speriamo);

non spediteci manoscritti o veniamo a cercarvi (toc toc, chi è, riina editore con un contratto a seguito della spedizione del suo manoscritto, ah bene una proposta editoriale?, no, un contratto su di lei, sono un killer professionista e sono venuto a farla fuori)
se volete informazioni sull’invio di manoscritti potete telefonare al numero dalle ore alle ore
(pronto vorrei mandare un manoscritto…
devo dirle che abbiamo una certa difficoltà a leggere tutto quello che ci mandano, cos’è?…
un romanzo…
ecco, appunto, abbiamo difficoltà proprio sui romanzi…
immagino, avessi scritto le istruzioni sull’uso della penna a sfera, probabilmente le leggereste senza troppa fatica, invece un romanzo richiede un certo impegno…
poi noi privilegiamo in questo periodo gialli e fantascienza, il suo è uno di questi due?…
mah, più o meno, c’è un po’ di giallo, in effetti, c’è anche un morto…
ah be’, allora, ma perché non si rivolge ad una agenzia letteraria?…
non ho dimestichezza, cosa sono?…
sono agenzie che si incaricano a pagamento di leggere i manoscritti e fornire un primo giudizio e, se validi, offrono un percorso privilegiato verso un editore e la pubblicazione…
ah sì, le più accreditate chiedono 150 euro per la lettura del manoscritto, ma per farmi dire che fa schifo, lo può fare gratis direttamente l’editore. E poi mi resta sempre il dubbio: e se l’agente letterario è un cretino e non ha capito che sono un genio? ho buttato i 150 euro. Allora mi rivolgo ad un altro, che per gli stessi soldi o anche di più cosa mi dirà? Mi procurerà un contratto? Non mi convince. Ma alla fine i manoscritti li leggete o no?…
certo, e rispondiamo sempre…
meno male, non lo fanno tutti…
tenga conto, però, che se non si riceve risposta equivale ad un rifiuto…
Allora non è vero che rispondete sempre.
No, parlavo per gli altri…
vabbe’, ve lo mando…Comunque, fino ad ora sono riuscito a rifilare sei manoscritti e altri quattro o cinque partiranno nei prossimi giorni. Per la legge dei grandi numeri (si fa per dire) almeno uno dovrà rispondermi. Speriamo non le Riina edizioni.
Quello che avete letto è quasi tutto vero: ho esagerato un poco, ma non troppo. D’altra parte per farsi leggere bisogna forzare un po’ i toni e se siete arrivati fino a qui lo scopo è raggiunto. Per le ragioni di cui sopra.