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C’è un nuovo nato in casa. Dato che mi sono impegnato a non moltiplicarmi biologicamente, ma il mio DNA, condiviso con mio fratello, si è trasmesso parte ai suoi figli – miei nipoti – parte devo aver lasciato in giro senza dar luogo a scissioni geometriche, parte finirà nel grande tutto/nulla dell’universo alla mia dipartita e quindi alla futura umanità tutta, ho pensato di riprodurmi ancora informaticamente. Al primo blog, What A Wonderful World, ormai abbandonato a se stesso come le sonde Voyager, è seguito l’erede bonsaisuicidi (quello che state consultando, casomai vi foste distratti), il quale vive vita parallela a distanza col cugino facebook (autarchicamente detto anche libro delle facce), il quale ha copulato incestuosamente con i link di bonsaisuicidi, generando il gruppo Silenziosa(mente) e dando vita al concorso omonimo. Sembrava finita, ma le circostanze della vita, qualche incontro fortuito, un po’ di incazzatura, riflessioni a mazzi, soprattutto di notte, quando il buio contribuisce a creare mostri, ecco che dal gruppo, dal blog, dal link e da me, in un’ammucchiata indegna e scandalosa, nasce un altro blog: si chiama Silenziosa(mente), come il romanzo, come il gruppo, come una delle più belle composizioni di Joe Zawinul (In A Silent Way), come vorrei che mutasse tante volte la realtà che mi circonda: “Se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse potremmo capire” si diceva ne La Voce Della Luna. Sarà un luogo di lettura, scrittura, ascolto, visione, riflessione sulla musica, sulle musiche, sui musicisti. Possibilmente, facendo il minor rumore possibile, chiacchierando tranquillamente come si fa in un salotto, seduti su comodi cuscini, tazza di tè appoggiata sul tavolino basso e la casse che diffondono suoni. Come si ascoltava una volta la musica, con calma, relax, attenzione, concentrazione, godendone e non consumandola, perché le cose consumate, alla fine, si buttano. Se vi va, venitemi a trovare anche lì. Altrimenti accontentatevi dei vostri miseri, microscopici, ridicoli, antiestetici, consumistici mp3.

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GIADA DE GIOIA DUO

Il duo prende forma attorno alle composizioni di Giada de Gioia, ispirate dal suo gusto per il blues della tradizione, dal jazz, dal rock, ma anche dalla radice mediterranea che caratterizza molte sue canzoni. Sulla scena milanese e nazionale da diversi anni, Giada si distingue per l’agilità e la potenza vocale, che le consentono di affrontare i repertori più disparati, dal pop, al rock, passando per l’improvvisazione scat e le incursioni etniche. Ha all’attivo incisioni di jazz, gospel e world music.

A lei si è unito da qualche tempo il pianista Giulio Cancelliere, di formazione classica, ma fondamentalmente anarchica, per cui senza alcun legame di generi e forme. Insieme hanno arrangiato le composizioni originali di Giada, diverse cover di autori celebri (Cohen, De André, Battisti, Clapton, U2, Cave, Buarque) ed hanno appena pubblicato il singolo Donne Come Fiori su etichetta Zimbalam, un pezzo da combattimento di forte impatto rock, reperibile sui principali digital store.      http://www.giadadegioia.com

si prenota al 320 8911819

 

Quello che state per leggere è l’inizio del decimo ed ultimo capitolo del mio romanzo Silenziosa(mente), auto-pubblicato l’anno scorso. Quasi ogni capitolo si apre con un sogno ricorrente del protagonista, Cappa, un giornalista musicale con una forte ossessione che lo perseguita notte e giorno. Questa volta il sogno, che inizia sempre nello stesso modo, svolta bruscamente estromettendone l’autore e dando vita ad un concerto  straordinario con 22 musicisti e un barista, musicista anch’esso, tutti accomunati da un elemento specifico: sono inesorabilmente morti. I ventitré musicisti sono riconoscibili più o meno facilmente dalla descrizione fornita. Perciò vorrei lanciare una sfida ai musicisti vivi e agli appassionati di musica: al primo che riconosce tutti i musicisti morti che danno vita a questo concerto straordinario regalerò una copia del mio libro. Per farlo dovete iscrivervi al gruppo di facebook che ho all’uopo predisposto (non spaventatevi per l’uopo, anche se avete il colesterolo alto non vi fa male). Per evitare confusione – è chiaro che Sonny è Rollins e, comunque, è vivo, mentre Max è Roach ed è morto, ma non conta  –  l’operazione “riconoscimento” inizia nel punto in cui Sonny allontana l’ancia dalla bocca e la nota risuona ugualmente.

A voi, ora…..

                                                                       CAPITOLO 10

Lunedì, 12 novembre 2012

Al trentaduesimo chorus di St. Thomas, Sonny è fresco come uno sherpa nepalese, il mantice dei suoi polmoni pompa nel sax tenore colonne d’aria spesse come piombo, mentre noi arranchiamo sul tempo troppo veloce che Max ha staccato. Sonny conclude portando la frase su un sovracuto lunghissimo, usando la respirazione circolare, ma su quella nota la spinta deve essere fortissima e non so per quanto tempo ancora ce la farà, ma…..vedo che allontana l’ancia dalla bocca eppure la nota continua a risuonare, come se fosse stata campionata…no, ecco un ombra scura che si avvicina dalle quinte a lenti passi, ha uno strumento in mano, lungo, dritto, luccicante, ottone, tasti, chiavi, si apre leggermente a campana in fondo, un sax soprano, lo suona un signore nero, in camicia bianca e completo grigio scuro, una faccia vagamente familiare, capelli crespi cortissimi, preme forte le labbra sull’imboccatura, muove veloci le dita, una cortina di suono lo avvolge e lo esalta, comincia ad elevarsi, si ferma a mezz’aria e continua il suo solo, che ormai ha raggiunto sonorità cosmiche, mentre la sezione ritmica, di sotto, è come impazzita; in sottofondo si avverte una frequenza bassa in movimento, una specie di rombo, meglio, un ringhio, che si fa sempre più forte, sino a divenire un ruggito, un’altra figura avanza, seminascosta da una nebbia viola, imbraccia una chitarra elettrica, bianca la cassa, bianco il manico, lui è nero, anche se i tratti somatici non sono esattamente africani, c’è qualcosa in più e di diverso, una criniera di capelli ricci, baffi radi e pizzetto, gilet ricamato in oro, camicia con maniche larghe a sbuffo arrotolate agli avambracci, pantaloni di raso strettissimi in vita e scampanati in fondo, fascia attorno alla fronte, con la Stratocaster riprende il tema di St. Thomas e lo fa zompare da un’ottava all’altra tra larsen lancinanti, colpi di leva, bending sulle corde al limite dello strappo, corse della mano destra sul manico, mentre con l’altra agita le dita in gesti osceni, la lingua saetta fuori dalla bocca, lo sguardo spiritato, anche lui dopo qualche minuto levita e si mette accanto al sassofonista; sigaretta infilzata sulla paletta della Gibson SG a tracolla, bacchetta da direttore d’orchestra nella mano destra, una bambola gonfiabile tenuta per il collo in quella sinistra, un uomo baffuto, con un grosso naso leggermente adunco, il mento, appena sotto il labbro, occupato da un pizzetto nero e squadrato, si mette a dirigere il gruppo con gesti convulsi, ma precisi, ottenendo effetti sonori parossistici, poi afferra il plettro che aveva tenuto fino a quel momento tra i denti, conferendogli un sorriso sadico e perverso e attacca un assolo acidissimo, reso ancor più caustico dal sapiente uso del pedale wah-wah, sul quale agisce istericamente; non levita, si siede su uno sgabello in un angolo, ma sempre in vista del pubblico; intanto la ritmica ha modellato uno shuffle sul quale danza un nuovo suono, è acuto, leggermente saturo, è una chitarra elettrica, non c’è dubbio, la intravedo, è una Les Paul Sunburst, suono possente, tecnica slide e, infatti, ecco un uomo alto, capelli lunghi biondi, due basettoni foltissimi che si uniscono ai baffoni spioventi, il bottle-neck all’anulare, la mano scivola veloce sul manico, le posizioni sono di una precisione millimetrica, mentre svisa su un vecchio blues di Blind Will McTell, anche lui prende posto accanto agli altri; ormai il palco è una bolgia, ma si è anche miracolosamente ampliato per ospitare tutti: c’è un signore nero piuttosto corpulento, cappello in testa e occhi da matto, che balla attorno al mio pianoforte e ogni tanto appoggia a sorpresa degli accordi sbilenchi, ma di una bellezza da incanto; nel frattempo sono entrati un ciccione dallo sguardo truce con contrabbasso in spalla e uno spilungone con un lungo pizzetto che gli appuntisce il mento, armato di clarinetto basso, che battibeccano con gli strumenti e sembrano due comari; in mezzo al palco c’è un ragazzone coi capelli lisci e lunghissimi come le sue dita, che imbraccia un basso Fender fretless e arpeggia come un demonio; accanto a lui balla un nero con la criniera afro, come si usava negli anni sessanta, al collo una cinghia, che sostiene una vecchia tastiera Honer, dalla quale spreme un suono di clavinet accompagnato da una ritmica rovente e funky; e poi degli altri tipi strani: un trombettista suona uno strumento che sembra un giocattolo tanto è piccolo, un altro soffia in una tromba tutta storta, con la campana rivolta all’insù, accanto a lui un sax contralto dallo sguardo triste e le dita fulminee; in quel mentre, lento e solenne fa il suo ingresso un principe nero, giacca di pelle dal disegno orientale, occhiali grossi e scuri, capelli ondulati e lunghi sul collo, ma non sembrano i suoi. Pare non dare retta a nessuno, ma osserva tutti e pretende che tutti osservino lui. Si piega in due e, da una tromba rossa e luccicante, spara una raffica di note che fanno il silenzio intorno, fino a che non saetta lo sguardo verso il fondo del palco, dove basso e batteria terrorizzati staccano un tempo micidiale, allora il principe annuisce e alza la tromba verso il pubblico, “rantolando” qualcosa al microfonino agganciato al bordo della campana, che nessuno comprende; sento toccarmi la spalla ed è un signore cortese, nobile d’aspetto, che mi chiede gentilmente se gli cedo il posto al piano, lui in cambio mi consegna un biglietto del treno, dice che porta dritto ad Harlem, si siede e suona un blues in do, subito raggiunto da un altro, con un sorriso enorme, che, roteando gli occhi, imbocca la cornetta e inizia ad improvvisare su una tessitura altissima; volto lo sguardo e vedo schierata una fila di cantanti sul proscenio: ce n’è una con gli occhiali che prorompe in uno scat irto di citazioni, un’altra, in sovrappeso, con la voce da contralto, che gorgheggia sentimentalmente su e giù per le scale, una terza, pallidissima, un’orchidea tra i capelli, rivolta al suo tenorista di fiducia, canta di alberi da frutta del sud; una ragazza bianca, occhi sottili e occhiali rosa, strilla con voce alla carta vetrata che “è estate!”, ma non ne sembra felicissima; le risponde un giovanotto con la barba, lo sguardo tenebroso e un giubbotto di pelle di lucertola, che mormora “questa è la fine”, mentre un ragazzo malinconico, capelli biondi a caschetto, arpeggia una scala araba alla chitarra e farfuglia qualcosa su una porta rossa dipinta di nero; io osservo la scena ormai dalle quinte, il mio posto al pianoforte l’ho ceduto volentieri al Duca ferroviere. Scendo pochi gradini e mi ritrovo nel parterre dove tutto è immobile: il pubblico ha l’aspetto di quei cartonati che si trovano davanti alle pizzerie o i kebab, dove un signore dal sorriso improbabile ti offre una quattro stagioni o un cosciotto d’agnello abilmente affettato e sgrassato. La gente, cristallizzata nell’istante in cui si era resa conto che stava assistendo ad uno spettacolo-fantasma, mostrava un’espressione tra il piacevolmente sorpreso e il profondamente terrorizzato: erano pur sempre personaggi celeberrimi, ma anche inesorabilmente defunti quelli sul palco, quindi era abbastanza difficile che avessero con sé ancora la carne attorno alle ossa per reggersi in piedi e il soffio vitale per esprimersi con i loro strumenti. Io mi sentivo escluso da tutto: quella musica che mi era sembrata la ragione di vita, di tutta la vita, ora mi respingeva, mi chiedeva di togliere il disturbo e lo faceva attraverso alcuni dei miei eroi ormai passati ad altra dimensione, dove i contratti non si firmano, le serate non si fissano, i compensi non si concordano, perché non ci sono contratti, né serate, né compensi, ma un’unica vibrazione sonora costante e universale, che assume, di volta in volta, i connotati desiderati. Perciò chiunque, in sintonia con quella vibrazione, vi può intervenire e  modularla secondo la propria sensibilità e gusto. Non c’è giudizio, non c’è critica, non c’è analisi, ma solo il piacere di goderne. Ecco perché quel mondo ormai mi respingeva. Armato di bisturi, pinze, scalpelli, divaricatori, per troppi anni avevo vivisezionato l’organismo pulsante della musica, che ora si vendicava cacciandomi dal sogno, negandomi il piacere dell’abbandono ad una linea melodica struggente, allontanandomi dall’emozione di farmi avviluppare dalle spire di un’orchestra sinfonica, inibendo la commozione che un tempo mi serrava la gola ascoltando un coro gospel. Tutto finito, esaurito, chiuso, inaridito, bruciato. Non cresce più un germoglio in quel campo che un tempo era rigoglioso. Ogni pianta è estirpata, sradicata, divelta, essiccata, disidratata, sbriciolata. Mi brucia anche la gola. Mi dirigo verso il bancone, il barista mi volta le spalle, gli chiedo una birra gelata, si gira di scatto ed ha una parrucca settecentesca, il viso giovane, un vestito in broccato rosso, il sorriso sardonico e deformato da un paio di piercing sulle labbra e attraverso le sopracciglia. Ha in mano una bottiglia che mi offre chiedendo, con accento teutonico: “Non preferisce ein kalice ti Marzemino, bitte?” O fuole zentire come zi esegve die Zonata in To K545 kome zi tefe, jaaa?” Faccio un salto indietro per lo sconcerto, inciampo nello sgabello alle mie spalle e sto per cadere , aaaahhhh…

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Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘i libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.”

Se l’estate sarà un Inferno e non saprete come uscirne vivi, sciacquatevi la mente con un libro fresco e autunnale e tornerà il Paradiso…

“È Bëatrice quella che sì scorge
di bene in meglio,
Silenziosa(mente)
che l’atto suo per tempo non si sporge.”

Silenziosa(mente) lo trovate sul sito ilmiolibro.it

http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=515098

e anche potete leggere le prime 38 pagine.

Lo dice anche Beatrice!

«Apri li occhi e riguarda qual son io:
tu hai vedute cose, che possente
se’ fatto a sostener lo riso mio».

foto-lucianoPronto? C’è Luciano?
No, te lo passo.
Co…?
Pronto?
Luciano?
Sì.
Non ho capito, mi hanno detto che non c’eri.

Infatti.
Infatti cosa?
Non ci sono.
Ma se ci parliamo.

Sì cosa?
Sì, ci parliamo.
Ma allora sei lì.
No.
E dove sei?
Mah…
Allora? Non cominciamo con la metafisica valdese.
Scherzavo, sono qui.
Qui dove?
Lì.
Qui o lì?
Qui e lì e là.
Adesso vengo lì e ti prendo a calci.
Lì dove? Io sono qui.
Insomma, ho letto che non c’eri e invece ci sei. Ho mandato anche un telegramma.
Ah sì, l’ho letto. Carino. Grazie, non c’era bisogno
Ma non era per te.
Come no? Si parlava di me.
Cioè, sì, il soggetto eri tu, ma non il destinatario.
Ma l’hai mandato a casa mia.
Sì, è vero, ma non dovevi leggerlo tu. Pensavo che non ci fossi.
Come sarebbe: “pensavo che non ci fossi”? E chi ci doveva essere?
Tatjana.
Ah, tu spedisci telegrammi a Tatjana quando non ci sono?
Ma nooooo, cos’hai capito, era un telegramma di condoglianze.
Perché è morto qualcuno?
Eeeehhhhh…sembrava di sì, ma sai, sono quelle notizie fasulle che girano all’improvviso e allungano la vita. Poi si ride, ci si rifila pacche sulle spalle, ci si dà una grattata ai cabasisi e tutto finisce lì.
E chi sarebbe il presunto defunto?
Ah, bella la rima….
Beh?
No….è che…
Qualcuno che conosco?
Più o meno. No sai, si dice anche che Jim Morrison sia ancora vivo e pure Presley e John Lennon, magari anche Hendrix e Janis Joplin. Sid Vicious, invece, direi di no. Chissà, magari Joey Ramone e Joe Strummer, da qualche parte…
Ma li vedo praticamente ogni giorno.
Anche Sid Vicious?
Eccome, anche se ha sempre quello sguardo un po’ perso e incazzoso, ma se lo prendi per il verso giusto è un allegro compagnone in fondo. Ha anche imparato a suonare il basso. Non proprio come Pastorius, ma è migliorato.
Vabbe’….allora stai bene. Sono contento.
Sì, sto bene, anche se mi gira un po’ la testa, sai, questo senso di leggerezza…mi devo abituare. È come quando hai l’influenza e stai a letto una settimana. Quando ti alzi, la sensazione è strana. Dopo un po’ passa.
Senti, ci siamo detti un sacco di volte che dovremmo vederci, fare qualcosa assieme: perché non ci organizziamo? Quando sei libero?
Io sono libero.
Sì, d’accordo, ma ci sono giorni in particolare in cui preferisci che ci vediamo?
Ti ripeto, io sono libero, ogni giorno, ogni ora, ogni istante.
Non ricominciamo con la filosofia. “Io sono libero” significa tutto e niente. Ci sentiamo liberi, ma poi ci accorgiamo di avere mille legami. Non ci sentiamo liberi, ma in realtà siamo prigionieri solo di noi stessi, delle nostre cattive abitudini, dei pregiudizi e dei muri che ci siamo costruiti attorno.
Ribadisco: io sono libero, comunque tu voglia intendere questa mia affermazione. Se anche tu sei libero possiamo combinare qualcosa. Credo che dipenda più da te che da me.
Ma sì, io ho giusto qualche impegno, ma non è che non me ne possa liberare, basta disdirlo…il mio senso di responsabilità è proporzionale a quello di una srl di minime dimensioni.
Allora vedi tu.
Dove ci vediamo? da me o da te?
Dove vuoi. Io, ti ho detto, sono qui, lì e là. Posso essere dove voglio. Sono libero.
Già. Sei libero. Senti, facciamo così. Io devo sistemare un po’ di cose qui, ci metterò un po’, diciamo una novantina d’anni, poi, però, ci vediamo sicuramente.
Perfetto ti aspetto. Nel frattempo mando Vicious a lezione da Jaco, così quando arrivi ti suona Teen Town come non l’hai mai sentita.
Non vedo l’ora…più o meno.
Allora ciao.
Ciao Luciano.