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Non ci sto al giochino che sembra delinearsi nell’opinione pubblica tra chi tifa Berlusconi e chi fa di Veronica Lario una bandiera para-femminista. Rivendico il diritto di non sostenere il premier né prendere a cuore la “battaglia” della sua attuale moglie, che legittimamente usa tutti i mezzi per ottenere la sua parte, ma non necessariamente con l’appoggio dei cittadini e delle cittadine che non incasseranno alcunché, e non sto parlando di soldi. Non è che chi è “nemico” di Berlusconi diventi automaticamente mio amico, anche perché la sua amicizia è durata a lungo, quasi trent’anni e se anche ora ha cambiato idea, ne prendo atto, ma non mi impedisce di ricordare che per tre decenni non si è fatta domande sul comportamento politico e imprenditoriale del marito, sui suoi guai giudiziari, sulla provenienza della sua ricchezza, sulle frequentazioni mafiose difese a spada tratta (Dell’Utri e l’eroe Mangano), sui sistemi per sfuggire ai processi, sui principi che lo sostenevano quando l’ha sposato che sono analoghi a quelli di oggi. Era giovane e ingenua allora? Bene, ma in trent’anni gli unici momenti in cui ha mostrato insofferenza per il marito è stato quando si è sentita pubblicamente umiliata dal tradimento. Mi sembra poco. L’unica cosa buona fatta da questo governo è stata la legge sullo stalking anche senza il contributo “lariano”. Quella era una battaglia che meritava un sostegno generalizzato che non c’è stato da parte dell’opinione pubblica. Il divorzio miliardario cammina da solo.

Articolo 25

1. Ogni individuo ha il diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari, ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità vedovanza, vecchiaia o in ogni altro caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.

 

963 milioni di persone soffrono la fame nel 2008 e noi mangiamo maiale alla diossina.

C’è qualcosa che non torna  in tutto questo .

A vederlo sembra un pensionato qualsiasi alle prese con i conti della spesa, l’affitto, le bollette, i ticket e tutte le ubbìe quotidiane dei nostri padri e nonni. Invece è un signore con un patrimonio stimato in 18 miliardi di euro, è svedese, anche se vive in Svizzera, si chiama Ingvar Kamprad e oltre sessant’anni fa ha fondato l’Ikea. E’ in pensione per modo di dire, perché dirige ancora l’impresa dietro le quinte, tuttavia fa una vita di bassissimo profilo, se si eccettua qualche viaggio all’estero ogni tanto, ma solo per lavoro; fa la spesa alla Migros e alla Coop, ogni tanto si concede una cravatta nuova o una camicia. Si è comprato anche una Porsche, ma non la usa mai. In un’epoca in cui l’ostentazione della ricchezza è l’attività più in voga, anche tra chi non la possiede, il signor Ikea fa la sua curiosa figura. A pensarci bene, si sospetta la sindrome di Paperone, che possiede tre ettari cubici di denaro, ma indossa da secoli la solita palandrana e per spendere un dollaro deve prima prendere un ansiolitico, ma Kamprad ribatte: “Che male c’è a confrontare i prezzi sulle bancarelle o andare al mercato poco prima della chiusura per usufruire degli sconti? Meglio passare per tirchi che gettare i soldi dalla finestra.” Naturalmente la sua villetta di Epalinges, nel cantone Vaud, è interamente arredata con mobili che lui stesso, si dice, ha fabbricato e montato. Vorrà mica regalare soldi alla concorrenza, no?