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Non voglio gridare al complotto, ma c’è qualcosa che non funziona nell’informazione sui referendum. E non parlo della campagna dei partiti, dei comitati, dei politici, che accedono o meno ai mezzi di comunicazione. No, qui la questione è puramente tecnica e cromatica. Vi sarete certamente accorti che in questi giorni la televisione sta trasmettendo degli spot relativi alle istruzioni per votare i quesiti dei referendum elettorali. A parte il fatto che non spiegano se si possa votare uno o due soli referendum, rifiutando eventualmente le altre schede, facendolo mettere a verbale in funzione del quorum, ma le indicazioni sui colori delle schede sono totalmente differenti rispetto a quelle date sino ad ora, anche dagli stessi comitati referendari, i quali parlano di schede verdi, bianche e rosse, come il tricolore. Invece, le schede indicate dagli spot televisivi sono viola, beige e verde. Se è vero che i colori sono questi ultimi, qualcuno lo dovrebbe dire ai referendari, dai quali attingono le informazioni tutti i siti di tutti i giornali, blog e portali che parlino di referendum. O ci stanno prendendo tutti per daltonici, e un colore vale l’altro, o ci stanno prendendo tutti per il culo, e la cosa non mi piace.

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Questa mattina pensavo a come potrei spiegare ad un marziano che piovesse sulla terra, la differenza sessuale tra gli umani. Partendo dagli strumenti per la riproduzione, incontrerei le prime difficoltà nel momento in cui gli dovessi illustrare come mai la Natura ci abbia dotato di organi adeguati (più o meno), ma anche di un apparato di sensazioni, emozioni e istinti volti a stimolare il desiderio di riproduzione (altrimenti il genere umano sarebbe estinto da tempo), ma anche origine di un serie di complicanze di tipo esistenziale, psicologico, sociale e politico. Ieri il commissario alla concorrenza europeo Kroess, un donna, ha detto che se invece di Lehman Brothers fosse stata Lehman Sisters, la conduzione della banca d’affari probabilmente non sarebbe stata fallimentare. Forse è lo stesso pensiero passato nella mente degli industriali che l’anno scorso hanno nominato alla loro guida una donna, considerata indubbiamente femmina, ma con attributi sessuo-socio-imprenditoriali virili, quindi adatta a condurre una organizzazione a prevalenza maschile, anche se l’apprezzamento di una donna dotata di testicoli la dice lunga sulle fantasie sessuali degli industriali italiani e delle loro eventuali frequentazioni notturne. Tuttavia, una parte del mondo politico ritiene giusto contrastare l’eventuale insorgenza di organi estranei al femminile nelle parti sottoaddominali e vede con orrore e disgusto qualsiasi avanzata sul terreno maschile delle donne. I sistemi sono diversi: all’ONU, ad esempio, la serie di scandali sessuali – molestie, abusi, allusioni fastidiose – sono stati messi a tacere col beneplacito del segretario generale Ban Ki Moon, come denunciato da un’inchiesta del Wall Street Journal, addirittura con conseguente perdita del posto di lavoro per le vittime e impunità per i colpevoli. In altri ambiti politici, a livello nazionale, invece, si può scambiare un complimento politico (“lei ha un consenso inimmaginabile”) e una sollecitazione (“in forza di quello faccia le riforme necessarie”), come una fastidiosa invasione di campo e quindi necessitante di una risposta netta, dura, ma anche subdola e dolorosa. E visto che il complimento-sollecitazione era giunto da una donna, ecco l’elaborazione malata del messaggio sortire il “complimento” sessista, la definizione chiaramente denigratoria – “velina” – travestita da galanteria – “elegante, vaporosa, leggera” – che ottiene due effetti: il consenso maschile, segnalato dai calorosi applausi della platea e la “sistemazione” al suo posto della signora che si era permessa di alzare troppo la testa, sollecitando il maschio Alfa a darsi una mossa. E’ del tutto evidente che se il presidente degli industriali fosse stato di sesso maschile, con o senza gonadi, il riferimento velinesco non avrebbe avuto ragione di esistere. Temo che il marziano di cui sopra se ne partirebbe sconsolato e con le idee ancora più confuse.

Se c’è una cosa di cui mi importa pochissimo è al vicenda familiare di Berlusconi, sposato due volte – dal 1965 al 1985 con la prima moglie, dal 1990 ad oggi con la seconda, in via di separazione a quanto pare – e con una durata matrimoniale notevole, vent’anni, considerata la media nazionale, non particolarmente elevata. Soprattutto mi importa pochissimo se la vicenda si colora di pettegolezzi più o meno torbidi o piccanti sulle frequentazioni femminili del premier, che non rappresentano certamente una novità, considerata la pubblicità che fa a sé stesso come tombeur de femmes da sempre. Ci meravigliamo per questo? Spererei proprio di no. Certo, quando si organizzano Family Day, gite organizzate in Vaticano, ci si accosta ai Sacramenti più o meno pubblicamente, si eleva la Famiglia a istituzione basilare della società, intoccabile, immutabile, infallibile, un po’ di coerenza non guasterebbe. Tuttavia, giudicare a distanza è facile, infilarsi nei meandri delle questioni intime tra coniugi è un mestiere da professionisti. Lascia invece alquanto perplessi l’accusa che Berlusconi lancia nei confronti degli avversari politici che avrebbero sobillato la moglie per metterlo in difficoltà. Naturalmente il premier è in piena campagna elettorale e, da furbacchione qual è, non ha perso l’occasione per indicare la solita sinistra complottarda, la quale si è platealmente indignata per un’accusa simile. Ma il complotto ci sarà davvero? E se c’è complotto sarà veramente partito da sinistra? A ben guardare, il caso è nato molto a destra, da quell’articolo della fondazione Farefuturo, ispirata dal Presidente della Camera Fini, che metteva in evidenza quanto le ipotetiche liste elettrali del PDL alle europee fossero infarcite di amiche e amichette del premier e dei suoi sodali. E’ da quella sottolineatura che è partita la prima bordata – via Ansa – di Veronica Miriam Bartolini Lario Berlusconi, tanto da indurre il “comitato elettorale” del PDL a sbianchettare le liste e a lasciare solo tre nomi non imbarazzanti. Quindi, se Berlusconi pensa sul serio ad un complotto politico, faccia finta di guardare a sinistra (non può certamente fare campagna elettorale contro sé stesso), ma farà bene a guardarsi le spalle, perché sugli zerbini di cui ama circondarsi, tra poco altri potrebbero pulirsi le scarpe.

Essù, un po’ di comprensione, in fondo fanno tenerezza: il funzionario Rai che si piega a novanta gradi con devozione verso il Gran Capo, che lo onora di chiedergli un favore, perché ossessionato da una “pazza”. “Ma certo dottore, ma sicuro dottore, ma non c’è bisogno di aggiungere altro dottore, sarà fatto immediatamente dottore”; e il produttore, che, simil-fantozzi, dichiara l’ammirazione per le opere del Gran Capo: “ma quanto è bravo dottore, ma che canzoni magnifiche dottore, ma lei è un artista dottore, ma come fa dottore, ma dove trova il tempo dottore, mi illumini dottore, lei è santo dottore”. Ma anche il dottore ha le sue debolezze, come tutti i mortali, anche se lui non lo è. Basta leggersi un po’ di mitologia per accorgersi di come gli dei, pure loro, fossero mossi dalle stesse emozioni degli uomini, causate sempre dalle stesse pulsioni, le più potenti, le più devastanti, da perderci la testa, il senno, il senso comune, la dignità, la vita e rischiando la dannazione eterna. Ha ragione chi ha fatto il titolo d’apertura di Libero stamattina: Il Guaio È La Gnocca!