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In  realtà comincio a pensare che una maledizione sia stata lanciata su questa casa e sugli esseri vegetali che la abitano. Chissà, forse è stata edificata su terreno sacro ai celti, quelli dei druidi che adoravano gli alberi. Nella foresta dei Carnuti non avrebbero mai costruito un palazzo di mattoni di quattro piani più mansarda ex solaio intonacato giallo. Al massimo la cattedrale di Chartre. Oppure è sorto su un antico cimitero longobardo – bevi Rosmunda dal teschio di tuo padre – e quelli non scherzavano in fatto di maledizioni, faide, croci, chiodi, corone. Sì, ma cosa c’entrano le piante con i longobardi? Perché ce l’avevano con le violette e i bonsai? Forse perché i Franchi producevano violette? Clodoveo aveva un animo poetico? Carlo Magno era un coltivatore diretto? Pipino Il Breve spargeva concime sui campi? Vai a sapere. Comunque questa è già una zona di Milano con pochissimo verde e potrebbe essere un indizio, al di là del piano regolatore e dei vandalismi perpetrati dai vari assessori all’urbanistica che si sono succeduti negli ultimi due secoli. Sui balconi mediamente non ci sono tutte queste piante, a parte il terrazzo di un appartamento praticamente disabitato, che viene aperto solo una volta alla settimana, di sera, quando un personaggio misterioso inonda le piante esposte con ettolitri d’acqua che si rovesciano regolarmente sul marciapiede sottostante, facendo pensare che qualcuno abbia lasciato aperto il rubinetto della vasca e sia in corso un allagamento. Più d’una volta sono venuti i pompieri. Ma quello mi sembra più un caso patologico che esoterico. Eppure l’esposizione a sud dovrebbe aiutare: il sole stimola la funzione clorofilliana e il ciclo riproduttivo, il cambio, il libro e tutte quelle cose che non ho mai capito fino in fondo quando studiavo scienze naturali a scuola, ma facevo finta, ripetevo a pappagallo e il mio 6 era assicurato, tanto sapevo che non avrei mai fatto il giardiniere. Ora sono partito e ho abbandonato le violette al loro destino. Mi chiedo cosa troverò al mio ritorno. Quale altra tragedia si sarà consumata. Il figlio di Godzilla si sarà mangiato quel che resta delle violette? Oppure si sarà rivoltato contro il padre e le avrà difese? Oppure sarà fuggito con la violacciocca? O col trifoglio selvatico? Tra qualche giorno scoprirò l’amara verità. Nel frattempo avverto oscuri presagi all’orizzonte. Stanotte ho sognato che nel giro di mezz’ora mi offrivano due lavori. Entrambi in Africa. Ho chiesto: scusate, ma c’è qualcosa che non va? Poi mi sono svegliato.

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È quando le cose vanno bene che si erge il pessimista. È facile esserlo quando tutto va a rotoli. Se rotola, finirà nel burrone, a meno che qualcuno non lo blocchi…e sarà travolto lui stesso. Il pessimista vero indica la pioggia dopo il sole, la miseria dopo il benessere, il buio dopo la luce, la morte dopo la vita.
Io non sono pessimista, nel senso che al peggio, credo, non c’è mai fine e quindi è una linea nera continua. Tuttavia, per un momento, la speranza si era affacciata dalle tenebre, come una lucciola col singhiozzo in una notte senza luna nel bosco Atro. Quelle cinque piantine di viola, quel cespuglietto di violacciocca, il trifoglio ipertrofico e il piccolo cactus risvegliato dal letargo invernale sembravano volermi dire che laggiù, sotto terra, qualcuno mi amava. Ma non era così.
Dopo qualche giorno, nel quarto vaso continuava a regnare il nulla, tranne un ragno senza fissa dimora che cercava un appiglio dove agganciare una tela. Non trovando nemmeno un germoglio artritico, si lanciava dal quarto piano credendo di essere spiderman, cercando, con le zampette, di schizzare ragnatele, ma non avendo dita e palmi, falliva tragicamente spiaccicandosi sul parabrezza di un suv bmw, che lo spazzava via col tergicristalli laser.
Le cinque violette crescevano, cominciavano a sbocciare, uno, due, tre fiori. Anche il trifoglio sembrava voler fiorire: dei boccioli che lasciavano intravvedere dei piccoli petali gialli, che, però, non si sono mai aperti, almeno non in mia presenza. In compenso il cespuglietto si sviluppava in larghezza e occupava almeno un quarto dello spazio aereo del vaso. Anche il piccolo cactus si era fatto più lungo e gonfio e aveva assunto un bel colore verde pisello, con le sue belle spinette bianche fitte fitte. Anzi, ad un certo punto notai che un altro piccolo cactus spuntava dalla terra a pochi centimetri dal primo: il figlio di Godzilla. Al momento non c’era di che preoccuparsi, lo spazio era ampio, c’era posto per tutti, sopra e sotto terra.
Un bel giorno, però, un fiore, una viola, cominciò ad appassire. Niente di che, pensai, il ciclo della vita e della morte. È naturale. Le viole, poi, sono fiori delicati, si vede, e non durano settimane. Il suo posto verrà preso da altri fiori che stanno già sbocciando. Eccoli lì, ad annunciare la nuova vita che prende forza e da speranza.
Non era così. Altri eventi mi attendevano, tragici e inquietanti.