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Se c’è una cosa di cui mi importa pochissimo è al vicenda familiare di Berlusconi, sposato due volte – dal 1965 al 1985 con la prima moglie, dal 1990 ad oggi con la seconda, in via di separazione a quanto pare – e con una durata matrimoniale notevole, vent’anni, considerata la media nazionale, non particolarmente elevata. Soprattutto mi importa pochissimo se la vicenda si colora di pettegolezzi più o meno torbidi o piccanti sulle frequentazioni femminili del premier, che non rappresentano certamente una novità, considerata la pubblicità che fa a sé stesso come tombeur de femmes da sempre. Ci meravigliamo per questo? Spererei proprio di no. Certo, quando si organizzano Family Day, gite organizzate in Vaticano, ci si accosta ai Sacramenti più o meno pubblicamente, si eleva la Famiglia a istituzione basilare della società, intoccabile, immutabile, infallibile, un po’ di coerenza non guasterebbe. Tuttavia, giudicare a distanza è facile, infilarsi nei meandri delle questioni intime tra coniugi è un mestiere da professionisti. Lascia invece alquanto perplessi l’accusa che Berlusconi lancia nei confronti degli avversari politici che avrebbero sobillato la moglie per metterlo in difficoltà. Naturalmente il premier è in piena campagna elettorale e, da furbacchione qual è, non ha perso l’occasione per indicare la solita sinistra complottarda, la quale si è platealmente indignata per un’accusa simile. Ma il complotto ci sarà davvero? E se c’è complotto sarà veramente partito da sinistra? A ben guardare, il caso è nato molto a destra, da quell’articolo della fondazione Farefuturo, ispirata dal Presidente della Camera Fini, che metteva in evidenza quanto le ipotetiche liste elettrali del PDL alle europee fossero infarcite di amiche e amichette del premier e dei suoi sodali. E’ da quella sottolineatura che è partita la prima bordata – via Ansa – di Veronica Miriam Bartolini Lario Berlusconi, tanto da indurre il “comitato elettorale” del PDL a sbianchettare le liste e a lasciare solo tre nomi non imbarazzanti. Quindi, se Berlusconi pensa sul serio ad un complotto politico, faccia finta di guardare a sinistra (non può certamente fare campagna elettorale contro sé stesso), ma farà bene a guardarsi le spalle, perché sugli zerbini di cui ama circondarsi, tra poco altri potrebbero pulirsi le scarpe.

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È un po’ di giorni che ci penso. Mi hanno sempre detto che non bisogna discriminare chi non ha avuto la fortuna di una natura benigna, gli handicappati per intenderci, anzi, i diversamente abili, come vorrebbe il linguaggio corrente politicamente corretto, anche se non si capisce diversamente da chi o cosa. Ma sto divagando. Il problema è nato qualche giorno fa, quando il signor Antonio Monti, presidente dell’ Anisap (l’associazione che raggruppa gli ambulatori privati della Regione Emilia Romagna), ha proposto ai candidati sindaco di Bologna di sottoporsi ad un check up generale e, in nome della trasparenza, di rendere noti i risultati, perché gli elettori hanno dritto di sapere se stanno votando un candidato al ricovero, all’obitorio, un menomato fisico, psichico o un primo cittadino che corre i cento metri piani in meno di nove secondi o solleva dalla panca centotrenta chili, abbatte un toro con un pugno in testa o salta con l’asta più in alto di Bubka, attività in cui tutti i sindaci devono necessariamente eccellere. A parte il fatto che forse, ma sono maliziosissimo, il Monti spera che i check up vengano effettuati negli ambulatori privati che lui rappresenta (tanto poi li rimborsa la Regione), ma non è tanto questo il problema, piuttosto il fatto che la privacy tanto reclamata da più parti va a farsi benedire. Tra i dati sensibilissimi della persona ci sono proprio quelli relativi alla salute. Certo, uno può anche rifiutarsi di sottoporsi al test, mica è obbligatorio, ma con questo indurrebbe gli elettori a pensare che abbia qualcosa da nascondere. Non è un bel modo di condurre la campagna elettorale. Alcuni candidati, come il celebre professor Pasquino, a capo di una lista civica, con orgoglio e sprezzo del pericolo si è detto disposto a sottoporsi a qualsiasi visita (anche la più invasiva?) per dimostrare la propria salute di ferro. Anche il candidato del PD Del Bono non teme l’abbassalingua, lo stetoscopio, lo sfigmomanometro e qualsiasi sonda che voglia introdursi a scandagliare i più reconditi anfratti del suo organismo. Nemmeno il candidato Alfredo Cazzola indietreggia di fronte al camice bianco dell’analista e arriva ad azzardare l’ipotesi che l’ex sindaco Guazzaloca troverà il modo di aggirare il check up. Perché? Perché Guazzaloca fu colpito da un tumore anni fa, che lo costrinse ad abbandonare l´aula del Consiglio comunale per essere ricoverato in ospedale. L’ex primo cittadino, che si ripresenta candidato, ha liquidato l’idea del check up come spazzatura umana e politica, tuttavia non si sottrarrà alla visita, pur sottolineando il degrado morale di cui sarebbe il frutto questa iniziativa. Guazzaloca ha ragione. È un’idea che puzza di nazismo e di eugenetica.
Ma in che paese viviamo? Un sindaco diabetico è peggio o meglio di uno cieco? Un sindaco con l’epatite lavorerà più o meno di uno paraplegico? Un sindaco con tutti e quattro gli arti funzionanti, gli organo vitali in ordine, senza una punta di angina e che non conosca nemmeno l’acidità di stomaco sarà più votabile di un candidato col pace-maker? E i candidati che con entusiasmo si sono detti pronti a farsi visitare cos’hanno tra le orecchie al posto del cervello? Pigne, segatura, soppressata o truciolato? O una bella svastica?

Oggi che potrei svegliarmi a mezzogiorno, alle sette ho gli occhi spalancati come due finestre spalancate. Mi giro “faccia nel cuscino” rischiando l’asfissia per riaddormentarmi. Niente da fare. Attila lamenta la mancanza di croccantini nella scodella: strilla, mugola, brontola, gratta l’appendiabiti all’ingresso. Rossini ha trovato una palla di carta e la fa rotolare sotto il letto. Poi salta su e mi morde un dito, così, tanto per darmi il buongiorno. Ho capito, mi alzo. Fuori c’è un bel sole, cielo terso, azzurro pallido (va be’, a Milano è sempre un po’ sbiadito, mescolato a polveri e smog, che mai ci lasciano soli), ma che invoglia ad uscire. Devo andare in posta a pagare una bolletta, meglio farlo col sole che sotto l’acqua. Esco. Un vento tagliente di tramontana mi trapassa la faccia. Meno male che mi vesto sempre più pesante del dovuto. Questa volta ho avuto ragione. Chissà perché in posta mi coglie il sonno che a letto non voleva arrivare, tanto che, dopo avere pagato, esco senza ritirare la ricevuta. L’impiegato mi richiama indietro e mi apostrofa: sta ancora dormendo?  Sorriso di circostanza, ma me lo immagino con la mano incastrata nella macchina delle bollette, che gli affetta le falangi. Sono rimasto senza croccantini per i mici. Di solito faccio la scorta di cinque chili (mi pare che duri sempre meno) , ma ho calcolato male i tempi e mi tocca andare al super che detesto. E, infatti, per un pacchetto da due euro, perdo venti minuti, perché l’unica cassiera in servizio se ne va e non torna più finché qualcuno non la va a chiamare. Arriva pure con l’aria seccata. Povera! L’abbiamo disturbata. Mi consolo pensando che nel pomeriggio mi faccio un giro in bici sotto il sole. Non faccio in tempo a formulare la lieta riflessione che l’astro scompare oscurato da nubi grigie. Poi di nuovo il sole. Poi le nubi. Poi il sole. Insomma la sopra! Chi c’è al governo del tempo? Il PD? È tornato Veltroni? “Ci vuole il sole, ma anche le nuvole. Dobbiamo tenere conto del bel tempo, ma anche della pioggia. Consideriamo le istanze dei meteoropatici, ma anche degli artritici.” Un tempo solo alla volta non si può avere? O sole o nuvole. Non tutto assieme. Graaaaaazieeeee.