Chick Corea – Stefano Bollani: Orvieto (ECM)

Questo disco ha avuto un percorso avventuroso prima di finire nel lettore cd dello stereo (sì, avete letto bene, lettore cd dello stereo, convinto come sono che la musica vada ancora ascoltata su un decente impianto hi-fi, dotato di monitor adeguati e in formato PCM 44 kHz 16 o 24 bit): fornitomi dall’efficiente ufficio stampa di Bollani in spartana ruvida cartellina grigiazzurra, nel tipico stile ECM, una volta salito sul tram verso casa mi sono accorto che era sparito, ingoiato dal nulla o, più probabilmente, finto sui binari in attesa del 19 che l’avrebbe sbriciolato. Invece no: mentre, seduto sulla scomoda panca, sto elencando a mente tutti i santi e le madonne, allungo lo sguardo verso il fondo della vettura ed eccolo lì, per terra, che sbuca dalla sua bustina, senza che alcuno lo degni di uno sguardo. Penso: “non sapete cosa vi siete persi”. Mi sollevo (in entrambi i sensi) e a passo svelto lo recupero sotto lo sguardo incuriosito di chi sta ormai pensando “chissà cosa mi sono perso?”. Una volta giunto a casa, i gatti, fruitori non convenzionali della musica domestica, pensano bene di esaminare il cd lanciandolo dal tavolo per saggiarne la resistenza. Constatazione: è resistente. Finalmente ne torno in possesso e, prima di doverne chiedere un ulteriore copia, sostitutiva di quella ammalorata, lo metto in salvo nel cassettino del lettore.
Se Stefano Bollani ha un merito è quello di avere riportato Chick Corea in casa ECM con una nuova incisione dopo 27 anni. Fu proprio l’etichetta di Manfred Eicher ad avviare con Corea la tradizione dei piano-solo, oggi così in voga da essere quasi l’esordio obbligato per ogni giovane interprete — un azzardo a mio modo di vedere — con i due volumi di Piano Improvisations nel 1971, seguiti dai magnifici Facing You di Jarrett e Open To Love di Paul Bley. Anche l’eclettico e multiforme pianista milanese ha più volte lavorato in solitudine alla tastiera, non solo per Eicher, ma, saggiamente, quando la sua carriera era già più che avviata. La collaborazione con Chick è nata molto naturalmente dalla reciproca ammirazione, pur appartenendo a generazioni diverse, e le esibizioni sono realmente quasi improvvisate, salvo un accordo preventivo sui brani da eseguire. Anche se i concerti dei due pianisti si susseguono ormai dal 2009 e la reciproca conoscenza si è inevitabilmente approfondita, queste registrazioni live di Umbria Jazz Winter 2010 mantengono comunque una freschezza e una curiosità da “primo incontro”. Ciononostante il disco si apre con un’improvvisazione di riscaldamento, in cui i due artisti si studiano e si scambiano punti di vista, si pongono domande, a volte si rispondono, altrimenti i quesiti restano sospesi, fino a trovare un tema comune da trattare in Jobim e la sua poetica Retrato Em Branco E Preto: il motivo all’inizio non è nettamente riconoscibile, poi, piano piano, emerge dall’ intreccio delle armonizzazioni. Il Brasile, passionaccia di Stefano da alcuni anni, pervade circa un terzo dell’album (ancora Jobim con Este Seu Olhar, Dorival Caymmy con Doralice e lo stesso Bollani con la deliziosa A Valsa Da Paula), trascinando Chick su un terreno che non ha mai frequentato con convinzione e continuità, più propenso ad esprimere la sua latinità sul fronte ispanico, piuttosto che su quello lusitano. Intenso e vivace, invece, il dialogo improvvisativo sul tema di If I Should Loose You, al limite del virtuosismo, soprattutto per Bollani; il simpatico Jitterbug Walltz di Fats Waller col suo ritmo ternario risveglia l’umorismo blues (non sembri una contraddizione in termini) dei pianisti, che si scambiano spiritosaggini su è giù per la tastiera. Il secondo interludio improvvisato, in cui grappoli di note discendono da linee melodiche veloci e frenetiche, sfocia nel tema davisiano di Nardis: qui è Corea che detta decisamente la linea e il ritmo, dandogli un sapore vagamente spagnoleggiante e Bollani asseconda con vigore. Ancora uno standard, Darn That Dream, è risolto in sur-place, con i due musicisti che si confrontano con fraseggi ed elaborazioni armoniche attorno al tema di Van Heusen e DeLange. Una filastrocca, Tirititran, è il terreno di gioco per i due monelli del pianoforte (finalmente Chick è tornato alla leggerezza colta di un tempo), mentre la celebre Armando’s Rhumba è un monumento alla grande anima latina del geniale pianista americano, davanti al quale il nostro Bollani si inchina, dando il suo formidabile contributo. La conclusione, forse un poco retorica, ma si era sotto il capodanno, è un Blues in Fa (tonalità super-comoda per il pianoforte), che da modo ai musicisti di salutare con i fuochi artificiali il pubblico.
In fine, possiamo dire che la testimonianza discografica è preziosa perché sposta, almeno momentaneamente, il baricentro di ECM verso un punto d’equilibrio meno austero (d’altra parte, lo stesso Bollani sul suo Piano Solo era stato il primo ad incidere un pezzo di Scott Joplin per la casa tedesca) e ci restituisce un Corea ringiovanito e rinvigorito. E non è poco. Piccola istruzione per l’uso: il pianoforte di Corea è quello di sinistra, a destra c’è Bollani.

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