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copaDopo lungo e penoso peregrinare da un editore all’altro, collezionando apprezzamenti (pochi quelli sinceri, molti quelli formali o fasulli), qualche silenzio (autenticissimi) e perentori rifiuti (come un po’ tutti o quasi), ho deciso di autopubblicarmi il nuovo libro. A differenza del primo, questo non è nato sul blog, non ha a che fare col blog, ma sul blog inevitabilmente finisce. I meno distratti avranno notato la figurina nera in alto a sinistra che ha soppiantato da qualche giorno la precedente verdolina. Ecco, quella è la copertina di Silenziosa(mente), sottotitolo In A Silent Way, che agli appassionati di jazz dovrebbe già dire qualcosa. In effetti c’entra Joe Zawinul, c’entra la musica, c’entra il silenzio, quello della mente. Infatti la storia è quella di un giornalista musicale, con un gran fracasso nella testa, che parte alla ricerca del tastierista austriaco, scomparso a Leverküsen poco dopo il suo ottantesimo compleanno e che ricomparirà in Francia al termine della narrazione. Il fatto è che nella realtà Joe Zawinul, purtroppo, non ha fatto in tempo a compiere il suo ottantesimo compleanno, che sarebbe caduto il 7 luglio del 2012, perché l’11 settembre del 2007 se n’è andato davvero e definitivamente. Ma la storia era già scritta, l’avevo terminata a ferragosto di quell’anno. Che fare? Ci ho pensato a lungo, ma alla fine ho deciso di pubblicarla. È il mio tributo postumo ad un grande della musica di questi ultimi cinquant’anni.
Omaggio a parte, io spero che chi leggerà questa storia si diverta: sia per i personaggi, sia per l’intreccio, sia per i numerosissimi riferimenti musicali che sono i più svariati e vanno dai Weather Report a Mozart, da Trilok Gurtu (uno dei protagonisti della vicenda) a Nina Hagen, da Frank Zappa a David Byrne, da Fabrizio Bosso ai Genesis ai Beatles e ai Rolling Stones, passando per Gipsy Kings, Sonny Rollins, John Coltrane e Tower of Power. Chi pratica la musica per lavoro o semplice passione potrà dilettarsi, in alcuni passaggi, ad indovinare nomi e circostanze nascoste tra le righe; gli altri godranno comunque di un’avventura “on the road”, vagamente tinta di giallo, rosa e blu, che ho cercato di rendere credibile, per quanto possibile, conferendole un certo ritmo, ma senza andare troppo di corsa, fermandomi qua e là a contemplare il paesaggio, soprattutto quello interiore del protagonista.
Non avendo un editore e un distributore, me la suono e me la canto autonomamente. Se riuscirò a convincere qualcuno ad acquistarlo – 252 pagine, costa 16€ + le spese di spedizione – il contatto è questo blog o il link collegato alla copertina del libro.
Non è detto che non organizzi qualche presentazione nelle prossime settimane, possibilmente con la partecipazione di qualche musicista, dato l’argomento. Intanto vi auguro, se vorrete, buona lettura e buon ascolto.

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La coclea è una specie di chip, un microprocessore fatto di tessuto organico, non so bene di cosa, ma è vivo e trasforma le vibrazioni sonore esterne percepite dal timpano in impulsi riconoscibili dal cervello, che li classifica in suoni, rumori, armonie, cacofonie, tribune politiche, promesse elettorali e d’amore eterno, piacevolezze e strazi. Purtroppo c’è chi nasce con la coclea guasta o, alla scadenza della garanzia, il processore improvvisamente smette di funzionare e rende sordo il proprietario. Interviene, così, la chirurgia, assieme alla tecnologia, con gli impianti cocleari, che restituiscono l’udito. Talvolta, però, si verifica una incompatibilità tra il nuovo chip artificiale e l’elaboratore principale, il nostro encefalo, che riconosce come estranei, addirittura inutili, questi nuovi impulsi e li cancella, non li “lavora”, li butta nel cestino, lasciando nel silenzio il paziente. Ed è qui che si produce il fatto, l’evento, la notizia straordinaria. Si è scoperto, infatti, che una terapia d’urto fatta di ore ed ore di ascolto musicale di notte, attraverso l’ipod, riattiva lo spirito di accoglienza del cervello nei confronti delle vibrazioni sonore. Di più: pare che Mozart sia particolarmente stimolante e, specificamente, il trio per piano, violino e violoncello K 442. Otto ore di seguito, ogni notte per un anno e il cervello si risveglia, l’udito riprende a funzionare, il paziente ricomincia a vivere nel mondo dei suoni. La ricerca è stata fatta all’Ospedale di Circolo di Varese e sarà presentata domani durante un convegno, ma, al di là dell’aspetto strettamente scientifico, la notizia è stupenda perché dimostra una cosa che ho sempre pensato: la bellezza salverà il mondo. E’ semplicemente straordinario – lo so non è una novità, ma vale la pena ribadirlo – che una cosa “scontata” come la musica sia in grado di guarire. Mozart ridà l’udito ai sordi: dirlo sembra di citare un passo di una qualsiasi sacra scrittura, un miracolo di qualche sant’uomo, mentre, invece, Wolfgang sembra avesse l’abitudine di non farsi mancare nulla. Tuttavia ci ha lasciato un’eredità artistica straordinaria. Ma, ancora di più, è l’arte, in tutte le sue forme, che guarisce, che è ancora in grado, nonostante tutto, di ridare luce alla vita. Lo dice la scienza.

L’industria del disco è in crisi? Dicono di sì. In realtà sono in crisi soprattutto le grandi case multinazionali, a tutto vantaggio delle piccole etichette dalla struttura snella, dalla distribuzione approssimativa, spesso on line, ma che rappresentano il futuro della creatività. Tuttavia il tradizionale negozio pieno di quei dischetti argentati solcati da una lunga spirale atta alla lettura ottica mantengono il loro fascino. Un conto è cliccare sullo schermo alla ricerca di musica, magari in formato mp3 a 128kbps ammazzafrequenze, un altro è scartabellare tra gli scaffali ricolmi di cd, spesso in disordine, perché prima di te è passato un indeciso con tendenze vandaliche, che ha sparso la discografia di Gogol Bordello e John Zorn in mezzo a quella di Olivier Messiaen, per cui ti ritrovi le bestemmie ucraino-gypsy-punk mescolate al delirio jazz-ebraico-newyorchese, mentre un quartetto di disperati suona in attesa della fine del tempo. Ma, fantasie perverse a parte, oltre all’indubbia fascinazione dovuta al probabile rinvenimento di reperti di cui si erano perse tracce e ricordo da tempo immemore (qualche anno fa  rimasi quasi scioccato dal ritrovamento in cd dell’unico disco pubblicato dai Quatermass), si incorre in un danno economico notevole se si accede a questi luoghi di perdizione senza l’audacia e la determinazione adeguate. Intendo dire che se entrate in un negozio di dischi dovete sapere esattamente cosa cercare e acquistare, e ne dovete uscire senza premi di consolazione, i peggiori in assoluto, del tipo: non ho trovato esattamente quella versione della Petite Messe Solemnelle di Rossini per due pianoforti e harmonium, in compenso sono uscito con quella per orchestra, che non è per nulla la stessa cosa e la delusione brucerà alquanto.
Più dannosa ancora l’abitudine di molti di entrare nel negozio “giusto per dare un’occhiata”. È pericolosissimo: infatti, non avendo un obiettivo, tutto andrà bene, qualsiasi cosa ci passi per le mani parrà meritoria di almeno un ascolto e, visto che non sempre i dischi si possono sentire prima di comprarli e, comunque, solo per pochi secondi, cominceremo ad accumulare tra le mani pile di cd singoli, doppi, cofanetti, edizioni DeLuxe (la nuova frontiera delle major per spennare i clienti: versioni extra di vecchi dischi con l’aggiunta di bonus track di cui 99 volte su 100 non si sentiva il bisogno), promozioni, sconti, sconti-tessera, accumula-punti, dueXuno, treXquattro, tanto che, in alcuni negozi hanno messo persino dei cestini in cui ammassare i potenziali acquisti, salvo poi rinsavire, nei casi più fotunati e presentarsi alla cassa con un solo dischetto, pure singolo e in offertissima a 4 euro e 90. Non è stato il mio caso, oggi, ahimé. In effetti, ero uscito a farmi un giro in bici, confidando nel fatto che i negozi fossero tutti chiusi e invece…il famelico antro rosso era spalancato pronto ad ingoiare i viandanti malcapitati che si trovavano a transitare nei suoi pressi. Mi ha vomitato dopo una mezz’ora assieme a Concerts di Keith Jarrett, Murder Ballads di Nick Cave, Don Giovanni di Mozart (edizione DG 1986 Berliner-Von Karajan) e Mozart L’Egyptien, un curioso esperimento di orientalizzazione del genio salisburghese (lo sto sentendo in questo momento ed è gradevole), fatto da non so bene chi, perché i micidiali grafici hanno scelto di scrivere le note di copertina in geroglifico sottilissimo su sfondo policromo (spero che prima di partire per le vacanze vengano colti da colite per due settimane di seguito). Scriverne mi fa sentire già meglio, basta che non pensi al portafoglio svuotato: “Notte e giorno faticar, per chi nulla sa gradir, piova e vento sopportar, mangiar male e mal dormir….”