Mi ero già occupato di Ikea molto tempo fa, quando avevo segnalato la vita “spartana” del signor Ingvar Kamprad, che avevo soprannominato il Paperone di legno. Kamprad è l’inventore dell’Ikea. Ora, le librerie “customizzate” (le ho un po’ modificate) che occupano molte pareti di casa mia (contenenti libri e CD) arrivano dai magazzini Ikea e, a parte qualche scaffale leggermente imbarcato per via soprattutto dei dischi, non posso non dirmi soddisfatto del prodotto. Tuttavia, da qualche tempo deve essere successo qualcosa in azienda – voci insistenti dall’interno parlano di rapporto dipendenti-dirigenza piuttosto conflittuale per turni e condizioni di lavoro sempre più difficili – e a farne le spese è la clientela. Qualche mese fa al magazzino di Carugate sono stato trattato come un demente da una addetta alla quale avevo chiesto dove potessi trovare un modello di letto, che avevo comprato un anno prima, ricevendo risposta negativa, perché, secondo lei, quel modello non era mai esistito. Come dimostrare il contrario? Portandole il letto come prova? Scomodo. O portando a casa l‘addetta a vedere il letto? Avrebbe potuto fraintendere. Ho lasciato perdere. L’altra settimana, stanco di lavorare su un tavolo comprato usato oltre vent’anni fa, che beccheggia più di un canotto su un torrente di montagna, decido di tornare all’Ikea e comprarne uno nuovo. Lo trovo, ma di un colore che non mi garba. Chiedo se c’è nero e un’addetta – ho il sospetto che fosse la stessa del letto “fantasma”, ma non ne sono certo – mi dice che c’è color rovere e ambra, ma nero è finito. Allora le domando se può controllare l’eventualità che ci sia nell’altro magazzino di Corsico. Verifica al computer: non c’è, mi riferisce. Peccato. E me ne vo’. A casa verifico anch’io sul sito internet e scopro che, invece, a Corsico c’è. Addirittura cinque pezzi neri. Il giorno dopo vado a Corsico, riverifico l’effettiva presenza del tavolo nero e me ne faccio ordinare uno da un’addetta. Un’altra. Questa mi consegna un foglio e mi dice di andare in cassa con quello, pagare e ritirare il tavolo in magazzino. Dopo lungo tragitto arrivo in cassa: il foglio, mi fa notare un cassiere, non è un ordine di acquisto, ma una shopping list, cioè un appunto che mi sarei preso io per ricordarmi di comprare un tavolo all’Ikea. Forse ho proprio la faccia da demente. Forse ho scritto sulla fronte Alzheimer. Il cassiere non vuole sentire ragione: senza il codice a barre che compare sull’ordine di acquisto, leggibile dallo scanner, lui non può battere cassa e farmi pagare. Anche se sono un demente. Chiede persino conferma al telefono ad una collega, che non vedo e non sento, ma lui mi assicura che gli ha detto così. Non ho voglia di fare a ritroso tutto il percorso e poi di nuovo tornare alla cassa, sto per lasciargli tavolo, shopping list e qualche accidente, quando scorgo una signorina dentro un gabbiotto dotato di PC. Non so cosa stia a fare nel gabbiotto, ma le spiego la situazione e lei si offre di aiutarmi. Mi dice che l’operazione è delicata e potrebbe anche essere “pericolosa”, ma lei, sprezzante del rischio come solo una impavida impiegata dell’Ikea sa essere, dura come il legno d’abete dei boschi svedesi, si lancia nel periglio cibernetico come gli Eroi di Telemark (che è in Norvegia, ma sempre in Scandinavia) e, in pochi secondi, ecco sbucare trionfante da una fessura della stampante il glorioso ordine d’acquisto, decorato da un prezioso codice a barre. Mi sembra quasi di sentire la banda della marina militare americana che intona l’inno dei marines con bandiere che garriscono al vento sulla portaerei Enterprise. Dopo avere assicurato gratitudine imperitura all’impiegata, torno dal cassiere orgoglioso del mio ordine d’acquisto, glielo piazzo sotto il naso e lui, dopo attento esame, giusto per fermi penare qualche secondo in più, quasi a malincuore lo batte. Finalmente il tavolo è mio. Lo ritiro. È pesantuccio. Al parcheggio c’è un ragazzo straniero che si avvicina e mi aiuta a caricarlo in macchina. Non mi chiede niente, ma cavo di tasca tre euro e glieli metto in mano.
A casa, però, scrivo l’accaduto all’Ikea (non in questa forma un po’ romanzata, ma più sobriamente) e ricevo sentitissime scuse dall’ufficio relazioni esterne e l’apertura di una pratica a mio nome, la quale mi consentirà, la prima volta che passerò al magazzino di Corsico, di usufruire di due buoni pasto gratuiti.