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E anche questa crisi ce la siamo inventata noi. La Sindaca di Milano nega che ci siano stati problemi con la neve, nega che la città sia andata in crisi, nega che i mezzi pubblici siano andati in tilt, nega che sia mancato il sale per evitare il ghiaccio, nega che siano intervenuti in ritardo gli spalatori, nega che si sia ancora in emergenza, ma intanto ha chiesto l’esercito per liberare le strade, perché intanto gli spalatori si sono dileguati (i soldati ormai si usano per qualsiasi cosa, abbiamo un esercito di professionisti spalatori di neve). Dice che c’è stato solo un problema di comunicazione. Aspettiamo solo che neghi di essere la Sindaca, così la cambiamo e non se ne parla più. Basta essere ottimisti, come dice il Capo, e i problemi si risolvono da soli. Infatti oggi c’è il sole. Sarà quello dell’Avvenire? O dell’Osservatore Romano?

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Finalmente la civiltà è giunta anche nella mia città. I “diversamente abili” sono trattati alla stregua dei “non diversamente abili”, anche se non ho capito bene la differenza in cosa consista, perché tutti, in fondo, siamo abili diversamente, altrimenti i “non diversamente abili” sarebbero abili tutti uguali, un concetto difficile da immaginare, che neanche un “diversamente abile” fantasioso avebbe l’abilità di concepire, anche diversamente. Ma sono quegli eufemismi tanto di moda oggi che ci portano a definire nonudente un sordo, nonvedente un cieco, nondeambulante un paralitico, per cancellare la vergogna del disprezzo che si iniettava in queste parole un tempo, neppure troppo lontano, quando la malattia, la deformità, la bruttezza, erano sinonimo di peccato e connivenza col diavolo: sei gobbo, storpio, cieco, sordomuto, ti esprimi malamente a gesti, sei un mostro? Te lo meriti, pentiti e vedrai che nell’aldilà sarai premiato, dopo un paio di millenni di purgatorio. O pagando una discreta somma al vescovo di turno per l’indulgenza plenaria. Ma torniamo a noi. Allora provate ad immaginare una città con i semafori sonori. Ci riuscite? Certo che sì, in Europa ce ne sono tante da molti anni: arrivi al semaforo, che quando è verde a tuo favore comincia a suonare, quando diventa giallo la frequenza cambia e smette quando è rosso. Automaticamente. In questa città, invece, il semaforo sonoro è facoltativo. Come la fermata degli autobus e il pagamento delle tasse. Intanto non è diffuso su tutto il territorio comunale e perciò bisogna essere fortunati nell’incapparci. Giusto, un po’ di suspense rende l’esistenza più interessante. E poi, come si riconosce il semaforo sonoro da quello muto? O diversamente abile? Da una simpatica scatoletta verdes scuro avvitata sul palo che regge le luci, con su scritto: solo per nonvedenti, con l’immagine stilizzata di un uomo che si orienta con un bastone bianco. Capito? Vedo che cominciate ad illuminarvi. Eh sì, è questa la civiltà: un cieco in prossimità di un incrocio regolato da un semaforo, deve cominciare a “perquisire” il palo (prima lo deve trovare, ovviamente), per verificare se “detiene” la magica scatoletta con la scritta “per nonvedenti”, premere il tasto sottostante ed attendere che il semaforo risponda (sempre che non sia rotto) e accompagni l’attraversamento della strada con la sua allegra musichetta. Uno spasso.
La mia è la stessa città che ha finalmente avviato l’annuncio delle fermate della metropolitana nelle stazioni. Non tutte, per non indurre il passeggero alla distrazione. Una grande conquista tecnologica e di civiltà: peccato che spesso, in concomitanza con l’annuncio della stazione d’arrivo, si inserisca la comunicazione di servizio della metropolitana che utilizza lo stesso circuito, di fatto cancellando il primo. Basterebbe annunciare la fermata all’interno del treno invece che nella stazione, dove i passeggeri hanno già coscienza di dove si trovano. Anche nei mezzi di superficie annunciano le fermate, ma il volume è spesso troppo basso da essere percepibile e d’inverno, con i vetri appannati, non sempre è facile capire dove ci si trova. E quando non sono appannati, sui nuovi bus “verdi”, hanno applicato sui finestrini delle vetrofanie tanto grandi, da non consentire la visione esterna. Ma lo fanno per comunicare ai passanti quanto è ecologico l’autobus che li ha appena inondati d’acqua, passando sull’ eterna pozzanghera che allaga il bordostrada in prossimità del marciapiede. La mia città è un sogno. Di quelli che ti appaiono quando a cena mangi la peperonata.