locandina5È stata una serata gradevole, ma anche no, ma in fondo sì. In realtà la previsione iniziale è stata: non c’è nessuno, suoneremo per le sedie. Poi, improvvisamente si è palesata una tavolata di ventidue persone, tra le quali alcuni vip come Billy Costacurta e gentilissima signora (io sogno ancora Martina Colombari ricoperta di cioccolata, tipo Loacker, da Daniele Luttazzi in Satyricon) assieme ad alcuni amici e un’intera squadra di calcio. Si dà il caso che i pallonari avessero un’età media di otto anni, cosicché è bastato allontanarci pochi minuti dal palco per cambiarci e svolgere qualche funzione fisiologica – non necessariamente in quest’ordine – per trovare, al nostro ritorno, undici mini-vandali malintenzionati aggirarsi tra i nostri strumenti. Confesso che ho fatto molta fatica a trattenere l’erode che vive in me, mentre Giada tentava faticosamente di avviare un negoziato con Genserico junior e compagni. Il risultato temporaneo è stato di allontanare, almeno giù dal palco, i piccoli barbari, visto che i loro genitori sembravano piuttosto restii a legarli, com’era giusto, alle gambe del tavolo. E così è iniziata la serata, tra le urla belluine dei brevilinei dalle ginocchia sbucciate, mentre attorno ai tavoli imbanditi erano seminate tovagliette e tovaglioli di carta. Ad un certo punto qualcuno dei micro-lanzichenecchi ha pensato bene di sedersi e dondolarsi sui tavoli sotto il palco, regalandomi la tetra speranza che prima o poi  avrebbe lasciato gli incisivi sulle assi di legno. Speranza che si è avverata solo in parte, perché un tavolo si è effettivamente ribaltato, ma i giovanissimi selvaggi sono stati pronti a balzare giù senza danni, conservando denti e gengive. È stato quello il dramma, perché, rendendosi conto che, per esibirsi, un palcoscenico è ben più solido e stabile di un tavolo,  ecco che ce li siamo trovati tutti intorno: c’erano bambini che correvano, altri urlavano, altri ancora ballavano, urtando pericolosamente la mia tastiera; c’era chi spostava l’asta del microfono, costringendo Giada a mollare la chitarra per risistemarlo; uno si era fissato con me e, mentre suonavo, era convinto di poterlo fare anche lui, non sapendo di rischiare l’amputazione delle falangi a morsi. Alla fine, abbiamo deciso di chiudere il set, ormai un misto tra l’asilo d’infanzia e una bolgia infernale, mentre i pestiferi venivano recuperati da chi li aveva malauguratamente generati, qualcuno con espressione di scuse e comprensione nei nostri confronti, altri dotati di macchine fotografiche per immortalare orgogliosi le gesta dei loro eredi in istantanee che, spero, finiranno in qualche trattato di criminologia. Quando ormai sembrava chiusa la serata di un giovedì santo demoniaco in cui Milano pareva svuotata anzitempo, ecco apparire una compagnia di nostri amici venuti apposta a sentirci. Per loro siamo risaliti sul palco e in un clima finalmente civile abbiamo portato a termine lo spettacolo, dopo il quale, c’è stata anche una mini-session afterhour, dato che uno dei nostri amici è un pianista ed è bastato che uscissi un momento per caricare le mie cose in macchina, per  trovare Giada intonare Let It Be e Hey Jude con lui, fatto ancora più grave per lei, rollingstoniana convinta. Ma si sa, la donna è mobile ed in giro è pieno di mobilieri.
Due dati positivi: il locale è piuttosto bello, i gestori simpatici, la cucina buona e ci torneremo; inoltre, ho ritrovato un amico che non vedevo da più di trent’anni, Andy Gee ed è stato bello scoprire che non siamo cambiati molto.

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